di Giles Belbin - 26 August 2021

La maglia a cinque cerchi: gioie e dolori dei Campioni del Mondo

Malgrado la tiepida accoglienza iniziale, la maglia iridata del campione del mondo è oggi uno dei premi più ambiti nel ciclismo su strada.

"Indossi la maglia iridata, sei l'unico del gruppo. Pensi che in questo momento, in questa gara, sei un corridore

diverso perché indossi questa maglia”. Queste sono le parole del tre volte campione del mondo su strada Oscar Freire, che è letteralmente esploso e si è imposto sulla scena globale ai Mondiali di Verona nel 1999. A soli 23 anni, questo corridore semi sconosciuto sbalordì il mondo del ciclismo conquistando la sua prima maglia iridata.

"Il silenzio nel rettilineo finale fu assordante", si legge in un rapporto della gara, ma quella vittoria gli assicurò un contratto con la Mapei, all'epoca una delle squadre più importanti.
“Cambiò tutto nella mia vita”', disse Freire nel 2017. “Nella mia carriera e nella mia vita privata quel momento rappresentò una svolta”. Lo spagnolo concluse poi la carriera con tre maglie iridate, un record eguagliato solo da Rik Van Steenbergen, Eddy Merckx, Peter Sagan e Alfredo Binda, il vincitore del primo Campionato mondiale nel 1927.

Prove di partenza

L'UCI organizzò per la prima volta un campionato mondiale ufficiale di ciclismo su strada nel 1921. La corsa fu riservata ai dilettanti per sei anni, fino a quando l'organo di governo decise di aprire la competizione ai professionisti.

Fu quindi introdotta la maglia iridata con le cinque bande colorate, gli stessi colori degli anelli olimpici, disposti in orizzontale.

L’apertura ai corridori professionisti in quello che era il culmine del calendario delle gare amatoriali non avvenne senza polemiche. Alcuni pensarono che l'inclusione dei professionisti, che avevano già numerosi e sempre
più prestigiosi obiettivi a cui ambire, avrebbe avuto un impatto negativo sull'evento. Si sconsigliava pertanto di invitare concorrenti che si consideravano esclusivamente motivati dal denaro.

I Mondiali del 1927 si tennero in Germania, sul circuito di Nürburgring, appena inaugurato. L'UCI decise che dilettanti e professionisti avrebbero disputato un’unica gara, ma con un titolo per entrambe le categorie. Ciò complicò le cose mettendo a disagio alcune federazioni e alcuni produttori di biciclette.

E se un professionista famoso, ben pagato e sponsorizzato fosse stato battuto da un dilettante tanto coraggioso quanto sconosciuto? Che ne sarebbe stato della credibilità dei Mondiali?

I Campionati del mondo avevano bisogno di un grande vincitore, e mentre i professionisti francesi si tennero alla larga a causa dei loro dubbi, gli italiani si presentarono in massa. Tra loro Binda, due volte vincitore del Giro d’Italia, e il suo grande rivale Costante Girardengo, il Campionissimo, con nove titoli nazionali e molte grandi classiche al suo attivo.

Binda vinse la prima maglia iridata con facilità, con oltre sette minuti di vantaggio su Girardengo, con Domenico Piemontesi a completare un podio interamente italiano.
"Può essere un'esagerazione piangere per una gara ciclistica, ma tutti noi italiani presenti in quel momento sentivamo un nodo alla gola e le lacrime agli occhi”, scrisse Giuseppe Tonelli su La Stampa.

Inizia una nuova era

Se Binda aveva fatto piangere di gioia i suoi connazionali nel 1927, la reazione alla difesa della sua maglia iridata 12 mesi dopo non avrebbe potuto essere più diversa. In quel periodo Binda e Girardengo erano impegnati in una strenua battaglia per conquistare il favore dei tifosi e per entrambi, impedire all'altro di vincere le gare più importanti, era importante quasi quanto arrivare primi.

Nel 1928 questa rivalità era evidente a tutti, con i due che non volevano collaborare per paura di aiutare l’altro
a prevalere. Nessuno dei due concluse la prova che assegnava il titolo di campione del mondo, ed entrambi furono sanzionati dalla Federazione italiana per "non aver difeso con fede e determinazione il prestigio del ciclismo italiano mentre erano impegnati in questa importantissima competizione mondiale".

I media italiani derisero entrambi i corridori. Sports Giallo pubblicò un fumetto che mostrava un uomo in divisa dall'aspetto feroce che sollevava di peso i due spaventati ciclisti. Ed era pronto a colpirli con forza con la mano destra, adornata da gioielli, come un maestro che vuole punire un paio di scolaretti monelli.

Questo fu il primo, ma certamente non l’ultimo, esempio di rivali trasformati in compagni in nazionale che si rifiutavano di collaborare per la conquista della maglia iridata.

Trascorsero trenta anni prima che le più forti donne che praticavano ciclismo ottenessero il loro Campionato del mondo. All'inizio della primavera del 1958, dopo una serie di pressioni da parte di Gran Bretagna e Russia, l'UCI assicurò che avrebbe organizzato una prova femminile più avanti nel corso dell'anno. Si tenne a Reims, in Francia, e la lussemburghese Elsy Jacobs conquistò quel titolo inaugurale, mentre due anni dopo la britannica Beryl Burton vinse la maglia iridata per poi ripetersi nel 1967. Per applaudire il successo di un’italiana invece si è dovuto attendere il 1997, con l’impresa di Alessandra Cappellotto.

La storia racconta che fu la belga Yvonne Reynders a dominare i primi anni dei Mondiali su strada, conquistando quattro maglie iridate nello spazio di soli sette anni. Il suo record durò fino al 1995, quando Jeannie Longo vinse la sua quinta maglia. La francese, campionessa nazionale di mountain bike in carica, cadde al secondo giro, ma riuscì a rialzarsi e a vincere. Sul podio, tutti la ricordano con le lacrime agli occhi e una ferita sulla gamba.

“Stavo per ritirarmi. ma sono stata spronata a continuare da mio marito che era sul percorso. Mi guardò la gamba e disse: ‘Non è niente’. Quando corri in mountain bike, impari a riprenderti subito dagli incidenti”, dichiarò in seguito.

Nel corso degli anni qualcuno notò che spesso i corridori che indossavano la maglia iridata non riuscivano a raggiungere grandi obiettivi, portando alcuni a chiedersi se la maglia portasse sfortuna. Nel 2015 comparve perfino un articolo sul British Medical Journal dedicato all'argomento, che ovviamente smentì la teoria.

"Non è la maglia che porta sfortuna", disse a L'Equipe Philippe Gilbert nel settembre 2013. "Il problema è che non passa inosservata in gruppo”. E tutto ciò rende più difficile vincere. Ma la maglia rimane uno dei premi più ambiti nel ciclismo, un simbolo unico e visibile del successo che rimane sulle spalle di un corridore per tutta la stagione. Vinci i Mondiali e la maglia iridata diventa tua - finché qualcuno non la vince dopo di te.

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