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Appennini, la montagna alternativa

13 ottobre 2017
di Mark Bailey
Appennini, la montagna alternativa
Gli Appennini non vengono immediatamente associati alla storia del ciclismo, ma questo fa parte del loro fascino. Le pedalate sono tranquille e la zona offre molte possibilità d'avventura

Foto di Pete Goding

Mentre salgo zigzagando i pendii del Blockhaus una massa di roccia alta 2.142 metri nell’Appennino centrale spesso paragonata al Mont Ventoux per la sua aria sinistra e austera – il sole mi bolle il cervello e le pendenze affilate mi azzannano le gambe. Ma il vero dolore, quello che mi farà ancora sussultare stanotte, deriva dal fatto che in salita vengo battuto da un ciclista di ottant’anni con i polmoni di un ragazzino che paiono rubati a Vincenzo Nibali. Nunziato Pellegrini è il nome giustamente altisonante dell’arzillo ottuagenario che ha accettato di accompagnarmi nella mia avventura appenninica. Un minuto fa pedalava al mio fianco, chiacchierando dei fichi e delle vigne che coltiva nel suo orto. Adesso è un ronzio lontano, un fascio di muscoli abbronzati che affronta la salita con l’allegria di una comparsa appena uscita dal set di Cocoon. A farmi vergognare ancor di più, il fatto che a pranzo Nunziato si è fatto una pizza e una birra, mentre io ho stoicamente ordinato pane e limonata. Mentre io sorseggiavo la mia bevanda energetica zeppa di carboidrati lui tracannava acqua minerale naturale da un’intricata rete di fontane, rubinetti e fiumi la cui posizione sembra esser nota solo a lui e ai pastori del posto. Ogni volta che armeggio con il Garmin per conoscere le pendenze, lui si limita a scrutare soddisfatto la strada e continua a pedalare.
Mentre mi arrampico sulla montagna noto un fascio di luce solitario che mi investe a intermittenza attraverso ciuffi di nuvole, come un faro alla ricerca di criminali in questa landa desolata. Illumina il mio corpo che si dibatte, scompare e poi riappare. Magari è Dio in persona – mi dico – che addita infuriato i miei peccati? Orgoglio, invidia, ingordigia, accidia… O forse sono solo un tantino paranoico e disidratato. Ma di una cosa sono certo: quando un ciclista pensa alla vecchiaia, Nunziato ne è l’incarnazione ideale. Salute, felicità e quel tanto di forma fisica che basta per dare una lezione ai più giovani. Anche con la pancia piena di pizza.

La spina dorsale dell’Italia

Appennini, la montagna alternativa


I numeri del giro 146 Distanza percorsa in chilometri 46 Differenza d’età tra il più giovane e il più vecchio tra noi 3.211 Dislivello totale in metri 12 Tranci di pizza divorati (pochini) 21 Velocità media in chilometri all’ora 30 Temperatura in gradi ai piedi del Blockhaus 11 Temperatura in gradi (quasi) sulla vetta del Blockhaus


Per i ciclisti il temibile Blockhaus è uno dei punti salienti degli Appennini, catena montuosa selvaggia e di carattere che corre lungo la spina dorsale dell’Italia per più di 1.200 chilometri. Oggi sto esplorando un percorso a forma di cuore, lungo 146 chilometri, nel Parco Nazionale della Maiella, in Abruzzo. Il paesaggio è un misto di possenti cime calcaree, grotte e caverne, altopiani spazzati dal vento, vasti prati punteggiati di fortini e monasteri, profonde valli glaciali, splendide e maestose vedute.
Gli Appennini non vengono immediatamente associati alla storia del ciclismo come le Alpi o i Pirenei (benché le loro cime abbiano spesso figurato nel Giro d’Italia), ma questo fa parte del loro fascino. Le pedalate qui sono più tranquille e la zona offre molte possibilità d’avventura. Queste montagne sono milioni di anni più giovani delle Alpi e geologicamente più vicine all’aspra catena montuosa nordafricana dell’Atlante e alle Alpi dinariche dei Balcani. Rappresentano così un sicuro richiamo per i ciclisti con un debole per l’avventura e l’esplorazione.
Non sorprende che una terra come quella appenninica abbia dato i natali a personaggi unici come Nunziato. Ex medico, che ha iniziato a dedicarsi al ciclismo a sessant’anni, con lo scopo di perdere peso. Oggi fa più di 300 chilometri alla settimana e ha affrontato salite impegnative un po’ in tutta Europa. È così famoso che può partecipare gratis alle gare locali, dove gli viene sempre assegnato il pettorale con il numero 1.

Le competenze locali

Appennini, la montagna alternativa


Il Blockhaus riesce proprio bene a farti sentire piccolo piccolo


L’altro mio compagno di pedalata di oggi è Gianluca Di Renzo: la bandana, la barba e l’orecchino gli valgono il soprannome di Pirata, in memoria di Marco Pantani.
Gianluca fa la guida ciclistica, il muratore e il chitarrista (non sa bene in quale ordine). Abbiamo a che fare con un uomo che è arrivato tardi al suo stesso matrimonio perché era troppo impegnato a guardare Pantani alla Tv. Si presentò poi all’altare con la barba tinta di blu in onore del campione, e miracolosamente la sua futura sposa disse comunque sì.
Su un Fiat Ducato verde che sembra rubato alle Tartarughe Ninja ci segue Angelo Bandini, fondatore della ABCycle, una compagnia che offre servizi di accompagnamento e supporto logistico ai ciclisti che visitano la zona.
In questo regno del ciclismo relativamente poco conosciuto, le competenze locali sono fondamentali se si vuole scoprire le strade migliori. Arguto ed erudito, Angelo è felice tanto di parlare delle opere di Bruce Chatwin quanto di ricordare i tempi in cui faceva il postino. In uno scambio di email prima della partenza, mi ha messo in guardia a proposito del Blockhaus: “I ciclisti del posto distinguono tra chi riesce a farlo e chi non ci riesce”. Per evitare contrattempi e disavventure, ci ricorda regolarmente che nella salita di oggi la parte più dura è quella finale.

Nel silenzio

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A Lama dei Peligni la chiesa di San Nicola del 16° secolo fa da sfondo a un breve tratto sull'acciottolato

 
La pedalata inizia nel villaggio montano di Pretoro, uno splendido intrico di case di pietra arroccate sui fianchi di un ripido pendio. Qui gli uomini giocano a carte nei bar, le donne in grembiule tornano dalla spesa con i sacchi pieni di verdure e gli uccellini sfrecciano nel labirinto di viuzze. Il giorno del nostro arrivo il paesino è stato sferzato da un feroce temporale con tuoni e fulmini, ma l’arrivo burrascoso è stato subito addolcito dalla proprietaria dell’Hotel Casa Mila, Patrizia, che ci ha offerto dei deliziosi pasticcini appena sfornati da sua madre.
Il mattino della nostra uscita in bicicletta è salutato dal sole e da un bel cielo azzurro. La colazione è a base di muesli, affettati, paste fresche e nocciole. Mentre armeggio con la mia bici fuori dell’albergo passa un vecchietto che si ferma ad accarezzare la Pinarello Marvel nera sussurrando “bella”, prima di informarmi – impugnando un acceleratore immaginario – che lui però preferisce le motociclette.
Ci incontriamo nella piazza assolata di Pretoro e poi partiamo, scendendo dolcemente lungo i vigneti e i frutteti che ho intravisto stamane in lontananza quando ho aperto le imposte della mia stanza. Ci scaldiamo le gambe su una breve salita che porta al paesino di Pennapiedimonte, dove un gruppetto di case bianche spunta dalla collina boscosa, e attraversiamo un ponte a Bocca di Valle sotto lo sguardo vigile e silenzioso di cipressi alti e sottili. Oltrepassiamo un santuario scavato nella roccia dove è sepolto Andrea Bafile, eroe italiano della Prima guerra mondiale.
Nunziato mi racconta che lo scorso anno ha partecipato a una ciclopedalata in onore del centenario della Grande Guerra: è per questo che ha una fotografia di soldati attaccata al manubrio della bici.
Giunti in aperta campagna ci godiamo vaste distese di campi increspati e vette lontane. Alla nostra destra, una friabile parete di roccia è coperta da gigantesche reti metalliche di contenimento. Alla nostra sinistra, solo pascoli grumosi che si estendono fino all’orizzonte come l’accogliente trapunta di un enorme letto sfatto.
 
L'articolo completo è stato pubblicato sul numero 3 di Cyclist

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