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Il re delle salite

29 settembre 2017
di Peter Stuart
Il re delle salite
Il Mauna Kea sull’isola di Hawaii rivendica il primato di salita più dura del pianeta. Dopo una feroce giornata in sella, noi di Cyclist non staremo lì a discutere

Immagini Patrik Lundin

Quasi tutte le mattine, pochi minuti dopo l’alba si riesce a distinguere la cima del Mauna Kea dalle coste occidentali di Hawaii: il grande picco vulcanico si erge sull’isola come un mostro preistorico, oscurando il sole.
La visione dura una manciata di istanti e poi scompare dietro una nebbiolina che trasforma il cielo in una foschia arancio. Quella cima appena intravista è la mia meta di oggi.
Alle prime luci dell’alba mi trovo nell’acqua fino alle caviglie, sulla spiaggia di Waikoloa. Davanti a me il Mauna Kea, tecnicamente la montagna più alta della terra, si erge fino a oltre 10.000 metri se misurato dalla sua vera base, nelle profondità dell’Oceano. Dal livello del mare è alto 4.192 m, e la strada che porta in cima è considerata la salita ciclistica più dura del pianeta.
Non ho un’idea concreta di cosa mi attenda, ma ho visto le statistiche, e quelle sono terrificanti. Il mio percorso avrà una lunghezza di 92 km, con un solo chilometro in discesa. Il resto è pura scalata, con 24 km al 9%, 12 km al 12% e un più facile tratto di 16 km al 7% con picchi del 15%. E questo prima di arrivare in prossimità della cima, dove dovrò aspettarmi lunghi segmenti con una pendenza del 20%. In parte sterrati. Il tutto ad alta quota.
Come se non bastasse, soffia potente un vento contrario che piega le palme e agita il mare. Intingo come da tradizione la ruota posteriore nell’Oceano, mi metto calze e scarpe, e inizio a pedalare verso una salita che fatico ancora a capire.

Tra cielo e terra

Il re delle salite

Delle otto isole principali delle Hawaii, The Big Island (o Hawai’i) è la più grande, e il Mauna Kea ne domina il paesaggio. Nel 1823 il missionario William Ellis la definì “simile a una maestosa piramide, o alla cupola d’argento di un magnifico tempio”. Nella mitologia hawaiana,
la sua cima era il punto di incontro delle due grandi divinità, il dio del cielo Wakea e la dea della terra Papa: era lì che per la prima volta terra e cielo si erano toccati, era lì che era sbocciata la vita.
Tornando al presente, non sono solo nel mio assalto al vulcano. Con me sul veicolo di supporto c’è Alex Candelario, il ciclista ex professionista proprietario di Island Bike Tours che mi guiderà sulla salita. È stato Alex a insistere perché immergessi la ruota posteriore nell’Oceano per compiere il tragitto completo dal mare al cielo.
Indicando le palme che si piegano sotto l’assalto del vento, Alex dice “questo renderà la salita più difficile di un buon 15%”. Lo guardo terrorizzato, e gli chiedo se dice sul serio. “Cosa vuoi che ti dica, amico?”, risponde con la franchezza rilassata di un surfer hawaiano. “È proprio dura”.
Insieme ad Alex sul furgone ci sono Patrik e l’amico di Alex, Mark, che mi offrirà gentilmente supporto riempiendomi la borraccia, allungandomi la crema solare, rassicurandomi e dicendomi che non ho poi una così brutta cera.
Quando attraverso Waikoloa ho già percorso 13 km in salita contro un forte vento frontale e dalle spiagge tropicali sono passato a spianate d’erba e roccia. Mi dicono che alle Hawaii ci sono 11 dei 13 climi terrestri. È un enorme diorama dei paesaggi del pianeta, in perpetua metamorfosi nello spazio di pochi chilometri.
Per ora la pendenza si è attestata su un gestibile 3%, e malgrado il vento contrario i chilometri scorrono via.

L'articolo completo è su Cyclist di ottobre

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