a cura della Redazione - 13 novembre 2019

Antonio Cellie, l'agonismo nel dna

Dal 1995 Antonio Cellie si dedica esclusivamente alla consulenza e alla docenza nell’area del Marketing Management. L’amministratore delegato di Fiere di Parma punta a qualificarsi nel 2020 ai Mondiali Ironman che si tengono ogni anno a Kona

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Per me la bici è una delle tre discipline del Triathlon. Quando facciamo un Ironman ci passiamo sopra più di 5 ore delle oltre 10 totali. Pedalo quasi quotidianamente grazie anche a un magnifico simulatore della Elite.

Questo sport impone una grande disciplina: sveglia all’alba, pochi pranzi e cene fuori, e l’abbigliamento per nuotare o correre/pedalare in palestra sempre con me… A volte nascosto nello zaino da lavoro sotto il Pc.

Tendenzialmente mi alleno tutti i giorni, almeno un’ora per un totale di circa 400 ore all’anno. Faccio almeno un Ironman, in Italia o all’estero, e due gare di tutte le specialità: 2 sprint, 2 olimpici, 2 mezzi Ironman.

Una gara che mi è rimasta nel cuore è l’Ironman di Maiorca, c’erano un clima e un’organizzazione perfetti, un mare cristallino e un percorso in bici duro e vallonato come piace a me. Infatti, mi entusiasma la salita pedalabile perché non sono certamente un grimpeur e i piattoni sono abbastanza noiosi.

Il bello della bici è che impari a sentire cosa ti dice il tuo corpo, vivi la sfida con te stesso. La bici ti fa fare un’attività aerobica senza che il tuo corpo ne risenta come con la corsa a piedi. Se faccio un lungo di running, sento dolori alle caviglie e alle ginocchia, cosa che non avverto dopo avere trascorso tante ore in sella. Un po’ come col nuoto.

I risultati migliori li ho ottenuti due anni fa, andando a podio in molte gare nazionali che ho fatto. Ero particolarmente allenato e avevo il vantaggio di essere appena passato di categoria, che cambia ogni 5 anni, ero fra i più giovani. Il mio obiettivo è qualificarmi ai Mondiali di Kona nel 2020, ovvero al mio primo anno da M4. La mia fortuna è che abito sulle colline della Val d’Enza, al confine fra Parma e Reggio Emilia. Con la bella stagione, parto per andare in bici fino al mare in Liguria, dove trovo il resto della mia famiglia: mia moglie e tre figli.

Non seguo tabelle, non ho un preparatore atletico. Preferisco non avere alcun programma e andare a sensazione, in base a come mi sento. Ho un regime alimentare normale, piuttosto indulgente. Mangio e bevo senza rinunce. Lo sport deve essere un piacere e non una schiavitù.

Mi piace l’endurance, faccio pure granfondo sia su strada sia in mountain bike per prepararmi all’Ironman annuale che generalmente è a settembre oppure ottobre. Non partecipo alle corse in circuito perché non mi piace quel tipo di bagarre. L’anno scorso ho fatto la Hero a Selva di Val Gardena come preparazione. Faccio anche gare di Xterra, cioè quel triathlon in cui si pedala su una mtb e la corsa è un trail.

Da ragazzo ho fatto tanto sport agonistico: atletica, motocross, sci. Poi, da adulto, squash: ero fra i primi 30 in Italia. Ma è nato il mio primo figlio, mi sono trasferito in campagna e non potevo più allenarmi in modo appropriato. Mi sono così spostato sugli sport di resistenza. Ho iniziato a fare separatamente ciclismo e running, poi ho aggiunto il nuoto. Il passaggio al triathlon è stato naturale.

Ho una Cannodale Lefty come mtb, due Merida da strada e una Kuota da crono. In famiglia siamo tutti sportivi. Mia moglie va in bici e nuota, mio figlio più piccolo è un campione dello sci a livello nazionale e pedala in estate per mantenere il fondo. Pure mia figlia è una sciatrice e combatte sul ring di MMA, mentre mio figlio più grande è stato un ottimo rugbista e sciatore, ora corre a piedi a ottimi livelli.

Vorrei fare un’esperienza di cicloturismo attraverso l’Europa o negli Stati Uniti. Probabilmente da solo. Vorrei compiere una traversata importante per la distanza e i dislivelli percorsi. L’idea di conciliare mete turistiche a questo sport mi affascina parecchio. Magari proprio sull’americana Route 66.

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