Vette perfette

7 giugno 2017
di Mark Bailey

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Vette perfette
Rinomate come le più belle montagne del mondo, le Dolomiti offrono ai registi scenari mozzafiato per i film e ai ciclisti scalate durissime per allenarsi

L'attacco inaspettato di Vincenzo Nibali

Vette perfette

Dopo appena due ore passate nell’idilliaco itinerario dolomitico che abbiamo tracciato intorno alle rocce frastagliate e alle vette che si ergono a spirale, ecco che subiamo un attacco inaspettato di Vincenzo Nibali. L’abbiamo visto sfrecciare in testa al gruppo Astana, in un affascinante turbinio che rompeva il silenzio di quella che finora per noi era stata una tranquilla mattinata lungo le cime soleggiate del Passo Sella.
Siamo stati fortunati a incontrarlo, lui e gli atleti della sua squadra al completo, con Michele Scarponi e Tanel Kangert, tutti nell’abbigliamento ufficiale azzurro dell’Astana, con i colori dell’Italia, seguiti dalla macchina di supporto.
Anzi, doppiamente fortunati, perché Nibali l’attacco l’ha sferrato nella direzione opposta, noi a pedalare in salita, lui in discesa a oltre 50 km/h, brillando nel cielo in sella alla sua bici con gli occhi concentrati sull’asfalto.

Il nostro fotografo dietro a Vincenzo, noi verso Canazei

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Un’occasione d’oro per il nostro fotografo Juan, che stava viaggiando sul furgone di supporto: ha ordinato subito un repentino cambio di direzione per seguire Nibali, grazie a quell’innato istinto dello scoop che c’è in ogni professionista. Noi abbiamo un istinto diverso, e il mio mi ha fatto scuotere la testa; malgrado fossero solo le 10 del mattino, ero già sufficientemente stanco e disidratato anche solo per pensare di cambiare direzione e poi rifare la salita; quindi ci siamo divisi, il nostro fotografo dietro a Vincenzo, noi verso Canazei.
Qui, dove ci siamo ritrovati circa mezz’ora più tardi, Juan ci ha raccontato che Nibali ha dimostrato una grande professionalità lasciandosi scattare delle foto mentre pedalava in salita; poi ha accelerato ed è sparito, come per dirci: “Hai avuto ciò che volevi, adesso lasciami soffrire in pace”. Il nostro furgone, ha detto Juan incredulo, in quel momento stava facendo circa 25 km/h.

Eredità di primo ordine

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Ci sono mille motivi per ritenere le Dolomiti tra le montagne più belle del mondo. Dal punto di vista ciclistico basti pensare che il vincitore del Tour de France, del Giro d’Italia e della Vuelta di Spagna si allena in questo contesto. Ma anche se non ci fosse il suggello di Nibali, basta dare un’occhiata a questi paesaggi incredibili per rimanere abbagliati. Patrimonio mondiale dell’Unesco, le Dolomiti sono il regno delle montagne estreme, dei ghiacciai che echeggiano le valli e i prati immacolati, decorati con campanule e stelle alpine. L’architetto svizzero-francese Le Corbusier descrisse questa catena come la più bella architettura mai vista. Mecca dello sci nella stagione invernale e il posto per eccellenza per gli amanti del ciclismo durante l’estate, spazia tra i 1.300 e i 3.000 metri, offrendo tramonti luminosi, con temperature che variano in base all’altitudine. Dal punto di vista ciclistico ci sono molti vantaggi.
Una particolarità è che le strade sono larghe, con curve ad ampio raggio e si ha sempre una visuale completa e costante verso le altissime vette. Gli hotel poi tengono in grande considerazione i ciclisti, una vera e propria benedizione per il turismo.

L’inizio della salita

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La nostra biciclettata è cominciata dall’hotel La Perla, che si trova in Val Badia ai piedi del massiccio Sella. Per metterci dell’umore giusto il direttore dell’hotel ci ha mostrato la Pinarello Lounge, sala-museo dove sono esposte la Dogma gialla della vittoria di Bradley Wiggins al Tour de France 2012 e la iconica Espada del record dell’ora di Miguel Indurain nel 1994. La gente del posto dice che Mario Cipollini spesso viene a far visita in questi posti nella stagione invernale.
Come ci si può aspettare in una regione così popolare tra sciatori, escursionisti e scalatori - Reinhold Messner è di questa zona, e proprio qui ha affinato le proprie capacità - c’è una vasta gamma di arrampicate tra cui scegliere. “Quando vai in bici in queste zone - dice Klaus, proprietario dell’hotel Melodia del Bosco nella vicina Val Badia e uno dei nostri accompagnatori nel giro - la prima cosa che fai è una salita. Ma quando passo dalla stagione dello sci a quella della bici è sempre uno shock”.

Un ottimo banco di prova

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Che le Dolomiti siano un ottimo banco di prova ce lo conferma anche Roberto, dell’ufficio del turismo locale: “Non sono molto in forma adesso”, ha dichiarato quando ci siamo incontrati nel parcheggio dell’hotel. Certo, mette le mani avanti, ma siccome è soprannominato Nairo Quintana, sappiamo già che saremo noi a soffrire oggi.
Oltre ad affrontare il Passo Giau, che Ivan Basso una volta ha descritto come “...uno schiaffo in faccia”, dovremo anche combattere i 2.057 m del Passo Fedaia, la cui cima è adornata dalle acque scintillanti del Lago Fedaia, location delle scene del remake di The Italian Job. “Ci possiamo fermare - dice Roberto rassicurandoci - per una pasta proprio lì. Nelle nostre zone questo è un momento importante della cultura del ciclismo: pedalare, parlare, mangiare e divertirsi”.
Non abbiamo dubbi sulla bontà di questa filosofia, tuttavia prima di poter pensare agli spaghetti c’è ancora tempo, dobbiamo superare due prove non da poco, attraversare il Passo Gardena e il Passo Sella.

Ascoltate i consigli delle guide

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Fresco e divertente, ma con una parte finale da shock, il Passo Gardena, con i suoi i 2.121 m di altezza, sembra come un bicchiere di prosecco frizzante prima dei corposi passi della Fedaia e Giau che faremo più tardi. Appena fuori Corvara inizia la salita, un pendio di 9,6 km, che attraversa
prati punteggiati da gruppi di pini, cataste di legna e chalet di montagna, che portano al passo, 599 m più in alto. L’asfalto è liscio, la pendenza è di un gentile 6,2% - a differenza del 9-10% del chilometro e mezzo uccessivo e del settimo - e il sole ci abbronza le braccia mentre saliamo sempre più in alto nei famosi picchi nodosi delle Dolomiti.
Per arrivare alla base del Passo Sella c’è una discesa di 6,2 km. Il momento più eccitante è quando i tornanti tortuosi vengono interrotti da un brusco passaggio sotto l’ombra di un vertiginoso muro di pietra, punteggiato da chiazze di neve, che viene chiamato Parete Fredda. Proprio come un inglese ubriacato dal caldo sole italiano, ho ingenuamente ignorato il consiglio di Klaus di indossare un gilet prima di avventurarmi sotto il muro. E me ne sono pentito subito.
Ho anche capito perché si chiama Parete Fredda: è così alta e ripida che non permette mai alla luce del sole di arrivare sulla strada, e quindi lì sotto sembra di pedalare nell’aria ghiacciata. Dopo qualche minuto ho sognato il momento in cui mi sarei rituffato nella valle dove mi sarei finalmente goduto il mio disgelo.

C’è qualcosa che ricorda i rettili nelle creste fredde e seghettate delle Dolomiti

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La strada verso il Passo Sella sale di 373 metri in 5,45 km con una pendenza del 6,8%; la parte che sbriciola le gambe è quella centrale, dove si arriva al 9%. Tuttavia la salita è piacevole, in particolare perché mentre pedaliamo si gode un panorama mozzafiato, con un’ampia vista sulle montagne. Il profilo a dente di sega del gruppo Sella si staglia alla nostra sinistra, e alla luce accecante del sole le cime grigie e sporgenti delle montagne diventano di un bianco raggiante. C’è qualcosa che ricorda i rettili nelle creste fredde e seghettate delle Dolomiti, sembrano graffiare il cielo, creando magicamente immagini di code di lucertole e denti di coccodrilli. In cima ci prendiamo un momento tutto per noi, per goderci la vista di queste vette che bucano le nuvole che esplodono dalle valli.
L’esperienza della Parete Fredda ci è servita; questa volta non vogliamo soffrire un altro tratto ghiacciato, e indossiamo il gilet in vista della discesa, non siamo infatti lontani dalla serpeggiante strada che dal Passo Sella arriva alla valle dove si trova Canazei, compiendo un salto di 450 metri. Questo tratto ci ricorda che le Dolomiti appartengono alla storia del ciclismo fin dal 1937, quando il Giro d’Italia si avventurò per la prima volta in questa regione. Da allora queste montagne sono apparse nella gara più di quaranta volte, e le loro vette hanno regolarmente dato il nome alla Cima Coppi che designa il punto più alto del percorso.

Raggiungere l’oasi

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Ristorati da un espresso e dalla Coca Cola che ci siamo concessi alla fine della pausa a Canazei, iniziamo il lento, ininterrotto assalto dei 2.057 metri del Passo Fedaia. Da questo versante la salita raggiunge una media di 4,4% lungo 13,9 km, e si sale passando attraverso un anfiteatro naturale di rocce coperte di neve. Di tanto in tanto ci si immerge in foreste di pini, a volte si sprofonda nell’ombra fresca delle gallerie, e infine si trova l’acqua azzurra del Lago Fedaia, che appare di fronte come un’oasi tropicale. La superficie è splendente alla luce intensa del sole. Solo qualche turista solitario circonda il bordo del lago, pescando, prendendo il sole o rinfrescandosi i piedi. Il Passo Fedaia è sul lato a Nord del colosso della Marmolada, che con i suoi 3.343 metri rappresenta il punto più alto delle Dolomiti. La lingua bianca del suo ghiacciaio si srotola lungo il lato della montagna, un ponte si allunga sopra il lago e alla fine ci sono ristoranti e bar. Roberto ci ha promesso un piatto di pasta, ma non solo; ci dirigiamo velocemente a tavola, ci buttiamo su un piatto di spaghetti fumanti e finiamo con una bistecca succosa e patate.
Reintegrate le energie siamo pronti per le altre arrampicate: e iniziamo subito bene, con lo spaventoso Passo Giau. Se amate particolarmente far fatica, allora imboccate il percorso al contrario, prendendo la salita da ovest verso il Fedaia. Con il suo 7,5% di dislivello, è una delle salite più dure d’Italia, così è stata definita da Gilberto Simoni. A un certo punto c’è un tratto di 3 chilometri che addirittura arriva al 18%. Ma non solo è dura, è anche dritta, così diritta che mancano i riferimenti e nonostante la grande fatica ti sembra di non andare da nessuna parte.

Che panorama

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Ovviamente dopo una salita così ripida c’è anche una discesa altrettanto ripida, dove i freni vengono messi a dura prova, fino alla stazione sciistica di Malga Ciapela. In questa discesa abbiamo toccato anche i 70 km/h.
A lato della strada c’è un incantevole burrone naturale chiamato Serrai di Sottoguda, con pareti a picco alte centinaia di metri. Sono percorsi dal torrente Pettorina, che ha eroso le rocce fino a formare voragini e grotte. D’inverno le cascate si ghiacciano, trasformandosi in una speciale palestra per scalatori.
Quando a colazione abbiamo esaminato la mappa, ci eravamo convinti che il Passo Giau fosse solo a pochi chilometri di distanza, poi però siamo stati colti di sorpresa dall’improvvisa salita da Caprile a Colle Santa Lucia, che sulla carta sembrava una piccola gobba, mentre in realtà è una scalata di più di 400 metri. Per di più il nostro livello di energie era in calo... La salita però è notevolmente panoramica, si eleva dagli chalet di Caprile sulle sponde rocciose del torrente Cordevole fino alla splendida chiesa bianca che sembra essere precariamente aggrappata al lato della montagna di Colle Santa Lucia.
Quando raggiungiamo i piedi dell’imponente Passo Giau, vicino a Codaloga, siamo distrutti, e ci prendiamo un momento di meritato riposo sotto le gigantesche reti disposte per trattenere le rocce che cadono dalle rupi.
Il Passo Giau è un gruppo imponente di montagne e ha una reputazione terribile; la scalata di 10 km comprende ben 29 tornanti, sale per 922 metri di dislivello e ha pendenze che arrivano fino al 9%. Per finire in bellezza, l’ascesa è una salita continua senza tregua finché non si raggiunge la vetta.

Sofferenza solitaria

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Alla sua prima apparizione al Giro del 1973, il quotidiano La Stampa lo descrisse come un passo alto, muscolare e oscuro. Proprio qui, nel Giro del 1992, il francese Laurent Fignon andò in crisi e perse oltre 30 minuti (riuscì a concludere la tappa solo grazie all’aiuto di Dirk De Wolf e di questo episodio si trovano in rete alcuni filmati).
Non come Fignon, ma anche io stavo soffrendo. Talmente tanto che dissi ai miei compagni di proseguire l’ascesa. “Io vi rallento e basta! Non pensate a me, mettetevi in salvo!”. A un certo punto di questo continuo serpeggiare tra le montagne vidi il duo italiano infilarsi in un tunnel e sparire dietro una curva. Poi però, arrivato nello stesso punto, erano svaniti nel nulla. Così è cominciata la mia sofferenza, 90 minuti in solitaria di passo lento. Andavo talmente piano che mi pareva che la mia catena fosse invischiata in uno strato di colla che si induriva lentamente nel tramonto del tardo pomeriggio.
I tornanti del Passo Giau sono tutti numerati (tornante 1, tornante 2...) cosa che a seconda dell’umore può indurre euforia o depressione. Ho trascorso tutta l’arrampicata fantasticando su cosa avrei potuto mangiare al mio arrivo tra salami, pizza, pasta al ragù, il tutto accompagnato da vino italiano. Quando raggiunsi Klaus e Roberto (ma è più corretto dire che mi hanno aspettato) sembravano traumatizzati anche loro.
Quasi a 2 km dalla vetta del Giau, si viene catturati dalla maestosità del paesaggio, e la sofferenza inizia a svanire. Il passo giace su un vasto altipiano ai piedi della cima Nuvolau Alto, e qui si è circondati da gruppi di rocce che assomigliano a coltelli, spade e baionette. La bellezza di questo luogo ti porta verso il cielo, mentre la gravità fa di tutto per riportarti al suolo. Soprattutto quando pedali: arrivato finalmente al tornante 26, ho visto la luce. La cima offre una veduta totale sulla regione montagnosa, e da qui si riconoscono molte delle cime che abbiamo incrociato durante il nostro giro.
Il Passo Giau è stato la Cima Coppi al Giro del 1973 e 2011, ed è facile immaginare questi vasti spazi gremiti di fan; oggi invece siamo soli, fatta eccezione per qualche motociclista.

La perfezione dell’immagine

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La discesa dal Passo Giau è interrotta da continui tornanti così decidiamo di tenere un passo costante per recuperare le energie e prepararci ad affrontare il valico più maestoso della giornata: il Passo Falzarego. Prende il nome dall’infido re del Regno dei Fanes, (Falzarego è formato dalle parole falza-rego, falso re), che è stato trasformato in pietra per aver tradito il suo popolo. Si raggiunge dopo 12 km di salita, ed è alto 2.105 metri. Dopo i colpi di scena e le inebrianti volute del Giau, la strada del Falzarego sembra disegnata con la riga: taglia dritta attraverso il paesaggio, dividendolo in due correndo tra i picchi. Da qui si prosegue fino a raggiungere il grande lago del Passo Valparola, che si trova a un’altezzza di 2.168 metri.
Anche questa volta il paesaggio è spettacolare, e questo non sfugge ai registi. Infatti, proprio durante il nostro tour, abbiamo incontrato un’attrezzata troupe televisiva che stava girando alcuni spot per delle nuove auto; siamo sicuri che presto rivedremo questi luoghi durante le pubblicità. Rientrare a Corvara dopo una giornata in bici, con le vette colorate dalla luce del tramonto, si comprende facilmente perché le Dolomiti attraggano così tanti turisti.
Come dichiarò una volta Reinhold Messner: “Non sono le più alte ma sono le più belle del mondo”. I registi di Hollywood e Nibali sono d’accordo.

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