di Trevor Ward - 22 ottobre 2019

Col de la Bonette: sfida a uno dei giganti del Tour

Prima di attraversare il confine tra la Francia e l’Italia nel nostro giro di 160 km, dobbiamo fare i conti con il Col de la Bonette, con i suoi 2.802 metri

1/22

1 di 4

Immagini Patrick Lundin

Mi sono studiato per bene la carta geografica della Francia meridionale, e da quel che ho visto il giro più breve che parte da Saint-Étienne-de-Tinée, Col de la Bonette compreso, è lungo 159 km. Il percorso comprende altre due salite, il Col de Larche, che ci porterà in Italia, e il Colle della Lombarda, che ci riporterà in Francia. La salita più dura verrà alla fine, il che mi dice che sarà una giornata lunga.

Alla luce di ciò, voglio raccogliere il massimo di informazioni sul percorso, così alla vigilia del giro organizzo un incontro con un dipendente dell’ufficio turistico. Purtroppo un problema congenito al ginocchio impedisce a Pascal Lequenne di andare in bicicletta.

Il medico dice che mi farebbe bene, ma solo in pianura. Guardatevi attorno”, dice indicando le montagne che ci circondano.

Un amico di Pascal, in compenso, la scorsa estate è salito 104 volte sulla Cime de la Bonette. “Fa il fisioterapista in centro. Chiudeva alle 12 per la pausa pranzo, montava in sella e tornava in tempo per riaprire alle tre".

La salita del Col de la Bonette da Saint-Étienne-de-Tinée è lunga 25 km e ha una pendenza media del 6,5%. Un rapido calcolo mi dice che se la fai durante la pausa pranzo non hai mica il tempo per il dessert.

Come sono le previsioni meteo per domani?”, chiedo. Pascal consulta lo smartphone e si fa scuro in volto. “Non buone, mi sa”, dice senza tentare di addolcire la pillola magari aggiungendo “...ma solo il mattino” o “comunque poi cambia”. No, lui prosegue imperterrito: “Pioggia. E un temporale. Oh, mi dispiace, non ho più batteria”. Forse è meglio così.

Pascal ricorda bene l’ultima volta che il Tour de France ha fatto il Col de la Bonette, nel 2008: “Grande giorno. Abbiamo fatto festa dalla mattina alla sera”. Il suo orgoglio gallico è tale che non nomina neanche il Giro d’Italia, passato di qui nel 2016.

Il mio compagno di pedalata è Tim Myers, che fa la guida per Marmot Tours. Lui il Col de la Bonette lo fa regolarmente guidando un veicolo di supporto e provvedendo alle necessità dei clienti impegnati in uno dei Raid Alpine proposti. Quindi conosce bene la strada, anche se non l’ha mai fatta in bici. Date le previsioni meteo e il fatto che lungo le varie salite non sembrano esserci centri abitati di rilievo, decido che prima di partire è prudente fare rifornimento di pane, affettati e formaggio al supermercato.

La donna che aziona l’affettatrice al banco salumeria parla un inglese perfetto. Vengo a sapere che è una celebrità locale: si chiama Marie d’Auron ed era solita esibirsi da queste parti interpretando classici di Edith Piaf e suonando la chitarra. Insieme alle mie fettine di mortadella e di groviera mi allunga un pezzetto di carta che riporta il nome del suo canale YouTube, “Mariedauron”. “Faccio anche cover. Come questa, per esempio”, dice riferendosi alla canzone che sta andando alla radio. È “Everybody Hurts” dei REM. Tra tutte le possibili canzoni da mandare in loop nella testa per i prossimi 160 km, so già che toccherà a questa.

La strada inizia subito a salire, ma per il resto è una partenza abbastanza insignificante per una salita così celebre. Le cose iniziano a farsi interessanti – con il genere di vedute che ci si aspetta a queste quote – più o meno a metà salita, quando la strada si snoda in una serie di lunghe curve pigre che girano attorno a un anfiteatro naturale. Nell’aria risuona il fischio delle marmotte. Veniamo regolarmente superati da un autobus che libera il suo carico di bambinetti per permettere loro di perlustrare con il binocolo il paesaggio alla ricerca di flora e fauna locali. Non ci degnano di un’occhiata. I ciclisti non sono certo una specie rara su questa strada, essendo battuti numericamente solo dalle motociclette.

La parte più bizzarra del tracciato passa per Camp des Fourches, un paesino fantasma composto da edifici abbandonati che più di un secolo fa alloggiavano un battaglione di 150 uomini. I ruderi accentuano la sensazione di isolamento. Siamo molto lontani dalla civiltà, sia per distanza, sia per altitudine. Quando non ci sono autobus e bambini nei paraggi, la solitudine e l’aria rarefatta sono spiazzanti.

Ma cosa rende così celebre il Col de la Bonette? Malgrado i molti cartelli che lo dichiarano la “Plus Haute Route d’Europe”, io so che non è la strada più alta d’Europa perché sono salito due volte sul Pico de Veleta, in Spagna, che culmina alla spettacolare quota di 3.384 metri.

Se non è la strada più alta, forse la Cime de la Bonette con i suoi 2.802 m è il passo più alto? Dipende dalla definizione di passo. La Cime è un anello di 2 km che parte dal Col de la Bonette: non porta da nessuna parte, solo sul Col stesso, che con i suoi 2.715 m è di pochi metri più basso del Col de I’Iseran e dello Stelvio. Così la cima di questa montagna è circondata da un alone di mistero e di controversie che ne accentuano il fascino. Quel che è certo, comunque, è che la Cime è il punto più alto mai raggiunto dal Tour de France, anche se vi è stata inserita solo quattro volte, due per direzione.

La vetta è sede di un monumento a Napoleone. Nessun omaggio ai ciclisti che hanno tagliato il traguardo per primi: Federico Bahamontes (1962 e 1964), Robert Millar (1993) e il sudafricano John Lee Augustyn (2008), che poi cadde per nove metri lungo un ripido terrapieno di ghiaia durante la discesa, rialzandosi miracolosamente illeso. Purtroppo quando arriviamo in cima non posso avvicinarmi molto al monumento per leggere l’iscrizione perché è assediato da motociclisti impegnati a congratularsi reciprocamente per aver valorosamente conquistato la cima aiutati dai loro motori da 1.000 cc. Quando verrà la rivoluzione introdurrò una legge che riserverà l’accesso prioritario a chi riesce ad arrivare in cima a montagne come questa con le proprie forze. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Agosto/Settembre 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA