di Mark Bailey
28 June 2022

Alaphilippe: "Voglio dare spettacolo". Ma Julian non sarà al Tour

Ormai è ufficiale: Julian Alaphilippe non parteciperà al Tour de France che scatterà venerdì da Copenaghen. Ma con quel suo modo di correre sempre all’attacco il francese ha conquistato gli appassionati di tutto il mondo e, soprattutto, due titoli mondiali consecutivi. Il suo segreto? Vivere il ciclismo come un divertimento. E non sarà la terribile caduta alla Liegi-Bastogne-Liegi a fargli cambiare approccio.

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Campione mondiale su strada nel 2020 e 2021, Alaphilippe ha vinto la Milano-Sanremo e la Strade Bianche nel 2019 e nel suo passato agonistico figura anche la specialità del ciclocross, dove da juniores vinse l’argento ai Mondiali di Tàbor del 2010. (foto Chris Blott)

Affascinante, audace e determinato, Julian Alaphilippe ha l’aria di un moschettiere spavaldo. Il suo volto spigoloso e il pizzetto disinvolto giocano sicuramente un ruolo importante in questo look, ma lo spirito battagliero di Alaphilippe diventa davvero evidente quando sale in bicicletta. Basta ricordare come ha infiammato (e vinto) l’ultimo Campionato del Mondo nelle Fiandre, in Belgio, con una serie infinita di attacchi e contrattacchi, scatti e allunghi che alla fine gli sono valsi la seconda maglia iridata. Alaphilippe corre con spregiudicatezza, ma anche con la capacità di emozionare e la voglia di dare spettacolo. Il che fa sorgere la domanda: gli basta vincere le gare o è un uomo che ha bisogno di vincere in modo eclatante?

«Ma no, non cerco di vincere in modo spettacolare a tutti i costi; però, se dovesse succedere, tanto meglio. Mi fa piacere», raccontava il campione francese, trent’anni, quando lo abbiamo incontrato in un momento di relax durante il ritiro invernale con la sua squadra (Quick-Step Alfa Vinile) a Calpe, in Spagna. «Il modo in cui guido la bici riflette il mio carattere: faccio tutto con il cuore e in questo modo ho vinto molto. Non mi piacciono le corse troppo tranquille: amo andare in bicicletta e non mi va di aspettare tutto il giorno per poi fare solo gli ultimi chilometri a tutta. Preferisco fare qualcosa che nessuno si aspetta e l’ultimo Mondiale è stata una delle gare che mi sono piaciute di più».

I due titoli iridati consecutivi di Alaphilippe sono sicuramente stati centrati in maniera spettacolare. Nelle Fiandre, durante l’edizione 2021, ha attaccato in modo deciso a cinquanta chilometri dall’arrivo, sbriciolando la resistenza dei suoi avversari con una raffica infinita di affondi per poi liberarsi di tutti sulla salita di Sint Antoniusberg e farsi in solitaria gli ultimi 17 chilometri che lo separavano dal successo. A Imola, l’anno precedente, aveva forzato pesantemente sulla salita finale, a 13 chilometri dalla conclusione, resistendo al ritorno degli inseguitori, per riportare finalmente il titolo mondiale in Francia, dove mancava dal successo di Laurent Brochard nel 1997.

Agli appassionati piace lo stile combattivo di Alaphilippe e non bisogna sorprendersi quando afferma che gli piacerebbe vedere un po’ più di vivacità nel gruppo. «Non sono il tipo che pensa di poter cambiare qualcosa», spiega, chiaramente consapevole di non voler sembrare troppo critico. «Ma mi rendo conto che negli ultimi anni il ciclismo sia cambiato molto. Sono arrivati molti ragazzi e sono stati subito forti.

Ma la mentalità del gruppo, in generale, è troppo “seriosa”, c’è poco divertimento: sono tutti così concentrati solo sugli allenamenti e sulle corse, su cosa devono mangiare, su quante ore hanno per dormire... Io non sono così, ma vedo sempre più giovani corridori fissati. Se sono felici così, e questo li aiuta, allora va bene. Ma forse se riuscissero a rendersi conto di quanto siano fortunati ad essere ciclisti professionisti, sarebbe ancora meglio. Riuscirebbero a divertirsi di più. Io ho visto con i miei occhi quanto sia bello questo mestiere e corro con questa convinzione. Corro a modo mio e, in gara, voglio anche divertirmi. E far divertire».

“Il modo in cui guido la bici riflette il mio carattere: faccio tutto con il cuore e in questo modo ho vinto molto”.

Campione in bici e stella del rock

Da dove viene questo desiderio sempre più raro di attaccare e di dare spettacolo? Forse nel fatto che Alaphilippe è un atleta istintivo, maturato senza dar troppo peso alle formalità o alle strategie tattiche dello sport. Cresciuto a Désertines, un villaggio appena fuori dalla cittadina medievale di Montluçon, nella regione dell’Alvernia-Rhône-Alpes, Alaphilippe ricorda i giorni in cui, quando era ragazzo, il Tour arrivò in città e ne rimase affascinato, in verità più dalla carovana pubblicitaria e dal contesto che dalla corsa vera e propria. «Non capivo nulla di ciclismo», ammette ridendo. «Ero incantato nel vedere la festa intorno alla tappa, con tutte quelle persone venute a vedere la gara. Ma non avevo idea di cosa effettivamente fosse il Tour de France. È divertente pensarci ora che l’ho corso così tante volte».

È stato il padre Jo (morto nel 2020 dopo una lunga malattia) a comprare al giovane Julian la sua prima bici, nella speranza di contenere lo spirito un po’ ribelle del figlio. Quel ragazzo non riusciva a stare fermo nemmeno in classe e questo potrebbe spiegare perché l’uomo oggi fatica a stare fermo nel gruppo. È una tesi condivisa anche dal cugino Franck Alaphilippe, compagno di allenamento di Julian nelle categorie minori, dove ha corso fino ai vent’anni, prima di studiare come coach e intraprendere la carriera di allenatore. Oggi è il preparatore di Julian, alla QuickStep.

«Era un bambino iperattivo, sempre in movimento, mai fermo», conferma Franck. «Da allora si è calmato molto, ma non è il ciclismo lo ha cambiato. La bici lo ha solo aiutato a maturare. In gara, a volte, fa ancora adesso errori tattici a causa del suo carattere; ma penso che il ciclismo lo abbia reso più calmo e paziente e lo abbia aiutato a gestire lo stress».

Proprio per il suo temperamento, Alaphilippe all’inizio è stato attratto maggiormente dal ciclocross, disciplina molto più dinamica. In gioventù si è distinto in un piccolo club chiamato US Florentaise e nel 2010, all’età di 17 anni, è arrivato secondo ai Campionati Mondiali Juniores di Ciclocross. Come altri suoi colleghi che arrivano dal ciclocross (Peter Sagan e Mathieu Van der Poel su tutti), attribuisce il suo modo di attaccare alla iniziale esperienza fuoristrada. «La pratica del ciclocross è utile all’esplosività e alla frequenza», spiega Alaphilippe. «Sono sforzi brevi ma davvero violenti e credo che sia per questo che ora riesco a replicare nelle gare su strada questo tipo di guida esplosiva».

Alaphilippe nei panni di un corridore senza costrizioni, con un approccio giocoso e un passato nella disciplina più intensa... è sicuramente una bella spiegazione. Eppure, il suo istinto di dare spettacolo potrebbe avere origini più sorprendenti.

Julian è un musicista. Ha iniziato a suonare la batteria da bambino e continua a esercitarsi ancora oggi. Appassionato degli AC/DC, Sting e The Police, ama tutti i generi, dal rock al chillout. La musica, sostiene, gli ha insegnato il ritmo, la disciplina e come lavorare in una squadra; ma gli ha anche conferito la percezione del talento e la voglia di intrattenere. Era solito suonare la batteria nella band di suo padre e una volta si esibì in un concerto nel suo paese. «Non è un segreto che io provenga da una famiglia di musicisti», sottolinea. «Da giovane suonavo la batteria e ho frequentato una scuola di musica per tre anni. Poi un giorno sono passato allo sport, ma la musica continua a rappresentare una parte importante della mia vita e suono ancora la batteria. La musica è presente in ogni giorno della mia vita e il suo ritmo scandisce ogni mia occupazione, bicicletta compresa».

Julian Alaphilippe è nato a Saint-Amand-Montrond, in Francia, l’11 giugno 1992. Professionista dal 2014, corre per la squadra Quick-Step Alpha Vinyl Pro Cycling Team. (foto Chris Blott)

L'aiuto della famiglia

La transizione di Alaphilippe da ribelle suonatore di batteria a rispettata superstar del ciclismo deve molto al sostegno della sua famiglia. Da ragazzo si allenava con il fratello minore Bryan, che in seguito è diventato pure egli un ciclista professionista; durante l’adolescenza, quando correva con il Team Entente Cycliste de Montmarault Montluçon, si allenava spesso di notte con suo padre che lo seguiva in macchina. E il cugino Franck era sempre lì, per aiutare. «Agli inizi ero solo felice di pedalare.

Non avevo idea di cosa significasse allenarsi», ricorda Alaphilippe. «Poi Franck ha iniziato a darmi alcuni piani di allenamento e presto ho capito che facevano la differenza». In pochi anni Alaphilippe iniziò a preferire le sfide della strada al caos del ciclocross e iniziò ad allenarsi così duramente che suo cugino dovette trattenerlo. «Quando volevo che facesse cento chilometri, gli raccomandavo di non superarne novanta», conferma Franck. «Se gli avessi detto di farne cento, lui ne avrebbe fatti centotrenta. Mi faceva ridere, ma col tempo ho capito che questo era il suo modo di lavorare».

Per fare esperienza su strada, nel 2012 Alaphilippe è entrato a far parte della squadra dell’Esercito francese L’Armée de Terre, prima di passare, nel 2013, alla nascente Etixx-IHNed. Tempo un anno e, nel 2014, le sue impressionanti prestazioni gli sono valse l’invito a unirsi al team World Tour Omega Pharma-QuickStep. «Fu il momento in cui abbandonai senza rimpianti il ciclocross per concentrarmi solo sulla strada. A dire il vero, facevo ancora un po’ di cross per puro divertimento personale, ma in realtà ormai pensavo sempre alla strada».

“In bici sono molto agile e sono convinto che questa qualità mi derivi da tutta l’esperienza maturata nel ciclocross, prima di passare alla strada".

Il rapporto con le Classiche

Da quando è passato professionista, Alaphilippe ha infilato una serie di successi straordinariamente diversificata, vincendo il Tour of California nel 2016, la Freccia Vallone e il Tour of Britain nel 2018, per poi conquistare sia la Milano-Sanremo che la Strade Bianche e, nuovamente, la Freccia, nel 2019.

Questo variegato mix di vittorie è dovuto al suo costante bisogno di nuove sfide mentali? O è semplicemente il risultato delle sue altrettanto variegate capacità atletiche? «Penso che sia una combinazione di entrambe le cose: quando sono arrivato in squadra mi sono reso conto che, sebbene avessi talento, non ero il miglior scalatore del mondo né il miglior velocista», racconta Alaphilippe.

«Ero solo uno che voleva vincere le gare, non mi interessava quale. Mi sono sorpreso quando sono arrivato secondo alla Freccia Vallone nel 2015 e ancor di più quando ho vinto il Tour of California, l’anno dopo; ma questo mi ha fatto capire che se avessi continuato a lavorare, avrei potuto vincere. Oggi molti corridori sono concentrati solo sulle cronometro o sulla montagna; io invece cerco di essere un po’ più completo, per poter dire la mia in molte prove. Certo, non sono il migliore contro il tempo. Certo, ci sono corridori più forti di me in salita. Io cerco solo di migliorarmi per essere competitivo dove voglio e ci sono molte gare che amo, come la Strade Bianche, le corse a tappe, alcune Classiche, alcune Monumento. Parteciparvi per me è un bene».

Tra una corsa e l’altra, Alaphilippe conduce una vita tranquilla ad Andorra con sua moglie Marion Rousse (ex ciclista professionista, direttrice di gara del Tour de France femminile e commentatrice televisiva) e il loro figlio Nino, nato la scorsa estate. Un placido andamento familiare potrebbe sembrare contraddittorio con il carattere irruente di Julian, ma per chi lo conosce bene non è una sorpresa. «È sempre lo stesso, indipendentemente dalla fama acquisita», assicura Franck. «Del resto, non fa il corridore per la gloria, né ottiene buoni risultati per lo status di celebrità».

Nel terribile incidente alla Liegi-Bastogne-Liegi, il 24 aprile scorso, Alaphilippe riporta la frattura di due costole, della scapola e un emopneumotorace che lo costringono all’immediato ricovero in ospedale e, ovviamente, alla sospensione temporanea dell’attività. (foto Chris Blott)

Quella maledetta caduta

Quest’anno Alaphilippe gareggia per la seconda stagione con la fascia arcobaleno e avrebbe voluto onorare al meglio la Maglia iridata nelle Classiche, dove ha qualche conto aperto. È vero che ha già vinto la Sanremo, la Strade Bianche e tre volte la Freccia Vallone; ma ha anche una questione in sospeso con la Liegi (due volte secondo, nel 2015 e 2021), con l’Amstel Gold Race (quarto nel 2019) e con il Lombardia (secondo nel 2017). «Quest’anno tutte le Classiche saranno importanti», affermava a inizio stagione, «e non è un segreto che spero di vincere il Fiandre o la Liegi o il Lombardia. E, perché no, dare anche una buona prova alla Roubaix».

Ma quest’anno il destino (o la sfortuna) ci ha messo lo zampino e ha scombussolato tutti i piani del corridore francese. Alaphilippe incappa in una prima brutta caduta alle Strade Bianche (dove però riesce a concludere la corsa, anche se malconcio) e poi nel terribile incidente alla Liegi, dove riporta la frattura di due costole, della scapola e un emopneumotorace che lo costringono all’immediato ricovero in ospedale e, ovviamente, alla sospensione sine die dell’attività. Addio onori alla Maglia iridata e, notizia dell'ultima ora, anche al Tour de France.

Senza la caduta di Liegi ci sarebbero potute essere tutte le premesse perché il ragazzo iperattivo di Désertines diventasse il primo francese a vincere finalmente di nuovo il Tour, dopo Hinault nel 1985

Il richiamo del Tour

Già, il Tour. Quella corsa a tappe che aveva affascinato il ragazzino Julian. Alla Grand Boucle Alaphilippe ha vinto sei tappe e, nel 2018, la Maglia a Pois (la Classifica scalatori). Poi, nel 2019, quattordici giorni in giallo, il quinto posto conclusivo e il Premio della Combattività. «La mia prima vittoria di tappa nel 2018 è stata molto emozionante. Ed essere sul podio degli Champs-Élysées con la Maglia a Pois è qualcosa di speciale», rievoca Alaphilippe. «E poi la mia prima Maglia Gialla, la mia prima vittoria dopo la nascita di mio figlio... ogni momento del Tour è un bel ricordo».

Insomma, senza la caduta di Liegi ci sarebbero potute essere tutte le premesse perché il ragazzo iperattivo di Désertines diventasse il primo francese a vincere finalmente di nuovo il Tour, dopo Bernard Hinault nel 1985. Franck Alaphilippe ne è convinto, anche se - già prima dell’incidente di Liegi - invitava alla prudenza. «Julian ha sempre detto che prima o poi proverà a fare classifica e si preparerà adeguatamente. Forse nel 2023 o nel 2024, non so... Non è nei programmi immediati: si difende bene nelle tappe di montagna, ma per il suo attuale modo di correre, per le aree in cui eccelle, sarebbe controproducente. Ci proveremo, ma a tempo debito».

Al netto della caduta di Liegi, lo stesso Julian sa che verrà il suo momento. Del resto, è il corridore di punta del movimento transalpino e il Tour è il palcoscenico principale del ciclismo francese. «Non voglio chiudere la carriera senza averci provato, anche se non so se sono davvero in grado di arrivare in giallo a Parigi. Ho fatto cinque Tour e, a parte il quinto posto del 2019, ho sempre concluso lontano dalla vetta. Per me è difficile iniziare l’inverno avendo in mente solo il podio di Parigi. Perché se vuoi salirci, devi pensare così. Vedremo...».

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