Bici Basso: la storia di un marchio, la storia di un uomo

Basso è il simbolo dell’autenticità italiana, e addirittura produce ancora le sue biciclette nel nostro Paese. Cyclist parla con l’uomo il cui nome è stampato su tanti tubi obliqui.

1/6

Bici Basso (foto Mike Massaro).

"Siete solo le seconde persone al di fuori dell’azienda a vederlo - ci comunica Alcide Basso -. Gli altri erano della rivista Tour”. Non mi sorprende: a precederci potevano essere stati solo dei giornalisti di una rivista tedesca di ciclismo. Ad Alcide Basso piacciono i tedeschi. Il catalogo che ci mostra è del 1978 e all’apparenza sembra il tipico catalogo di un’azienda ciclistica dell’epoca, con biciclette in acciaio prodotte da Basso nella sua fabbrica di Vicenza e con foto di uomini col cannello da brasatura a dimostrarlo.

Le bici sono in acciaio mentre la componentistica è orgogliosamente Campagnolo. Ma molto prima che il cliente interessato possa giungere a vedere le bici nel catalogo, viene intrattenuto con una lunga dissertazione sull’assetto in bici, la geometria e la biomeccanica, seguita da diverse sezioni che sembrano più documenti tecnici che materiale di marketing.

C’è una lunga spiegazione sulla brasatura, con ingrandimenti ravvicinati delle strutture dei tubi in acciaio, nonché spiegazioni delle tecniche di trattamento termico più utili per i tubi Columbus SL.

“L’accuratezza e la portata dei nostri studi era senza precedenti all’epoca - spiega Basso -. Dovevo trovare la mia strada, ero giovane e c’erano già Ugo De Rosa ed Ernesto Colnago. Avevo bisogno di conoscere i materiali meglio di chiunque altro, quindi ho studiato tutti gli stili di saldatura conosciuti all’epoca per trovare la soluzione migliore”.

Sulla parete fuori dall’ufficio di Basso c’è la fotografia di un uomo con gli occhi seri accanto a un ragazzo dai capelli chiari e a un uomo in tuta. Stanno tutti guardando un telaio che viene brasato. “Questo sono io con Eddy Merckx e suo figlio Axel nel 1979. Avevo aperto la mia prima azienda e Eddy stava aprendo la sua in Belgio. Erano venuti a Vicenza a trovare me e Campagnolo”. Ecco il grande campione, ritiratosi da meno di tre anni, che cercava la guida di qualcuno che era in attività da poco più di un anno. Sembrerebbe che Alcide Basso si stesse già facendo una reputazione.

Manchester

In fatto di produzione di bici, negli anni ‘70 e ‘80 l’Italia era la Cina d’Europa, non solo sede di aziende del calibro di Campagnolo e Bianchi, ma anche luogo di produzione di tutto quanto queste grandi aziende effettivamente vendevano. Gli affari andavano a gonfie vele e il resto del mondo viaggiava in scia all’Italia.

“Questa è stata la mia prima vendita importante, nel 1978. Sa a chi? Alla Harry Hall Cycles di Manchester. Ho incontrato Harry Hall al nostro stand al Salone del ciclo e motociclo di Milano e ricordo che mi chiese dove fosse la mia fabbrica. Non avevo una fabbrica! Avevo un’officina, ma lui volle venire con sua moglie a vedermi fare un telaio. Guidavano questa Jaguar verde, e sua moglie... Avevo solo 22 anni, sapete... questa macchina, questa bionda... wow! È tornato a Manchester e una settimana dopo ricevetti un telegramma e un assegno per 35 biciclette. Gli dissi: ‘non posso farlo, ho solo un dipendente, non posso prendere i tuoi soldi’. Ma lui mi rispose di comprare i tubi e che avrebbe aspettato”.

Fu una grande svolta per il giovane costruttore di telai, e il ricordo fa venire ancora gli occhi lucidi al sessantaquattrenne di oggi. “Dieci delle biciclette ordinate da Harry Hall erano in acciaio placcato oro, una moda all’epoca. Avevo un amico che lavorava in gioielleria e che aveva accesso a un macchinario per la placcatura in oro, così ho fatto questi telai dorati e li ho assemblati con un gruppo Campagnolo Super Record special edition - ingranaggi lucidissimi, bellissimi. Una di queste biciclette è stata messa in vendita su Ebay 30 anni dopo da uno svizzero e venduta per 8.000 euro. Una bici di 30 anni fa, riesci a crederci? In seguito mi è stato detto che l’avevano valutata 60.000 euro”.

Il rapporto di fornitura ad Harry Hall con bici di tutti i colori sarebbe continuato per molti anni, tuttavia fu un altro il vero punto di svolta per la produzione di Basso.

1/6

Alcide Basso ha costruito la sua azienda su tecniche di produzione specializzate, sviluppando un sistema di brasatura (un tipo di saldatura) che utilizzava rame e argento e poteva essere effettuato a temperature inferiori ai 500°C. Questo aiutava a mantenere l'integrità dei tubi d'acciaio sottili e a creare giunti robusti. Basso ha anche sviluppato dei propri movimenti centrali più resistenti.

Il legame con la Germania

Per quanto l’industria ciclistica italiana fosse in piena espansione, c’era molta competizione e c’erano molti costruttori di telai. Erano pochi quelli che riuscivano a mettere il loro nome sui tubi obliqui come avveniva nel Regno Unito, dove i negozi importavano dall’Italia, come Harry Hall.

Basso sapeva che il suo nome aveva più valore di molti altri in Italia, ma aveva ancora bisogno di trovare un mercato. “Ho due fratelli maggiori, uno, Marino, era un ciclista professionista, l’altro, Renato, stava studiando in Germania. Così sono andato a trovare Renato”. Si potrebbe pensare che la mossa più intelligente sarebbe stata quella di rimanere in Italia e far guidare a suo fratello Marino una bici Basso nelle gare importanti - aveva vinto delle tappe in tutti e tre i Grand Tours ed era stato anche Campione del Mondo in linea nel 1972. Ma naturalmente, come tutti i professionisti, Marino Basso era sotto contratto, probabilmente in sella a biciclette costruite da Ugo De Rosa nella squadra Molteni di Merckx. No, Alcide Basso aveva bisogno di un piano diverso.

“Sapevo che la Germania aveva l’Audi a Ingolstadt, la BMW a Monaco e, vicino all’università di mio fratello, la Mercedes-Benz e la Porsche a Stoccarda. Ho pensato che queste aziende avessero clienti locali che apprezzavano l’ingegneria di queste auto, e che quindi avevano la mentalità giusta per apprezzare anche bici di fascia alta”. Sembrava un discorso logico, ma c’era un problema: in Germania nessuno sapeva chi fosse Alcide Basso. Così lui e suo fratello andarono porta a porta.

“Ho bussato, ho insistito, sono andato nei negozi, nei concessionari, ho parlato con i costruttori di auto. Giravo col mio catalogo (quello con gli studi sui materiali) sotto il braccio e un telaio in spalla. Poi due persone importanti mi hanno aperto le loro porte. Una era Brügelmann e l’altra Stier”.

All’epoca, Brügelmann era una specie di Decathlon per corrispondenza, che dominava il mercato tedesco degli articoli sportivi, mentre Stier era più un rivenditore presso i negozi, che si occupava quasi esclusivamente di aziende ciclistiche italiane.

“Brügelmann era così potente che poteva dettare i prezzi sul mercato. Ogni rivenditore, negozio o meccanico aveva una copia del catalogo Brügelmann nel cassetto della scrivania. Stier era molto diverso, contava più di 2.000 rivenditori e riusciva a rifornire i paesi comunisti: Germania dell’Est, Polonia, Russia. Ricordo che il signor Stier viveva al primo piano e sua madre gli calava giù la colazione dal piano di sopra! Ma avevano una reputazione eccellente”.

Trecento telai furono ordinati solo da Stier, e Basso dice che la Germania è ancora oggi uno dei maggiori mercati per la sua azienda. “E sapete perché? Perché mettiamo la faccia accanto al nostro marchio. Una volta, un telaio che avevamo fatto si era stortato. Nevicava così forte che non potevamo guidare, così io e mio fratello abbiamo camminato nella neve, di notte, fino alla casa di quell’uomo e abbiamo ritirato il telaio. La sera seguente era dritto e lui era di nuovo in sella”.

Tempi moderni

Oggi la Basso ha ancora sede a Vicenza, anche se il business si è esteso notevolmente e il catalogo è dominato dal carbonio e non dall’acciaio. Tuttavia, mentre la maggior parte dei concorrenti di Basso ha spostato la propria produzione in Estremo Oriente, i telai in carbonio di Basso sono ancora tutti realizzati in Italia, in una fabbrica partner che lavora nelle vicinanze e in cui Basso ha investito. Anche i suoi attacchi manubrio di alta gamma sono lavorati da un’azienda locale, un’impresa piuttosto seria in un mondo che si basa sui margini. Ma i margini, a quanto pare, non sono ciò che guida Alcide Basso.

“Il mio primo dipendente è andato in pensione solo lo scorso aprile; tutti restano con me 30, 35 anni. Ma prima che queste persone vadano in pensione, insegnano alla generazione successiva, faccio in modo di affiancare i nuovi dipendenti per diversi anni. È più costoso, sì. Potrei andare in Asia o da qualche altra parte in Europa dove la manodopera è più economica, ma perché? Qui abbiamo tutti i cervelli che servono per costruire bici e voglio che i miei dipendenti possano andare al lavoro in bicicletta, non guidare per tre ore”.

Tutti obiettivi lodevoli, ma il luccichio nei suoi occhi potrebbe indicare un altro motivo che tiene Basso saldamente radicato in Italia. “Abbiamo ancora dei telai in acciaio che produciamo qui, e quando posso li saldo. L’ultimo è stato ieri. Sono un operaio. La fabbrica è il mio posto e sono più felice quando posso lavorare con le mie mani”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA