Allan Peiper, la mano invisibile che ha guidato Pogacar all'ultimo Tour de France

Come direttore sportivo della UAE Team Emirates, Allan Peiper è l’uomo che ha guidato Tadej Pogacar alla sua incredibile vittoria all'ultima edizione del Tour de France. Racconta a Cyclist di quella gara a cronometro, del suo recupero dal cancro e della condivisione del letto con Eddy Planckaert.

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Allan Peiper (foto kevin Faingnaert).

"Davvero buono, Tadej! Ok, 600 metri al cambio della bici”. È la tappa 20 del Tour de France 2020, l’unica prova a tempo della corsa e l’ultimo giorno della classifica generale. Allan Peiper, direttore sportivo dell’UAE Team Emirates, sta parlando alla radio con Tadej Pogačar, secondo in classifica, che sta per cambiare la sua bici da cronometro con una bici leggera da strada prima della salita alla Planche des Belles Filles. Il momento cruciale di quella che si sta trasformando nella più drammatica giornata del Tour de France degli ultimi 30 anni si sta avvicinando. In macchina, gli occhi di Peiper sono spalancati per concentrarsi. Tutto sembra tranquillo. Poi improvvisamente un colpo di clacson. Una moto della televisione si è posizionata tra l’auto e le transenne. Peiper si guarda intorno scioccato. Per mesi la sua squadra ha pianificato questo momento e ora una moto rischia di far deragliare l’intera operazione. “Via, via, via, fuori dai piedi!” grida un incredulo Peiper.

La moto si allontana. L’auto rallenta. Il momento è arrivato. Vasile Morari, il meccanico responsabile del cambio delle bici, salta fuori, toglie rapidamente una bici dal tetto e pochi secondi dopo sta mandando via Pogačar. Morari risale in macchina e Peiper si allunga per stringere la mano di Morari. “Bel lavoro, amico”, dice.

Sono passati quasi due mesi, in una giornata fredda e grigia di d’inverno, quando Cyclist raggiunge Peiper su Zoom. È in Belgio, dove ha vissuto per la maggior parte degli ultimi 40 anni, ed è appena tornato da un giro in bicicletta di tre ore con un rappresentante della Shimano, “parlando di lavoro” mentre pedalavano. Ora sta sorseggiando una bevanda calda, avvolto in un maglione di lana con collo a polo, felice di riflettere su quella gara a tempo.

“Quella mattina mi sentivo davvero stressato - racconta Peiper -. Ero nervoso perché avevo preso tutte le decisioni: sull’equipaggiamento, sul cambio della bici, sulle gomme e la loro pressione e su tutto ciò che sarebbe successo quel giorno. Potevo solo immaginare che qualcosa andasse storto e che potesse cambiare enormemente il volto della gara. Ero un fascio di nervi”.

Peiper aveva da tempo indicato la prova a tempo come il momento cruciale. Era andato alla salita Planche des Belles Filles in giugno, guidando e percorrendo il percorso, prendendo appunti sui rapporti che sarebbero stati necessari per la corsa a cronometro e dove avrebbero dovuto completare il cambio della bici. Dico a Peiper che di recente ho rivisto la tappa e ho notato che mentre l’UAE ha effettuato il cambio della bici di Pogačar in una zona transennata, Jumbo-Visma ha completato il cambio dell’allora leader della corsa Primož Roglič dopo circa 400 metri lungo la strada, tra gli spettatori. Quando chiedo se la presenza di barriere è stato un fattore che ha determinato in quel momento la scelta di Peiper, sorride. “È una storia divertente” dice.

Sulla via del ritorno dalla sua ricognizione di giugno Peiper aveva chiamato ASO per sapere se fosse stata identificata una zona designata per il cambio bici. È stato indirizzato al capo commissaire, Luc Herpelinck. “Ha detto, ‘Guarda, non l’abbiamo ancora visto ma se sei laggiù e hai delle idee sarebbe fantastico’. Così quando siamo tornati con Tadej (a luglio) e abbiamo provato il cambio di bici mi sono rimesso in contatto con lui”.

Peiper ha detto a Herpelinck il punto che pensavano funzionasse meglio: “Proprio dove diventa ripido e sei più o meno alla velocità di salita”. Quando sono arrivati per la tappa, era esattamente dove c’erano le barriere: “Proprio nella zona di cambio bici dove avevamo deciso”.

Nelle ore prima che Pogačar scendesse sulla rampa c’era un’aria rilassata intorno alla squadra. Peiper è andato in autobus per cercare di calmare la sua mente, “facendo un paio di esercizi di yoga, pose di cinque minuti e un po’ di respirazione”, spingendo Alexander Kristoff a scattare una foto e inviarla al gruppo di corridori, commentando che, “D’ora in poi ogni gara a tempo deve avere il direttore sportivo che medita nel retro del bus!”.

Nel frattempo, Pogačar, in maglia bianca come miglior giovane corridore, ha visto i meccanici della squadra costruire una bici da strada Colnago anch’essa bianca da usare il giorno seguente, sorridendo tra sé e sé del fatto che nemmeno i suoi stessi meccanici credevano che potesse vincere la maglia gialla.

“Chiunque altro che conosco in quella posizione sarebbe stato in preda allo stress, non in grado di sorridere - riflette Peiper -. Questa è la forza di Tadej”. Il cambio della bici è andato esattamente secondo i piani. “Vasile ha davvero mantenuto la calma, ha fatto il suo lavoro e siamo ripartiti”, dice Peiper. E così poco meno di 20 minuti dopo l’auto degli Emirati Arabi Uniti era scossa dal suono delle risate di festeggiamento. Pogačar aveva vinto la tappa e tolto due minuti a Roglič per rivendicare la vittoria assoluta. È stata una delle giornate più drammatiche viste al Tour, ma per Peiper ha avuto un significato molto più grande.

Allan Peiper (foto kevin Faingnaert).

Peiper è nato nel 1960 nella piccola città di Alexandra, nel Victoria, circa 140 km a nord-est di Melbourne. Ha ricordi contrastanti della sua infanzia. Suo padre era nel settore bancario e la famiglia si spostava spesso.

“Mio padre era un alcolizzato e ha avuto molti problemi con la famiglia a causa di questo, il che mi ha segnato in molti modi, ma direi che è stata probabilmente la mia spinta nella vita a voler avere successo”, dice.

Ma ci sono anche ricordi più felici - ricordi di quando andava in bicicletta per la prima volta in campagna con il suo cane al fianco, mettendo trappole per conigli e pescando trote. “Mi immaginavo come uno dei primi esploratori in Australia, accampato vicino al fiume. Quella parte della mia vita è stata molto bella”.

Quando aveva 16 anni, i genitori di Peiper si separarono. Solo due settimane dopo sua madre gli disse che sarebbe tornata da suo padre. Peiper le disse che non sarebbe andato con lei. “Lei disse solo OK, così più o meno ero sulla strada”, ricorda.

Peiper, che a quel tempo stava trovando il successo come junior, si trasferì presso la famiglia di un amico. Scelse anche di non frequentare più la scuola, lavorando invece per guadagnare i soldi necessari a viaggiare in Europa. Arrivò in Belgio due settimane dopo il suo 17° compleanno insieme al compagno australiano Brian Gillen. La coppia soggiornò in una vecchia macelleria con la plastica sopra le porte e le finestre, con i ganci per la carne ancora appesi al soffitto. Correndo nel circuito juniores si è imbattuto nel futuro vincitore del Giro delle Fiandre e della Parigi-Roubaix, Eddy Planckaert, che aveva 18 mesi più di Peiper ed era molto temuto dagli altri corridori junior.

“Ero un giovane arrabbiato, ma lui mi rispettava perché correvo forte - racconta Peiper -. Mi prese in simpatia e quando vide dove vivevo disse a sua madre che non potevano lasciarmi stare lì”. E così il giovane australiano andò a vivere con i Planckaert.

Era approdato con i reali del ciclismo belga: i fratelli maggiori di Eddy, Walter e Willy, avevano già vinto rispettivamente il Giro delle Fiandre e la maglia verde al Tour de France. Ma nonostante tutto, non avevano un bagno o l’acqua corrente in casa.

“C’era solo una pompa in cucina, ma si sono presi cura di me - dice Peiper -. Dormivo nello stesso letto di Eddy, Walter viveva nella porta accanto, Willy un po’ più lontano. Ho imparato da loro la durezza del ciclismo agonistico. Non abbiamo mai pedalato uno accanto all’altro quando ci allenavamo, eravamo sempre in fila indiana, sempre un chilometro davanti. Facevamo 100 km in tre ore ogni giorno in bicicletta”.

Un problema di salute lo costrinse a ritornare in Australia nel 1979, e Peiper ha ricominciato a correre solo alla fine del 1980, prima di accettare un’offerta per unirsi al prestigioso club amatoriale ACBB di Parigi per la stagione 1982. ACBB aveva aiutato atleti del calibro di Stephen Roche, Robert Millar e Sean Yates a raggiungere i ranghi dei professionisti, ma Peiper dice che non si sentiva particolarmente benvenuto lì e ha quasi gettato la spugna per tornare in Belgio. Alla fine ha resistito e ha finito la stagione con 14 vittorie. Poi, è arrivata la chiamata di Peugeot.

Allan Peiper (foto kevin Faingnaert).

Peiper ha trascorso 10 anni come corridore professionista, con una vittoria di tappa al Giro d’Italia e una vittoria a cronometro a squadre al Tour de France, entrambe ottenute con Panasonic nel 1990, probabilmente i suoi risultati migliori.

Descrive la sua carriera in tre fasi, allineate con le tre squadre per cui ha corso: i suoi primi anni con Peugeot, “trovando me stesso e facendo il mio lavoro”; le sue cinque stagioni alla Panasonic, “una squadra dura con buoni corridori... ci sono stati momenti in cui mi sono sentito sottovalutato”; e infine il suo canto del cigno con Tulip Computers, “mi ha dato la miglior opportunità della mia carriera... Stavo cercando di reinventarmi, ma non riuscivo davvero a trovare il modo”.

Dopo il gran clamore di una vittoria del Tour, per tutti i personaggi coinvolti arriva un momento in cui sono finalmente da soli a riflettere tranquillamente sul risultato. Per Peiper questo momento è arrivato quando era ancora in cima alla salita.

“Matxin (Joxean Fernández, team manager della UAE che aveva guidato) era salito al traguardo e Vasile doveva occuparsi delle biciclette, così mi solo ritrovato solo - ricorda -. Ho camminato verso i ragazzi del Jumbo-Visma e mi sono congratulato con loro, questo è stato il mio primo gesto, poi sono tornato alla macchina e ho avuto un momento in cui sono tornato lucido e la mia vita mi è passata davanti agli occhi, dall’arrivo in Belgio, la mia carriera da professionista, il ritorno come direttore sportivo, passando attraverso diverse squadre, ma soprattutto passando attraverso cinque anni di terapie per il cancro e rialzandomi ogni volta”.

Peiper continua, la sua voce si incrina per l’emozione: “Cercare di ritrovare la fiducia in se stessi, cercare di trovare la propria strada in un mondo difficile, e poi vincere il Tour de France. Tutto questo mi è passato per la mente e ho pianto profondamente. È stato davvero il culmine di tutta la mia vita”.

È facile capire perché la vittoria ha avuto un impatto emotivo così immediato su Peiper e lo fa ancora oggi. Nell’aprile 2019 gli era stato diagnosticato un cancro alla prostata che si era diffuso a uno dei polmoni e alle ossa.

Era la seconda volta in cinque anni che Peiper riceveva una diagnosi di cancro e per cinque mesi si è sottoposto a un intenso trattamento, al punto che quando il Tour 2019 è passato nella sua città non era in grado di camminare per 100 metri lungo la strada per guardare il passaggio del gruppo.

“Sono passato attraverso due operazioni e 40 sessioni di chemio... il trattamento ormonale, il recupero delle energie e poi dover tornare a fare tutto di nuovo - racconta -. Riprendere la mia vita e poi vincere il Tour de France, non c’è niente che possa sostituire questo. Se domani le cose dovessero andare peggio, niente e nessuno potrà portarmi via tutto questo”.

Allan Peiper (foto kevin Faingnaert).

Dopo il ritiro, avvenuto nel 1992, Peiper ha trascorso più di un decennio lontano dallo sport. È tornato nel 2005 quando Marc Sergeant gli ha offerto un lavoro di direttore sportivo alla Davitamon-Lotto.

“Molto era cambiato in quegli anni, quindi c’erano cose che dovevo imparare - dice -. Ma sono tornato in questo mondo con un entusiasmo infinito per il lavoro e questo ha fatto una grande differenza rispetto a ciò che mi ero perso”.

Da allora è rimasto, dirigendo corridori come Cadel Evans, Philippe Gilbert e Mark Cavendish. Alla Garmin ha guidato il canadese Ryder Hesjedal alla vittoria al Giro d’Italia 2012. Gli chiedo quali paragoni può fare tra quel successo e il Tour del 2020.

“Nel 2012 abbiamo avuto aiuto da due scalatori come Christian Vande Velde e Pete Stetina, quindi sapevamo di dover utilizzare le loro risorse molto bene - dice -. La stessa cosa è successa quest’anno perché abbiamo perso Fabio Aru molto presto. Davide Formolo aveva una clavicola rotta, David de la Cruz aveva un coccige incrinato, quindi come squadra stavamo zoppicando su una gamba sola. Nel primo giorno di riposo ho spiegato le somiglianze e la mia convinzione che se avevamo potuto farlo allora, potevamo farlo anche adesso. Credo che tutti abbiano pensato che li stessi solo prendendo in giro, ma io credevo davvero che ce l’avremmo fatta”.

Il nostro tempo sta volgendo al termine, ma prima che se ne vada dico a Peiper che voglio leggergli un passaggio di un libro che sto leggendo, scritto dall’ex allenatore NBA Phil Jackson, che penso possa essere di suo gradimento. Con mia grande gioia Peiper conosce Jackson, avendo letto uno dei suoi libri precedenti. Apro il libro e leggo ad alta voce: “Alcuni allenatori sono ossessionati dal vincere trofei; altri amano vedere le loro facce in TV. Quello che mi commuove è vedere giovani uomini legare insieme e attingere alla magia che nasce quando si concentrano, con il cuore e l’anima, su qualcosa di più grande di loro. Una volta che l’hai sperimentato, è qualcosa che non si dimentica”.

Guardo il mio schermo e vedo Peiper che annuisce. “Questo mi sembra molto vero - dice -. Facilitare gli atleti a raggiungere il loro massimo potenziale è ciò che voglio veramente. Dal feedback che ho avuto da molti campioni nel corso degli anni questo è ciò che ricordano di più. Penso che potrei definirlo il mio marchio di fabbrica. Ciò che mi attira, ciò che mi fa entusiasmare, è voler ottenere il massimo da un corridore e sostenerlo nel miglior modo possibile”.

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