di Riccardo Torchia - 20 febbraio 2020

Alfonso Torchia, una vita da Pistard

Pochi giorni fa ci ha lasciato Alfonso Torchia, ciclista d'altri tempi. Gareggiò al Vigorelli e al velodromo Appio, prima di entrare nella Divisione Folgore. Tante vittorie e una seconda carriera come allenatore. Collaborò anche con la rivista Ciclismo

1/6

Foto del giro d'onore di Torchia- Padellini dopo la vittoria a Bologna contro la coppia Olimpica Pozzi-Guerra nel Campionato Italiano velocità Tandem

Alla soglia dei suoi cento anni di vita ci ha lasciato Alfonso Torchia, classe 1920, ciclista d'altri tempi. Protagonista di anni ed anni di gare in pista prima della guerra e dopo quando tutto ricominciava con fatica, tanto lavoro ed enormi sacrifici. Ma con caparbietà inizia ad inseguire la sua passione fin da 14 anni di età.

Allora possedere una bicicletta era per tutti un miraggio, e per averla il lavoro sodo non bastava. Servivano anche tante rinunce che facevano parte della vita semplice di allora. Ma già a sedici anni arrivano le prime vittorie con un mezzo fatisciente con cerchi in legno, che lo portano poi con altri mezzi alla soglia del 1939 con partecipazioni sempre positive ai Campionati Italiani Gil, che consacravano allora tutti i ciclisti emergenti. Già prova l'esaltazione del velodromo Vigorelli di Milano che calcherà per molte gare. Tanti anni dopo, scrivendo più di qualche articolo per la casa editrice Edisport sulla rivista Ciclismo, ricordò l'emozione del primo ingresso in questo tempio della velocità che definì "Una pista odorosa di pino". Visto che l'anello era ricoperto tutto da tasselli di legno levigato.

Molte gare, che lo cominciano a mettere in evidenza per le di lì a breve Olimpiadi e Campionati del Mondo, si svolgono nel centro della velocità che era allora il velodromo Appio alla periferia di Roma. Appunto nei pressi della via Appia, ormai completamente abbattuto. Ancora sacrifici immensi fatti di alzate alle quattro di mattina per altrettante quattro ore di allenamento, per poi andare a lavorare alle otto della mattina stessa. Ma un temibile, quanto invincibile avversario si pone davanti a lui e a tanti altri atleti di quel periodo: la seconda guerra mondiale. Anche se nei primi mesi riesce a far parte ancora della schiera di atleti tenuti in serbo, e fatti gareggiare dal regime, alla fine inesorabilmente tutte le storie finiscono al fronte. E così entra, e pensiamo sia stato sicuramente fino a pochi giorni fa, l'ultimo paracadutista vivente della famosa Divisione Folgore che perirà quasi tutta sulle sabbie di El Alamein. Scampato per un soffio alla tragedia continua la guerra in altri corpi fino alla fine dell'occupazione.

Nel '45 riparte la sua avventura fatta di tante gare, diversi secondi posti, battendo Teruzzi ma finendo secondo dietro a Politi nei Campionati Italiani velocità su pista disputati al Vigorelli nel '46. Tante gare su tutti i velodromi d'Italia che lo fanno diventare un beniamino degli appassionati dell'epoca fino alla bella cifra finale di 120 vittorie, tutte in gare titolate e contro grandi Campioni spesso più titolati di lui. Tantissimi i ciclisti anche stradisti che si misurano nelle gare in pista tipo Coppi, da lui stimato amico e compagno di allenamenti. Vince i campionati laziali velocità nel 1947, '48, '49. Nel '50 ancora Campione Laziale velocità e velocità Tandem. Entra in Nazionale negli anni '47 e '48. Fino ad arrivare, sempre nel '49, a vincere a Bologna, in coppia con l'altro romano più giovane di lui Vittorio Padellini, il Campionato Italiano velocità Tandem davanti alla plurititolata coppia di Campioni Olimpionici Pozzi- Guerra. Ma la carriera ormai deve misurarsi con l'età, che non è più quella del giovane atleta degli anni '40. Così, lasciata la bicicletta, diventerà allenatore dietromotori, i cosidetti stayers, con le poderose moto Beltramo-Anzani portando ciclisti del calibro di Messina, Bevilaqua, Monti, Bergomi, Baldini e tanti altri.

Negli anni seguenti l'inevitabile fine della carriera. Con l'eterno rimpianto, che porterà per sempre fino alla fine della sua vita nei suoi racconti e nei ricordi narrati, di non essere riuscito per eventi avversi a partecipare a ben due Olimpiadi, quelle del '40 e '44, e sei edizioni di Campionati del Mondo annullati per gli eventi bellici. Quando la forma e la forza erano pronti a fare dei sogni una splendente realtà. Rimangono le tante foto di un epoca lontanissima di sport, e i tanti ritagli di giornale ingialliti che riportavano le sue vittorie. E così oggi è suonata inevitabilmente la campana dell'ultimo giro per un atleta del passato, inossidabile nella passione e nella sua dedizione, per il più difficile sprint della sua vita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA