Nel cuore del Bel paese

1 giugno 2017
di Mark Bailey
Nel cuore del Bel paese
In Abruzzo, per cimentarsi su montagne selvagge, strade solitarie e una salita di 31 km: il Gran Sasso

Immagini Pete Goding

Una biforcazione della strada, un solitario pastore abruzzese vende paffute forme di pecorino. Dire che davanti al banchetto non c’è la fila è un eufemismo, e nemmeno noi ci fermiamo per incrementare il suo volume d’affari. Una brusca curva a sinistra ci introduce nell’anfiteatro montano spazzato dal vento di Campo Imperatore.
Ci troviamo negli Appennini, nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga: 2.014 chilometri quadrati di calcare e cime dolomitiche, imponenti ghiacciai e strade silenziosissime. Questo mosaico di prati alti incorniciati da cime aspre e nuvole cariche di pioggia che si rincorrono nel cielo è soprannominato ‘Piccolo Tibet’ dalla gente del posto. I monti non avranno altezze himalayane, ma il loro silenzio assorto e la loro imponenza aristocratica sono sufficienti a farci frenare per contemplare ammirati il panorama.
“Chi si fa pecorella, i lupi lo mangiano” recita un adagio popolare. Perfetto aforisma per i ciclisti tentati dalle superfici aspre degli Appennini. Non fissate troppo a lungo la strada che sale sinuosa e carica di presagi verso la cima velata di nebbia del Gran Sasso, o finirete per fiondarvi nel più vicino paesino del fondovalle ad abbuffarvi di prelibatezze locali.
Meglio scalare una marcia, aumentare i watt e stringere i denti. Quando completiamo la tortuosa salita di 1.263 m verso la strada asfaltata più alta del Gran Sasso, a 2.130 m, le nuvole si diradano e il paesaggio primordiale di Campo Imperatore si spalanca sotto di noi.
“Mi sembra che il mio sedere sia diventato un gelato”, osserva Gianluca Di Renzo. Muratore, chitarrista e autore di libri. Gianluca è il mio compagno di pedalata di oggi, e il suo look composto da orecchino, barba e bandana è un chiaro omaggio al ‘Pirata’ Marco Pantani. Gianluca mi guida verso una solitaria bancarella che vende bottiglie di Peroni, salsicce calde e ciabatte farcite di affettati.Affrontando il Gran Sasso nell’edizione 1999 del Giro d’Italia (la salita è stata inserita nella gara quattro volte), Mario Cipollini commentò: “Chissà se oltre al numero di gara ci daranno anche lo skipass”. In effetti quassù fa freddo, più freddo di un barattolo di gelato, ma la vista ti ripaga di tutto.
Complici l’atmosfera irreale e la bellezza selvaggia, il Gran Sasso e i suggestivi paesini in quota sono apparsi in vari film, dai mortali misteri dei frati francescani medievali de Il nome della rosa (1986) con Sean Connery al subdolo mondo di assassini di The American (2010) con George Clooney.

L'articolo completo è su Cyclist numero 14.

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