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Il re del pavé

28 May 2018
di Jack Elton-Walters
Il re del pavé
Negli anni Novanta è stato il campione delle Classiche del pavé, pluripremiato a Roubaix e nelle Fiandre. Dopo un incidente in cui ha rischiato di perdere una gamba e l’ammissione di aver fatto uso di doping, Johan Museeuw sembrava aver chiuso con il ciclismo. Ma il “Leone delle Fiandre” sta ritrovando il ruggito

Immagini Danny Bird

Per un palmarès come il suo un corridore darebbe un braccio: tre vittorie alla Parigi-Roubaix, tre al Giro delle Fiandre, un Mondiale, quattro tappe del Tour de France (se si contano due crono a squadre), due Campionati nazionali e tante vittorie nelle Classiche.
Johan Museeuw non ha dovuto dare un braccio, ma un giorno ha rischiato di perdere una gamba quando si è rotto una rotula in un orribile incidente sul pavé di Arenberg nella Parigi-Roubaix del 1998 e ha contratto la cancrena. Il coriaceo belga però si è ripreso, e l’anno successivo è tornato a gareggiare nelle amate Classiche, conquistando la sua seconda vittoria alla Roubaix l’anno dopo ancora, partendo in fuga quando mancavano 44 km dall’arrivo. Tagliando il traguardo nel velodromo, Museeuw si è sganciato il piede sinistro, ha sollevato la gamba e ha indicato al pubblico la rotula, in un gesto che ancora oggi ripete non appena si accorge che qualcuno lo sta riprendendo durante un’uscita in bicicletta.
Ma nella sua carriera Museeuw ha superato anche limiti meno lusinghieri. Come molti corridori degli anni Novanta e dei primi anni Duemila, per riuscire a restare ai vertici dello sport ha fatto ricorso a farmaci atti a migliorare
la prestazioni. Dopo il ritiro il belga ha ammesso l’illecito. La confessione gli è costata il lavoro nel team belga Quick-Step e l’amicizia di alcuni ex compagni di squadra.
Del doping Museeuw non ama parlare, ma capisce la necessità di affrontare l’argomento con trasparenza.
“So già che i giornalisti me lo chiederanno, è normale”, dice a Cyclist stringendosi nelle spalle. “Io ho chiuso e adesso posso parlarne. Non sempre mi va, però, perché se continuiamo a parlarne la nuova generazione non può dimostrare di essere diversa. Così dobbiamo dire ‘La nostra generazione ha sbagliato. Adesso si volta pagina’”.
Nonostante i sospetti di doping non cessino di funestare i massimi livelli del ciclismo, Museeuw mette in chiaro che oggi la situazione è cambiata.
“La nuova generazione è a posto. Oggi è diverso. La mia generazione ha commesso degli errori, ma non posso dire altro. Lo facevano tutti”.
Dopo il ritiro dalle gare nel 2004, il belga è ora impegnato in una serie di attività comunque incentrate sul ciclismo. Una fetta consistente del suo tempo è occupata dal lavoro al Centrum Ronde van Vlaanderen, il museo di Oudenaarde dedicato al Giro delle Fiandre.

Nella fossa del Leone

Museeuw abita poco lontano, ed è nella sua casa di campagna nelle Fiandre, nel paesaggio che ha fatto da sfondo a tanti suoi trionfi, che noi di Cyclist andiamo a trovarlo. Le strade qui sono in pavé, la superficie sulla quale ha conosciuto il successo.
Museeuw ci accoglie calorosamente e ci fa accomodare nel suo salotto, dove si siede sotto un ritratto di se stesso più giovane. Ma non c’è nessun altarino dedicato alle glorie passate come quello su cui Tom Boonen espone le sue quattro pietre-trofeo della Roubaix, o come le sette maglie gialle incorniciate di Lance Armstrong.
“Là ho una pietra di Roubaix, ma le altre stanno al Centrum”, spiega Museeuw. “Una parte del museo sta qui a Oudenaarde, poi c’è un altro museo a Roeslare (città nelle Fiandre occidentali), e uno più piccolo dove abitavo molto tempo fa, chiamato Flandrien Museum. Alcuni dei miei trofei sono là, altri altrove. Qui a casa ho un trofeo del Giro delle Fiandre, una pietra di Roubaix e la Coppa del mondo. Bastano e avanzano, direi. Non voglio mica vivere in un museo”.
È chiaro che Museeuw non è il tipo di persona che ama soffermarsi sulla propria storia personale, e bisogna incoraggiarlo un po’ per farlo parlare dei suoi esordi nel ciclismo. Tutto è cominciato, come spesso accade ai ciclisti belgi, con il ciclocross.
“Mio padre era stato professionista, non per molto ma aveva gareggiato”, ricorda Museeuw. “Prima di diventare ciclista giocavo a calcio, e decisi che quando avrei compiuto 15 anni avrei iniziato con il ciclismo”.
La scelta del ciclocross è in parte dettata dalla data in cui cade il suo compleanno. “Compio gli anni in ottobre, durante la stagione del ciclocross. La stagione del ciclismo su strada a quel punto è già finita e non appena sono stato abbastanza grande per gareggiare ho iniziato con il ciclocross. Mi piacevano sia il ciclismo da strada sia il ciclocross, ma all’inizio preferivo il ciclocross. Penso che mi abbia dato un certo vantaggio anche nella carriera su strada. La Roubaix può essere parecchio fangosa e scivolosa, e con il ciclocross si impara a muoversi meglio con la bici”.

L'articolo completo è sul numero 23 di Cyclist

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