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Ignazio Moser, passione a scatto fisso

24 gennaio 2017
di Fulvia Camisa
Ignazio Moser, passione a scatto fisso
Il figlio del grande Francesco ci racconta il suo primo Red Hook Criterium. Spallate, rilanci e curve a gomito, è lo spettacolo delle corse con lo scatto fisso 


Ignazio Moser, classe 1992, ha partecipato al suo primo Red Hook Criterium. Il circuito, riservato alle bici a scatto fisso e senza freni, fa tappa in quattro città: New York, Londra, Barcellona e Milano


Foto Fizza.it, Mark Welsh

Per raccontare la tua storia si può parafrasare un celebre libro e affermare: Ignazio Moser è uscito dal gruppo. Ma ti sei buttato nello scatto fisso e hai partecipato al Red Hook Criterium...
Lo scatto fisso si discosta dal ciclismo come lo intendiamo noi ciclisti, tradizionalmente parlando. Ci volevo mettere dentro il naso e così ho deciso di prendervi parte senza troppe pretese, giusto per carpire. Mi aspettavo che fosse più goliardico, almeno dall’immagine che si percepisce da fuori.

Che film ti eri fatto?
Da fuori, sbagliando, mi ero costruito l’immagine di un ambiente più rilassato. La sorpresa è stato vedere un livello così alto e per certi aspetti molto simile a quello professionistico. Lo sforzo, la lunghezza e le regole sono diversi. Però il livello di performance è molto elevato.

Doti tecniche, preparazione atletica. Cosa bisogna sfoderare?
Una componente tecnica, di abilità e se vogliamo anche di rischio, che non era nelle mie corde. Non ero pronto per questo tipo di rischio. I veterani della Red Hook hanno qualcosa in più:per esempio non calcolano i rischi. Fra i professionisti sai cos’è il rischio e si cerca sempre di vedere che il gioco valga la candela. Qui tante volte non c’è questo tipo di valutazione e si rischia più del dovuto. Un approccio che ho acquisito col passare del tempo.
 

L'esperienza al primo circuito

Ignazio Moser, passione a scatto fisso

Il circuito che si è chiuso in Italia a inizio ottobre
A Milano mi sono sentito più a mio agio: ho spento il cervello più volte. Ci tenevo a fare bene sentendo di giocare in casa. Ma ha influito la componente atletica, i leader erano più forti. Erano più performanti a livello atletico. Insomma, non posso dare la colpa solo alla tecnica .

E il divertimento?
La più divertente è stata la prova di Milano. C’erano tanti amici a vedermi. La più spettacolare è stata la gara di Brooklyn. È nato tutto da lì. Il fervore che c’è attorno alla gara nei giorni precedenti è un aspetto che va vissuto. Si sente ancora il legame con le origini. L’evento è nato dal compleanno di un ragazzo che ha fatto questa gara tra amici per festeggiare. Ogni anno si sono aggiunti amici. Si sente ancora la componente della festa di compleanno fra amici che poi è diventata una festa enorme. E questo è il bello. E bisogna pensarlo nel contesto di New York, che è il centro del mondo.

Come ti sei allenato?
Quest’anno non mi sono allenato molto. Il mio lavoro adesso è un altro. Ho altre priorità nella vita. E così ho sempre sofferto tanto dal punto di vista atletico nelle quattro prove del circuito.

Il tuo lavoro nelle Cantine Moser...
Principalmente siamo io e mio fratello che seguiamo la cantina di famiglia. Abbiamo tante responsabilità e non è un lavoro da dipendente che si esaurisce in otto ore giornaliere. Ci sono impegni che magari ti tengono via da casa svariati giorni. Il mondo del vino, e in particolare seguendo il commerciale, mi porta a essere in giro molto spesso. E poi ci sono pranzi, cene… Non riesci ad avere la costanza e la concentrazione che la vita da atleta richiede. E non è neppure semplice portarsi la bici. Ho orari strani, che rendono difficile conciliare tutto.

Puoi contare sull’esperienza da Pro e della pista, hai il colpo d’occhio...
Come tipo di sforzo è breve ma non brevissimo. Non è come fare un inseguimento, visto che parlavi della pista, non è uno sforzo così lineare, va preparato ad hoc. E bisogna avere una componente esplosiva molto importante perché ci sono sempre ripartenze da fermo. Sono quaranta minuti in cui è difficile recuperare. Anche la resistenza va allenata e mai trascurata. E serve grande esplosività per vincere. Se lo vogliamo paragonare a un allenamento che si fa su pista si avvicina di più a quello della Corsa a punti. Va allenato il recupero. Fra una volata a l’altra nella Corsa a punti, e tra una ripartenza e l’altra nella Red Hook.
 

L'after party, un appuntamento per tutti

Ignazio Moser, passione a scatto fisso

E gli sponsor?
Lo sponsor che mi ha seguito più da vicino è stato Smith. Con il supporto tecnico e con la presenza alle varie tappe. Per esempio, durante tutta la settimana che ho fatto a New York c’era una troupe che ha realizzato foto e video.

Hai un portafortuna?
Non sono mai stato scaramantico. Mi sono sempre affidato al sentirmi pronto più che alla fortuna e alla fatalità.

Ci racconti il backstage?
Ti ritrovi con quelli con cui un’ora prima hai sgomitato in corsa. Ci si riunisce per ridere e scherzare. Nel ciclismo su strada non accade. Non è che finito il Giro d’Italia il gruppo si trova a bere in un bar. Qui è differente, l’after party è organizzato dai responsabili della gara. E il bello è che partecipano tutti, anche i più forti.

E se guardiamo la classifica?
Quest’anno volevo sondare il terreno. Un anno va bene farsi i giri per divertirsi, ma poi bisogna cambiare atteggiamento. Sono stato un corridore di alto livello e, anche se cerco di mascherarlo, è avvilente arrivare fra gli ultimi.

E le gare dei professionisti?
Le seguo sempre e poi c’è mio cugino Moreno, è come un fratello, siamo cresciuti insieme.

La corsa più emozionante?
La Parigi-Roubaix, un po’ per la storia della nostra famiglia e un po’ perché a mio parere è la corsa più spettacolare. Smentisce chi pensa che il ciclismo possa essere noioso...
 

L'articolo è stato pubblicato sul numero 8 di Cyclist

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