Le bici che hanno scritto la storia di Pinarello

Abbiamo riscoperto le bici che hanno aiutato a trasformare un piccolo negozio di Treviso in uno dei maggiori produttori dell’era moderna.

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“Dimenticate Bradley o chiunque altro: Miguel è sempre Miguel. Wiggins è fantastico, ma si è preparato

forse sei mesi per il suo record dell’ora. Miguel, invece, ha vinto il Tour nell’estate del 1994 e un mese dopo si è preso l’ora”, afferma Fausto Pinarello. Alto 186 cm per 80 kg di peso, frequenza cardiaca a riposo di 28 battiti al minuto e capacità polmonare di 7,8 litri (un simile individuo maschio normale avrebbe valori di 60 battiti e 5 litri), Indurain è stato il campione perfetto per il record dell’ora. L’atleta perfetto richiedeva la bici perfetta e così, come per Wiggins, ci ha pensato Pinarello. “Un ragazzo dell’Università di Firenze, che aveva collaborato con Lamborghini, mi scrisse: 'Vuoi provare la galleria del vento e discutere di aerodinamica?. Gli ho risposto: 'Perché no?'. A quei tempi, non sapevo nulla di aerodinamica o di fibra di carbonio. Abbiamo realizzato un telaio in alluminio, siamo andati nella galleria del vento con Miguel e abbiamo fatto dei test, poi abbiamo progettato un telaio con un ragazzo che aveva realizzato componenti in fibra di carbonio per conto della Bugatti, a Torino. Abbiamo finito le bici a luglio, in agosto siamo andati in pista con Miguel per provarle – sai quanto è stato difficile? In agosto vanno tutti in vacanza – poi a settembre ha tentato il record. All’epoca, Lamborghini produceva il modello Espada (cioè, “spada”): era il nome perfetto”. Coi suoi 9,5 kg non era certo una bici leggera, e “il manubrio (marchiato ITM) non è verniciato per risparmiare peso”, mentre il resto della bici è completamente ricoperta di grafiche. Lo stampo è costato 50.000 euro e sono stati prodotti solo due esemplari. Un esborso gravoso. Ma, come sottolinea Fausto: “Il costo non è un problema quando lo si associa allo sviluppo. Questa è da sempre la mia filosofia”.

“Questa era la bici da crono di Franco Chioccioli alla fine degli anni ’80. Francesco Moser aveva già utilizzato un tipo di bici simile, con la ruota posteriore standard (700c) e quella anteriore da 650b (più piccola): non era una novità, ma era bellissima. I tubi sono Columbus, ma noi li abbiamo modellati
e ne abbiamo curato le curvature. A livello delle giunture abbiamo inciso le lettere GPT, acronimo per Giovanni Pinarello Treviso, il nome di mio padre. Con Franco abbiamo vinto il Giro d’Italia 1991. Lui aveva già tentato molte volte, prima, ma ci è riuscito con noi”. Con la Del Tongo nei tre anni precedenti, Chioccioli aveva raccolto un sesto e due quinti posti. Il ricordo più angosciante deve essere stato nel 1988, quando cedette la maglia rosa ad Andy Hampsten nella 14esima tappa. In quell’occasione, il Gavia era sotto una violenta bufera di neve e solo poche squadre erano attrezzate con l’abbigliamento adatto (tra cui la 7-Eleven di Hampsten): quindi, mentre Hampsten aveva guanti, occhiali, cappello di lana, strati extra di vestiario e persino bevande calde, Chioccioli aveva solo un paio di scaldamuscoli e una fascia per la testa. Se anche Hampsten – che comunque correva in calzoncini corti e quindi a gambe semi scoperte – arrivò stremato, non stupisce che Chioccioli finì la tappa 5 minuti dopo, zoppicante e in preda al congelamento. Franco non poteva incolpare la Colnago usata quel giorno, ma avrebbe dovuto ringraziare molto questa Pinarello Prologo, dalla quale è derivato il modello con cui vinse tre tappe e la generale nel 1991.

Un’evoluzione dell’Espada del record di Miguel Indurain, molto simile a quella usata da Bjarne
Riis nel 1997, questa Parigina apparteneva ad Andrea Collinelli che la usò ai Giochi olimpici di Atlanta 1996. “Abbiamo sponsorizzato la Nazionale italiana su pista, che ha utilizzato questo manubrio in stile Graeme Obree”, afferma Fausto riferendosi alla posizione “simil Superman” adottata per la prima volta dallo scozzese pochi anni prima ai Campionati del mondo 1995 di Atlanta, dove aveva battuto proprio Collinelli. Non è stata quindi una sorpresa vedere l’italiano usare la stessa posizione nel 1996 e conquistare non solo l’oro nell’Inseguimento Individuale, ma strappare anche il record mondiale precedentemente conquistato da Obree, con un tempo di 4 minuti e 19,699 secondi. Le loro bici però, non avrebbero potuto essere più diverse – quella di Obree in acciaio e artigianale, mentre quella di Collinelli era il meglio disponibile per l’epoca. “Quando abbiamo usato la Parigina per Riis, l’UCI ci ha imposto di tagliare la coda sopra la ruota posteriore, così da omologare la bici per il ciclismo su strada. Ovviamente, una bici da strada necessita anche dei freni, quindi il modello da crono di Riis doveva prevedere una forcella normale, mentre questa monta una carenatura proprio sopra la ruota anteriore”. In effetti, Pinarello ha fatto “scorrere” l’aria lungo la parte anteriore esterna dei bracci della forcella. Qualcosa che potreste aver già notato sulle prime versioni della Ridley Noah. Ma Fausto finge di cadere dalla nuvole: “Chi ha fatto lo stesso sulle sue bici? Quando? Non chiedetemi nulla, posso solo dire che il mio compito è realizzare la bici migliore – e questa lo era nel 1996 – ma nel 1998 la posizione e il design del telaio erano illegali”.

“Nel 1997, all'ultima crono del Tour de France, Bjarne Riis (che correva per il Team Telekom), prese questa bici e la fece volare in aria come una farfalla”, afferma Fausto con un sorriso ironico. In effetti, è possibile recuperare online un video in cui un Riis arrabbiatissimo scaglia lontano la sua Parigina come se fosse un disco, dopo due problemi meccanici di fila: una foratura e un salto di catena. “Conosco il motivo. Riis (il campione in carica) era nervoso perché stavano prendendo piede i giovani: Jan Ullrich (Telekom) e Abraham Olano (Banesto). Nell’ultima prova a crono il Tour per lui era già finito, ma voleva almeno il podio. Era ossessionato dal peso e disse che la bici era troppo pesante e voleva togliere una delle corone e il deragliatore. Tutti abbiamo suggerito di no, ma lui l’ha fatto ugualmente e, senza il deragliatore, le vibrazioni stradali hanno fatto sì che la catena cadesse.
Il problema fu che quello stesso giorno Ullrich vinse, con Olano secondo, e in sella a una Parigina (Pinarello sponsorizzava sia Telekom sia Banesto). La Parigina si basa sulla bici da pista dell’Italia alle Olimpiadi di Atlanta 1996. Alcuni critici dicono che sia da donna perché mancante del tubo orizzontale e l’UCI, quando la vide usare da Riis ai Campionati danesi, ci disse che avremmo dovuto tagliare la coda se avessimo voluto portarla al Tour. Così lo abbiamo fatto: abbiamo preso la bici e tagliato la coda con una

sega, poi l'abbiamo ridipinta. Era così massiccia che era priva di flessioni e quindi il freno sul movimento centrale funzionava benissimo”.

Oscar Pereiro ha vinto il Tour 2006 con questa bici. Beh, prima ha perso e poi ha vinto, grazie a quel ragazzo americano della Phonak... Come si chiamava?”. È una domanda mestamente retorica: la risposta è chiaramente Floyd Landis, privato del Tour 2006 un anno dopo, con la vittoria consegnata a Pereiro e alla sua bici, l’ultima in metallo a vincere un Tour. Infatti, anche se i foderi verticali e la forcella sono in carbonio, la maggior parte della Dogma FP è in lega di magnesio. “Per me il magnesio è il miglior materiale al mondo: non è più leggero del carbonio, ma lo è dell’alluminio. E poiché lo spessore e il diametro delle pareti sono maggiori (rispetto all’alluminio dello stesso peso), le bici in magnesio sono più rigide ma più comode perché c’è più materiale che assorbe le vibrazioni. È però difficile da lavorare: è molto infiammabile e mentre lo lavori devi sempre avere un addetto vicino con in mano un estintore. Benché io adori questo materiale, la fibra di carbonio ha prestazioni più elevate e quindi nel 2006 abbiamo realizzato la monoscocca in carbonio F4:13. Per questa bici, FSA ha creato lo standard Mega Exo (il primo movimento centrale sovradimensionato) apposta per noi – volevamo un movimento centrale più grande e rigido. Conosci MOST, il nostro marchio di componenti? Il nome deriva proprio da qui: M sta per movimento centrale, O per oversize (sovradimensionato), ST per first (primo). Lo abbiamo fatto per tre anni, ma non va bene. È troppo rumoroso e i cuscinetti vanno cambiati ogni sei mesi”.

“Vedi queste creste qui? Il tubo è più largo alla base e si assottiglia man mano che sale. E lo stesso

avviene per i tubi obliquo e verticale. Queste creste ricordano un telescopio... E sai chi lo ha inventato? Il tubo obliquo, per esempio, passa da 42 mm a livello del movimento centrale a 36 mm a livello dello sterzo”. Abbastanza vero. L’obiettivo di questa bici era la rigidità, dato che apparteneva al tedesco Jan Ullrich, che poteva spingere rapporti duri in salita per sfidare i rivali. In tale ottica, tutti i tubi che convogliano sul movimento centrale sono stati progettati più larghi possibile – tanto da creare saldature apposite. Malgrado le grandi dimensioni del telaio, l’aspetto corpulento dei tubi in alluminio e le ruote Campagnolo Bora ad alto profilo, il peso complessivo compreso di pedali è 8,45 chili.

“I foderi verticali sono in carbonio, realizzati per Pinarello da Time, in Francia. Quelli di Time però utilizzano due viti, noi incolliamo semplicemente la parte superiore ai supporti del telaio. Dedacciai ha realizzato i tubi idroformati e, per poterci incollare il carbonio negli appositi alloggiamenti, la forma dell’alluminio doveva risultare perfetta. Anche i foderi orizzontali sono progettati da me: li ho chiamati “Dyna”, da “dinamico”. Ho un brevetto per il modo in cui si piegano e si inseriscono nel movimento centrale, conferendo rigidità all’insieme”.

Anche se Pedro Delgado ha inaugurato i successi al Tour per Pinarello nel 1988 (col Team Reynolds), è stato un altro spagnolo a far scrivere il nome del marchio sui libri di storia. “Miguel Indurain ha vinto il Tour de France con noi dal 1992 al 1995. Questa è la seconda bici fatta apposta per lui, la prima è stata quella del record dell’ora in pista. Sei mesi dopo abbiamo realizzato questo modello crono da strada e Miguel ci ha vinto il Tour 1995”.

Per lo sport, l’edizione del 1995 può essere vista sotto diverse sfaccettature. Indurain ha eguagliato il record di cinque vittorie di Anquetil, Merckx e Hinault – sarà poi superato solo dalle sette di Armstrong diversi anni più tardi (è interessante notare come, spogliato delle vittorie, il miglior risultato di Armstrong al Tour è il 36° posto del 1995). Ma il Tour ’95 fu anche rovinato dalla tragedia di Fabio Casartelli che, senza casco, cadde nella 15esima tappa e morì per lesioni alla testa.

La corsa francese fu indubbiamente segnata dalla tragedia, ma le immagini del grande Indurain di quell’edizione rimangono tra le più iconiche di allora. Un corridore che ha segnato un’epoca, a cavallo di una bici altrettanto storica, irripetibile.

Dal 2000, l’UCI proibì i telai come questo e le ruote di dimensioni diverse. E nel 2003, dopo la morte di un altro corridore, Andrey Kivilev, sempre per lesioni alla testa, mandò in pensione le immagini di Indurain con indosso il caschetto leggero e introdusse l’obbligo del casco.

“C’è scritto qui: numero due”, dice Fausto scrutando i numeri stampati sul lato inferiore del movimento

centrale di questa Pinarello marchiata Banesto. “Miguel ha avuto cinque bici in una stagione: la numero uno per allenarsi a casa, la numero due per le corse, poi due per le ammiraglie di supporto e una di riserva. Per Geraint Thomas o Chris Froome ora realizziamo due bici da gara: una per il Giro e
una per il Tour, mentre lui utilizzava la stessa”. E, nel 1995, era questa. Con quattro Tour all’attivo, Indurain ha fatto ciò che nessuno aveva mai fatto prima, aggiungendosi il quinto consecutivo (l’ultima volta che una bici in acciaio avrebbe vinto il Tour). “I tubi sono di Oria, un’azienda veneziana che non c’è più. All’epoca erano considerati troppo grandi. Il tubo orizzontale è abbassato per mantenere rigido il triangolo anteriore, ma il tubo reggisella e quello sterzo si spingono più in alto in modo da ottenere la posizione in sella di Miguel.
Lui ha guidato la stessa bici con noi per 20 anni: 59 per 59 cm (quindi 180 per 180 mm). Ciò significa che le pedivelle erano lunghe 180 mm e la distanza (in orizzontale) tra il movimento centrale e la parte superiore del tubo verticale era di 180 mm. E si è sempre seduto su una Selle Italia Turbomatic. Miguel
ha una collezione di tutte le bici su cui ha vinto. Anche Erik Zabel (che Pinarello ha sponsorizzato col Team Telekom) ha un museo simile. Noi vorremmo lasciare ai ragazzi le bici, ma il Team Ineos è diverso e di solito chiede ai ciclisti di acquistarle, a meno che non sappia per certo che le terranno come ricordo”.

Il modello precursore della Parigina, la bici da crono in acciaio della Telekom, la squadra di Bjarne Riis, è rimasta in circolazione solo per una stagione – ma che stagione! Dopo aver sponsorizzato il Team Reynolds di Pedro Delgado alla fine degli anni ’80, Pinarello è stato soppiantato dal marchio spagnolo Raseza quando la banca spagnola Banesto rilevò Reynolds nel 1990 (Indurain ha vinto il suo primo Tour nel 1991 a cavallo di una Raseza). A Pinarello rimase la sponsorizzazione della Del Tongo-MG Boys, ma il successo arrivò subito con Franco Chioccioli nel Giro 1991. Il futuro di Pinarello appariva brillante, ma poi accadde l’impensabile. “A volte perdi una squadra perché deve andare così; altre volte perché qualcuno
te la ruba”, afferma Fausto in modo criptico. “Alla fine del 1991, un nuovo sponsor entrò a far parte della Del Tongo- Energie, portando con sé Bianchi. Nessuno lo sapeva! Non è così che si conducono gli affari. Ho sentito che la società che sponsorizzava Banesto stava per fallire e quindi mi sono fatto avanti, siglando il mio primo personale accordo con un team, a 29 anni. Era una somma di denaro enorme, mio padre restò di sasso, ma con Miguel abbiamo fatto la storia”. E aggiunge: “ Nel 1995, Bjarne Riis puntava a vincere il Tour in sella a una Bianchi (col team Gewiss-Ballan), ma abbiamo vinto ancora noi con Miguel. Lo stesso fine settimana venne da noi un ragazzo della Telekom, chiedendomi se ero interessato a sponsorizzarli. Avevano le bici Eddy Merckx, così chiamai Eddy e gli chiesi se era d’accordo. Io non rubo mai una squadra. Mi disse: 'Sì certo, vai, vai, vai'. Tre mesi dopo Bjarne firma col team Telekom e poi vince il Tour, in sella a una Pinarello”.

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