di Fulvia Camisa - 16 maggio 2016

La storia della bici in Italia

È partita da Alessandria, come ci racconta una mostra innovativa e coinvolgente, visitabile gratuitamente fino al 10 luglio. Bici tattile, pannelli interattivi con lo story-telling dell’attore Massimo Poggio e cimeli sorprendenti (foto Torletti)

Se fosse un libro giallo la conclusione sarebbe già scritta. Ci sono tutti gli indizi per dimostrare che la storia italiana della bicicletta è iniziata nel Monferrato, fra le province di Asti e Alessandria. Ed è proprio qui che fino al 10 luglio c’è una mostra che ne racconta le origini e i suoi sviluppi con un titolo che fa subito presagire la vocazione a due ruote della città in questione: Alessandria città delle biciclette (CLICCA QUI).
 

Cinquecento ore di lavoro per la bici tattile

Sul taccuino segnate i nomi di Carlo Michel e Giovanni Maino, quelli di grandi campioni e appuntatevi le strade delle prime gare dell’Uvi e delle cicloturistiche del Touring club. Nel raccontarvi questa mostra imperdibile iniziamo da una bici tattile, interattiva. Sembra uscita dal film Ritorno al futuro, e invece è dentro a un bel palazzo d’epoca nel centro storico di Alessandria. È nell’ultima sala. Tiri il freno e parte un video che racconta con immagini e didascalie la storia di questo componente, la stessa cosa accade toccando i sensori su cambio, cerchio, telaio, sella e luce.
Ci sono volute circa cinquecento ore per realizzarla, verniciatura compresa, ed è l’ultimo tassello di un percorso multimediale a carattere storico-scientifico. Per la voce narrante si è interpellato l’attore Massimo Poggio che impersona proprio lui Carlo Michel, l’imprenditore alessandrino che si innamorò della  “macchina infernale” all’Expo di Parigi del 1867 . Se ne tornò con una Michaux, aggirandosi a cavallo del mezzo per le strade della città e contribuendo alla sua rapida diffusione.
“Tutti gi storici del ciclismo sembrano concordi nel riconoscergli di avere portato la prima bici in Italia”, mi spiega Roberto Livraghi, fra gli autori della ricerca storica. “A fine Ottocento il suo birrificio era il terzo in Italia per dimensioni e produzione”.  Un imprenditore illuminato, come spiega uno dei pannelli che facilitano la visita agli ipovedenti: “Da dove arriva questa diavoleria, prima la birra nella terra del vino e adesso questa macchina infernale, dove andremo a finire di questo passo. Questo è quello che mi diceva vedendomi in sella alla mia Michaux. Due ruote azionate da due pedali, un vero trabiccolo”.
 

Quante storie da ascoltare e vedere

C’è tanto da vedere e ascoltare: dalle Borsaline al Circolo Velocipedistico Alessandrino, dalla rivalità tra il “Manina” Giovanni Cuniolo e il “Diavolo Rosso” Giovanni Gerbi. Si arriva fino alle gesta di Costante Girardengo e Fausto Coppi.
“Fra le prime rivalità nella storia del nostro sport c’è quella che contrappose il Manina Giovanni Cuniolo di Tortona e il Diavolo Rosso Giovanni Gerbi”, aggiunge Livraghi. “La vittoria del tricolore valse a Cuniolo una grande popolarità. Ne seguì una sua tournèe in Australia”. Quello era un ciclismo pionieristico che permetteva ai suoi protagonisti di fare viaggi e conoscere il mondo. Si poteva cambiare il proprio status sociale in sella a una bici, resistendo stoicamente a percorsi massacranti. “Abbiamo una sezione dedicata ai corridori che appesa la bici al chiodo hanno messo il loro nome sui telai delle bici. E una per i marchi locali, come Welter che ha scelto di fare le bici in un unico colore: rosso antico metallizzato. Ci hanno corso Luigi Malabrocca e Alfredo Martini”, aggiunge Livraghi.  
 

La nascita de La Gazzetta dello Sport e la prima pista con curva sopraelevata

Cimeli unici, pezzi di rara bellezza e mezzi di trasporto che hanno accompagnato generazioni di pedalatori per necessità o passione. C’è uno spazio dedicato a Eliso Rivera, che con Eugenio Costamagna 120 anni fa ha fondato La Gazzetta dello Sport, nata appunto con due direttori. E a un altro giornalista locale molto apprezzato: Franco Rota.
E si racconta di uno dei primi circoli velocipedistici italiani, attivo già nel 1885 e capace di far realizzare una vera e propria pista, come spiega Michel: “Fu la prima città in Italia ad avere una pista con curva sopraelevata. Era il 1888, e un giretto ce l’ho fatto anche io. La pista poi diede il nome al quartiere in cui fu costruita. E i francesi, che la bici l’avevano inventata venivano a correre e a perdere proprio qui ad Alessandria, che le balle gli girano ancora oggi”.
 

Le parole di Giovanni Meazzo

Ci sono cimeli rari e unici, come l’ultima bicicletta usata da Fausto Coppi e un interessante video-documentario dedicato a Giovanni Meazzo, memoria storica del Dopo Guerra che incontriamo all’inaugurazione. Classe 1928, figlio di un meccanico di biciclette, imparò il mestiere del padre e si avvicinò al ciclismo a 15 anni. La sua fu una carriera breve fra i professionisti, interrotta da un'infiammazione tendinea a un ginocchio dopo le tappe dolomitiche del Giro d’Italia del 1950. In quell’anno arrivò nono alla Milano-Sanremo e  alcune  settimana dopo si piazzò sesto a Prato, in una corsa vinta da Ferdi Kübler su Alfredo Martini. Ma fu il Giro di Toscana di quell’anno di cui ci parla:  “Per molti il Toscana del 1950 fu uno dei giri più duri dell’epoca. Siamo partiti alle otto del mattino e arrivati alle sei di sera. Di 150 partenti siamo arrivti in una cinquantina. Il chilometraggio, con quelle strad,e era eccessivo. Avevo poco più di vent’anni, non ero mai stato in Toscana. È stata una grande avventura. Aveva tentato di andare via Bartali. Bini gli è andato dietro, l’ha seguito  ma si è staccato. Gli sono andato dietro io ma mi sono detto, se sto a ruota di questi finisco col saltare per aria prima del tempo. Ho fatto una corsa per conto mio nel finale c’è questa strada brutta e c’è una ventina di chilometri per arrivare a Firenze. De Santi dietro di me, io che inseguivo. A cinquanta metri l’uno dall’altro, un freddo e una pioggia... Cosa era aspettarsi e continuare insieme. Avremo fatto meno fatica, ci saremo aiutati. Alla partenza Bini mi disse: "Se oggi non prendi tutti e cinque i sacchetti e mangi tutto quello che c’è all’arrivo non ci vai". Ho mangiato tutto ma non è stato abbastanza. Nel finale, gli ultimi dieci chilometri ho trovato un mio compagno, Verdini. Gli ho chiesto da mangiare e lui mi ha risposto: ho solo questo. Aveva un pezzo di pane, la marmellata l’aveva già mangiata. Ho mangiato quel pezzo di pane e sono andato all’arrivo. Come sono arrivato c’erano le ambulanze che ci prendevano e ci portavano negli alberghi. Tanti episodi nella vita di un ragazzo, un ciclismo eroico. Se ripenso a una gara di 320 chilometri, con acqua, freddo, fango…”. 
 

Aneddoti e camei

Si intrecciano tante storie, come quella di Giorgio Zancanaro (classe 1940), che nel 1967 vinse la prima tappa del Giro d'Italia, da Treviglio ad Alessandria, conquistando la maglia rosa e regalando alla sua città uno dei tanti momenti di gloria.  Ma senza tralasciare il grande ruolo che le due ruote hanno avuto negli spostamenti casa e lavoro, e nel tempo libero come fattore aggregante. C’è infatti una sezione dedicata alla bici e alla sua influenza negli usi e costumi. E non manca l’immagine di un'operaia che si reca al lavoro in bici negli stabilimenti della Borsalino, l’azienda di abbigliamento a cui si deve l'invenzione del celebre cappello in feltro. “Alla fine degli anni Venti l’azienda contava tremila dipendenti”, sottolinea Livraghi. “Le operaie erano pagate come gli uomini, e il loro usare la bici le rese emancipate”. E proprio in onore del cappello Borsalino, che è diventato un’icona grazie al cinema, è stato realizzato da Enrica Viola un film documentario molto apprezzato. “Il film racconta, rievocando le atmosfere dei film noir, come nell’epoca d’oro di Hollywood tutti indossassero un Borsalino. C’è un bellissimo cameo con Robert Redford, che racconta le sue peripezie per averne uno. Mentre qui in mostra c’è  una foto scattata al termine di un cicloraduno. È fra le mie foto preferite, è stata scattata nel 1890. Noi la chiamiamo il nostro “Quarto stato” e passato il periodo della mostra ci piacerebbe dargli una nuova collocazione”. Stesso destino lo meriterebbe la cartina del Touring club italiano che illustra l’ascesa al Passo di Giovi, nel tragitto da Novi a Rivarolo, un sobborgo di Genova. istruttiva la stanza che racconta la sezione produttiva dell’azienda Maino, mentre in corridoio c’è un pannello nel quale sono stati censiti tutti i ciclisti in attività prima del 1965, ovviamentee nati in questa provincia. Tra dilettanti e professionisti al momento sono centonovanta.
 

L'albero genealogico

Ecco una mostra da non perdere per i contenuti che offre e l’originalità con cui li propone. Si entra in contatto con la storia degli artigiani che nel corso del ‘900 fecero amare la bici a sempre più persone. E fra le mission della mostra c’è anche incentivare l’utilizzo della bicicletta come mezzo di trasporto ecosostenibile e di assoluta praticità.

 

Le origini

Carlo Michel, l’imprenditore della birra prodotta per decenni con i marchi “Michel” e poi “Alessandria”, ha fatto tanto per rendere il velocipede uno strumento straordinario di progresso anche per noi italiani.Questa mostra gli rende omaggio offrendo una panoramica dell'evoluzione delle due ruote e fornendo anche spunti per il turismo lento in Piemonte. La mostra è accompagnata da varie iniziative collaterali per richiamare l’attenzione di un pubblico sempre più vasto sull’evento e sull’intero territorio a vocazione ciclistica, dialogando con le arti espresse nel teatro, nel cinema e nella fotografia.


 

Quando andare

Gli orari
da martedì a venerdì dalle 16.00 alle 19.00
sabato e domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00
lunedì chiuso - ingresso libero
 

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