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L’eredità di Simpson

22 agosto 2017
di Jeremy Whittle
L’eredità di Simpson
Il 13 luglio 1967 il ciclista britannico Tom Simpson crollava sul Mont Ventoux durante il Tour de France. Cinquant’anni dopo, Cyclist va in Belgio a incontrare sua figlia Joanne per scoprire qualcosa di più dell’uomo e della sua prematura scomparsa

Immagini Geoff Waugh

Quanto si sa di Tom Simpson, a parte il fatto che morì in un torrido pomeriggio sugli aridi pendii del Mont Ventoux nel Sud della Francia? Be’, in un’epoca di stagnazione per il ciclismo britannico, fu campione del mondo, vincitore della Parigi-Nizza, di svariate Classiche monumento, e personalità sportiva dell’anno della BBC.
Fu rivale di Eddy Merckx, Felice Gimondi e Jacques Anquetil, e più celebre in Belgio, il suo Paese adottivo, che in patria. Sognava la vittoria al Tour. Dopo averla ripetutamente sfiorata, nel 1967 era deciso a riuscire. Così, pur accusando un malore, si sforzò di andare avanti… fino al crollo fatale sul Gigante della Provenza.
La morte di Simpson, provocata dal caldo, dalla fatica e dalla disidratazione, sconvolse e sgomentò il mondo del ciclismo e tutta la comunità sportiva. Già allora le cronache puntarono il dito contro l’abuso di farmaci e indicarono nelle anfetamine la causa della morte del ciclista. Per questo, nonostante il memorabile palmarès, il 50° anniversario della scomparsa di Tom Simpson sta passando quasi inosservato, trascurato sia dall’organizzazione del Tour de France, sia da molta stampa britannica.
Ancora oggi il nome di Simpson è legato al tentativo del ciclismo di prendere le distanze dai propri demoni. Solo in Belgio – dove è la figlia di Simpson, Jeanne, a tenerne vivo il ricordo – si celebrano ancora la carriera del grande ciclista e le sue vittorie.
A prescindere dai particolari della morte, Joanne Simpson non permetterà mai che il ricordo di suo padre venga insabbiato. Tom Simpson fu molto più di quella tragica morte in un caldo pomeriggio di luglio, molto più di un problema di doping contro cui lottare.
Le imprese di Simpson sono oggi misconosciute. Eppure sono tante e gloriose: la vittoria in un brutale Tour delle Fiandre, alla Milano-San Remo, alla Bordeaux-Paris, al Giro di Lombardia; contro Merckx alla Parigi-Nizza e, coi colori della Gran Bretagna, nei Mondiali su strada. A un certo punto vestì perfino la maglia gialla del Tour.
Partecipando al Tour un anno dopo la vittoria dell’Inghilterra ai Mondiali di calcio e due anni dopo essere stato proclamato Personalità dell’anno dalla BBC, sapeva che la vittoria avrebbe coronato il suo successo in patria. Era disperatamente vicino alla cima del Ventoux quando crollò, appena sotto il Col des Tempêtes, a poco più di un chilometro dalla cima. Cinque minuti al massimo, è stato calcolato. Un altro giorno, un altro anno, sarebbe probabilmente riuscito ad arrivare in cima e a recuperare nella discesa.
Joanne Simpson si trovava su una spiaggia della Corsica con la mamma, Helen, quando suo padre morì. Aveva appena quattro anni. Non ricorda molto: solo di aver lasciato la spiaggia per tornare a piedi nel paesino vicino a Bonifacio cui suo padre era tanto affezionato, e di essersi accorta che “erano tutti in lacrime”.
Il giorno dopo uscì un necrologio sul Yorkshire Post. Il compagno di squadra di Simpson, Brian Robinson, dichiarò: “Conosco bene il posto in cui è morto Tom. È la collina della morte”.

Nel nome del padre
È insolitamente caldo, quasi 30°C, in questo tardo pomeriggio di maggio in cui arriviamo a casa di Joanne, nei pressi di Ghent. Sulla vicina strada principale sfrecciano gruppi di ciclisti belgi su biciclette top di gamma.
Anche Joanne corre in bici, e a volte fa più di 300 km alla settimana. Si sta allenando per una serie di eventi che celebrano il 50° anniversario della morte del padre, tra cui un ritrovo di famiglia sul Ventoux.
Joanne risulta subito simpatica, affettuosa e amichevole, lo sguardo attraversato dallo stesso lampo di malizia che caratterizzava suo padre. Conserva una fotografia di Tom che lo ritrae accovacciato su un prato nella divisa Peugeot mentre raccoglie fiori e scherza con i fotografi in quel giorno fatale.
Joanne ci offre un caffè e poi ci porta nel garage, che è anche un piccolo museo dedicato alla carriera di Tom.

L'articolo completo è sul numero 16 di Cyclist.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
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