History Man

4 aprile 2017
di Mark Bailey
History Man
Con un quarto Tour de France nel mirino, Chris Froome racconta a Cyclist come ha scalato le vette del suo sport

Foto Pete Goding

Immaginate per un attimo di essere Chris Froome
. È il 24 luglio 2016 e avete appena vinto il vostro terzo Tour de France. Siete saliti su un podio assolato, sugli Champs-Élysées, i muscoli delle gambe tremanti dopo aver affrontato 3.500 km di corsa e 60.000 m di dislivello positivo. Vi porgono un mazzo di fiori (provvidenziale dono per vostra moglie Michelle, che avete appena intravisto nelle lunghe settimane di preparazione al Tour, trascorse sulle brulle pendici di un vulcano a Tenerife) e un tenero leone di peluche (perfetto per il piccolo Kellan, ai cui progressi avete assistito a distanza, grazie a Skype e FaceTime).
Quando parte l’inno nazionale britannico ripensate al vostro improbabile percorso dalla polvere rossa del Kenya alla maglia gialla del Tour.
“Sei lì sul podio, e pensare all’improvviso a tutto questo è una sensazione travolgente” racconta Froome, seduto su un divano nel centro di allenamento del Team Sky tra le colline del Principato di Monaco. Il ciclista britannico di origini keniote, 32 anni a maggio, cerca di spiegare una sensazione che nessuno di noi (eccetto i futuri campioni) conoscerà mai.
Pensi a tutto quello che ti è costato. Ci sono giorni in cui le gambe sembrano fatte di gelatina e solo stare in piedi è uno sforzo enorme. Si pensa che non c’è mai tregua. Non solo durante le tre settimane della gara ma nei mesi di fatica lontano da casa e dalla famiglia. Si pensa all’alimentazione, alla dieta, alla squadra. Non solo ai compagni che hanno rinunciato alle proprie ambizioni per permetterti di salire sul podio, ma ai meccanici e a tutte le persone che si alzano alle 5 del mattino, e a mezzanotte non hanno ancora smesso di lavorare. Ci sono folle di fan e di amici che sono qui per te… e poi ti passano un microfono e devi dire qualcosa”.

L'intervista completa è su Cyclist numero 12.

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