di James Spender - 28 ottobre 2019

Arizona rovente

Nel cuore delle montagne di Santa Catalina, vicino a Tucson si erge Mount Lemmon, una salita leggendaria per gli americani e dalla bellezza mozzafiato

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Immagini Patrick Lundin

Sto pedalando ormai da tre chilometri quando finalmente mi si accende la lampadina: “Jojo left his home in Tucson, Arizona, for some California grass

(Jojo lasciò la sua casa a Tuscon, Arizona, per qualche pascolo della California)”. È “Get Back” dei Beatles la ragione per cui nella mia mente Tucson e l’Arizona sono indissolubilmente legati, e probabilmente questo spiega come mai prima di imbarcarmi in questo viaggio sapessi in quale stato si trova.

Nei tre chilometri percorsi (o meglio due miglia, perché siamo negli Stati Uniti) il mio compagno di pedalata Miguel mi ha spiegato che Tucson è la seconda città dell’Arizona dopo Phoenix – mezzo milione di abitanti – e che l’Arizona è uno degli stati che formano la cosiddetta regione dei “quattro angoli”, l’unico punto del territorio degli Stati Uniti in cui si toccano quattro stati (gli altri sono Utah, Colorado e New Mexico).

Miguel mi dice che ha passato i mesi invernali ad allenarsi con il secondo classificato della Liegi-Bastogne- Liegi, Michael Woods, uno dei tanti canadesi che d’inverno migrano nell’angolo sudoccidentale degli Stati Uniti per fare il pieno di sole. Poi mi informa che i cactus qui sono una specie indigena protetta. Il saguaro gode a tal punto di uno status privilegiato che quando Miguel ha fatto ristrutturare la sua casa un incaricato del comune ha supervisionato la messa a dimora di un saguaro in giardino. Lo prevede la legge. C’è gente che è finita in galera per aver rubato questi cactus, che sul mercato nero sono quotati migliaia di dollari.

Non sorprende dunque che a Tucson le case con un saguaro in giardino costino di più. Mentre attacchiamo la salita di Mount Lemmon, nella Foresta nazionale di Coronado, mi sento completamente alla mercé dei saguaro. Ne siamo in effetti circondati.

Mount Lemmon è per gli abitanti di Tucson quello che è Sa Calobra per i maiorchini. Una mecca d’asfalto che sale per oltre 27 miglia a est di Tucson e serve la città di Summerhaven e la Ski Valley (in effetti qui nevica abbastanza da rendere possibile lo sci) per terminare all’Osservatorio di Mount Lemmon, a 2.792 metri sopra il livello del mare. Come Sa Calobra, progettata da Antonio Parietti Coll, anche questa strada ha un padre celebre. Il generale Frank Harris Hitchcock era un politico di Washington; agli inizi del Novecento, quando era ministro delle Poste, introdusse numerose innovazioni nella distribuzione della posta (una di queste fu il servizio di posta aerea). Nel 1929 Hitchcock divenne coproprietario del quotidiano locale Tucson Daily Citizen e si stabili in città. Di fronte alle incredibili temperature estive dell’Arizona, ricorse ai propri contatti per commissionare la costruzione di una strada che permettesse agli abitanti di trovare riparo tra le fresche montagne di Santa Catalina.

Il cantiere fu aperto nel 1933, fece uso di manodopera carceraria e durò 18 anni. Hitchcock morì due anni dopo l’inizio dei lavori, ma la strada che Miguel e io stiamo ora percorrendo fu denominata “Hitchcock Highway”. e vide la costruzione di un monumento in onore di Hitchcock a Windy Point, 14 miglia più su rispetto al punto in cui ci troviamo ora. Data la lentezza della nostra andatura, a svariati giorni di distanza.

Per l’andatura non posso dare la colpa a Miguel. Lui è un corridore di categoria élite e gareggia per il locale team Landis Cyclery (nessun rapporto con Floyd). Ha gambe come sequoie e probabilmente c’è più grasso in un litro di latte che in tutto il suo corpo. E corre un casino. A 19 anni si è arruolato nella US Air Force e a 40 anni si è congedato. Oggi di anni ne ha 46, e grazie alla pensione non è costretto a lavorare. Così dedica le sue giornate alla bici. No, decisamente non posso dare la colpa a Miguel. Così decido di incolpare la ciambella che ho mangiato a Le Buzz Caffe prima di attaccare la salita. In puro stile americano, la mostruosità glassata conteneva circa la metà del mio fabbisogno calorico giornaliero.

Sul momento mi sono detto che mi serviva a caricarmi, ma adesso è un bel peso morto sullo stomaco. E poi il mio corpo non è ancora completamente sveglio, cosa che di certo non aiuta. Sono le sei del mattino, l’ora giusta per scalare Mount Lemmon senza finire annientati dal calore diurno. Sulla salita avvistiamo un certo numero di colleghi ciclisti. La gran parte di loro conosce Miguel.

Mentre procediamo lentamente, i saguaro si fanno più numerosi. Data la loro forma, che ricorda il corpo umano, non stupisce che fossero stati soprannominati los viejos dai nativi americani della nazione Tohono O’odham. Miguel mi informa che il primo braccio di un cactus impiega almeno 70 anni a crescere.

Pare proprio che i saguaro siano fondamentali per la vita nel deserto: tradizione vuole che fornissero ai Tohono O’odham un po’ di tutto, dal vino agli aghi per cucire, dalla marmellata ai materiali da costruzione. Su di essi si nascondono i rettili, i mammiferi li mangiano e gli uccelli ci vivono dentro: i picchi scavano buchi nella parte superiore del tronco per farci il nido. I saguaro sono presenti esclusivamente nel deserto del Sonora, che abbraccia l’Arizona, la California e il Messico. E mentre percorriamo il nostro tappeto d’asfalto sembra quasi che questi vecchi, le braccia sollevate, ci stiano salutando e incoraggiando.

Superiamo alcuni lunghi tornanti e presto la viscosa distesa di Tucson scompare dalla vista. Le temperature più fresche, però, devono ancora farsi sentire. In corrispondenza con la pietra miliare zero, 880 m sopra il livello del mare, c’erano 18°C. Dopo quattro miglia e dopo essere saliti di quasi 500 m, ci sono 31°C. Almeno la pendenza è clemente e dovrebbe restare così per gran parte della salita, con una media appena sotto il 4% su un dislivello complessivo di 1.756 m. Miguel mi assicura che la fresca Shangri-La del generale Hitchcock arriverà più o meno a metà strada, quando la temperatura diminuirà sensibilmente, cioè di 1,5°C ogni 300 m di quota in più. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Ottobre 2018

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