Fiandre, il fascino dei ciottoli

Pedalare lungo i percorsi e sul pavé delle Fiandre aiuta a comprendere quali caratteristiche occorrano per diventare un ciclista pro. E in questi luoghi leggendari si può anche finire per girare con uno di loro...

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Fiandre, il fascino dei ciottoli (foto Robbrecht Desmet).

Oudenaarde è il tipo di posto che puoi trovare ovunque nelle Fiandre - un mix di fascino antico e trambusto industriale. Una grande piazza dominata da un municipio gotico si confronta con appartamenti in blocco e un ponte girevole sul fiume Schelda. Per molti versi è solo un’altra cittadina rurale di poco interesse. Il turista medio non si soffermerebbe a lungo qui, giusto forse per una visita alla mostra di Adriaen Brouwer, in onore del figlio più famoso della città (era un pittore) prima di tornare sulla N60 e dirigersi verso Gand o verso la costa.

Per i ciclisti, tuttavia, Oudenaarde è la porta d’accesso ad un vero e proprio “parco a tema” su due ruote. Basta superare il fiume e pedalare verso sud per trovarsi nel cuore del territorio del Giro delle Fiandre.

Mentre una visita alle Alpi o ai Pirenei può assicurare un programma ben collaudato di giri e salite, le Ardenne fiamminghe offrono combinazioni quasi illimitate di tratti ripidi, strade agricole acciottolate e paesaggi sottovalutati. Il fattore “wow” qui non è nelle montagne o nei panorami delle valli, è nel volare intorno a una curva scivolosa e improvvisamente riconoscere che ti trovi in un punto che vedi da anni in Tv quando in primavera trasmettono le grandi Classiche; ti rendi conto che stai pedalando su un percorso che rappresenta, una volta all’anno, il cuore e l’anima del ciclismo mondiale.

Per chi non è ossessionato dal tempo, la partenza può essere ritardata concedendosi una sosta in uno dei tanti caffè nella piazza di Oudenaarde che servono rijsttaartjes, il celebre cibo fiammingo per ciclisti: una tortina al budino di riso. Ma non siamo in piedi ed equipaggiati dalle sette del mattino per niente. Siamo qui per catturare l’alba, quindi scattiamo sui nostri pedali e andiamo.

I tre grandi anelli

Fiandre, il fascino dei ciottoli (foto Robbrecht Desmet).

La cultura ciclistica e il Ronde (Ronde van Vlaanderen, il Giro delle Fiandre) sono così radicati qui che ci sono letteralmente centinaia di percorsi segnalati che attraversano le Fiandre. Avremmo potuto optare per il percorso Rodemolen attraverso i dolci terreni agricoli a nord-est; o avremmo potuto prendere il percorso di Eddy Merckx che mostra alcuni dei più famosi campi di battaglia del Cannibale. Tuttavia, decidiamo che il percorso Blu della Ronde van Vlaanderen (uno dei tre anelli codificati a colori che partono da Oundeaarde) è quello giusto.

Il motivo? Con me e Julie oggi c’è Dries, che oltre a essere responsabile di Cycling in Flanders, l’organizzazione locale che si occupa della promozione di questi percorsi, è un belga tosto, e non ha esitato a proporre un percorso che inizia con la diabolica trinità rappresentata dall’Oude Kwaremont, Paterberg e Koppenberg.Usciamo da Oudenaarde attraverso la pista ciclabile lungo la Schelda. Il fiume una volta rese la città un importante avamposto dell’impero di Carlo Magno, ma oggi serpeggia pigramente dalla Francia fino al mare di Anversa. Robbie McEwen, il velocista australiano che si è stabilito nella vicina Brakel, era solito allenarsi per 180 km lungo questi sentieri fluviali dove le uniche salite erano i ponti. A noi non è concesso questo lusso. Il fianco boscoso del Koppenberg sembra deriderci, incombendo sulla nostra sinistra mentre pedaliamo verso la prima salita della giornata, l’Oude Kwaremont.Il Kwaremont non sarà la più ripida o la più accidentata delle salite qui, ma è la più lunga.

Maciniamo il suo tratto più affilato, dove i ciottoli sembrano essere stati posizionati con minore attenzione, quasi buttati lì, e si è tentati di supporre che il peggio sia finito quando si passa una piazza del villaggio che sembrerebbe la fine naturale per la salita. In realtà siamo solo al punto di mezzo. Cerco di usare questo tratto più piatto per costruire un po’ di slancio per l’ultimo piccolo strappo ripido. È quasi impossibile, mentre mi faccio strada sul pavé, non ripensare agli eventi delle gare passate. Questo è il bello del ciclismo qui, poter vedere le scene che hanno plasmato il nostro sport nel loro contesto reale, e poi potersi fermare in un caffè per ricevere cenni di approvazione dalla gente del posto.

Raggiungiamo il picco del Kwaremont e mentre lasciamo che la nostra mente si schiarisca, una figura familiare si affaccia alla vista - familiare nel senso che le Fiandre sono un piccolo mondo, quindi se pedali abbastanza a lungo probabilmente potrebbe capitare anche a te: incontriamo Johan Museeuw.

Un campione del mondo (nel 1996) con tre Rondes nel suo palmarès (nel ’93, nel ’95 e nel ’98) potrebbe salutarci educatamente e andarsene, ma si dà il caso che conosca bene Dries, così dopo un rapido scambio di parole il “Leone delle Fiandre” (già, in Belgio è lui a fregiarsi dell’appellativo universalmente riconosciuto a Fiorenzo Magni) è stato convinto a unirsi a noi. Non solo, assume anche il compito di guida turistica.

“Quando correvo io, dovevi essere tra i primi 10 o 20 corridori sul Kwaremont” - spiega Museeuw -. La selezione iniziava qui. Ora è diverso, lo fanno tre volte e puoi essere tra i primi 50 la prima volta e vincere comunque la Ronde”.

Ricordi ovunque

Fiandre, il fascino dei ciottoli (foto Robbrecht Desmet).

Attraversando la strada principale sulla Ronde Van Vlaanderen Straat abbiamo un’altra dimostrazione di quanto il ciclismo sia qui una componente imprescindible della vita quotidiana. Prima viene il monumento a Karel van Wijnendaele, il giornalista sportivo che ha fondato la Ronde, poi il nome di ogni vincitore di questa corsa inciso sulle lastre di cemento che compongono la strada.

Poi s’incontra il caffè Oude Hoeve, un leggendario punto di passaggio per i ciclisti che ancora oggi è in attività, con caffè da asporto e snack nelle mani di tutti, dai giovani aspiranti che si allenano, fino ai professionisti che affinano la loro forma prima della Omloop Het Nieuwsblad.

Uno di questi è un altro Dries, Dries Devenyns della Deceuninck-QuickStep. Museeuw è naturalmente una calamita naturale per questo tipo di pubblico, così ci mettiamo a chiacchierare e Devenyns spiega che sta andando al lavoro dopo essersi fermato a visitare sua nonna, che è stata la proprietaria della Oude Hoeve per decenni. È un’esperienza davvero speciale che non credo possa essere replicata in nessun’altra parte del mondo: alcuni dilettanti, un ex campione e l’attuale élite dello sport che chiacchierano in una strada tranquilla.

La discesa veloce e tortuosa verso il Paterberg è vicina e non posso fare a meno di sentirmi come un professionista mentre aggredisco una curva a 90° sul pavé. Questa illusione si infrange rapidamente quando affronto la pendenza del 20% e gli ampi spazi tra i ciottoli, ma è lecito sognare anche per un ciclista.

Museeuw calca la mano rivelando che avrebbe preso questa discesa a circa 80 km orari e poi sarebbe andato a tutto gas fino in cima per eliminare gli avversari messi in difficoltà sul Kwaremont. “Mancavano ancora 100 km al traguardo, però, quindi non si poteva esagerare – racconta Museeuw -. Ma quelle due salite e il Koppenberg subito dopo era dove la selezione sarebbe iniziata davvero”.

Io, comunque, sto esagerando, e mentre mi trascino oltre la rampa finale e crollo sulle panchine premurosamente posizionate in cima, ho almeno la consolazione di una vista mozzafiato sulla valle della Schelda verso il Kluisberg. La luce del mattino che si insinua tra le colline e i terreni agricoli mi dà la sensazione di essere entrato in un passato bucolico, con le sole turbine eoliche in lontananza a rovinare l’idillio rurale.

Ma non c’è tempo per indugiare. Il Koppenberg attende. Famoso per far tornare alla mente momenti drammatici come quando Fabian Cancellara ruppe la sua catena o Jesper Skibby si accasciò di lato e vide la sua bici schiacciata da un’auto della direzione della corsa, questo tratto di 600 metri onora da sempre l’alone leggendario che lo circonda.

I ciottoli stretti e irregolari farebbero male a qualsiasi pendenza, ma il Koppenberg raggiunge il 21%. Una percentuale così fa sì che quando piove (cosa che qui succede spesso), l’acqua scorra tra le pietre, indebolendo la loro coesione e facendole scivolare fuori delle loro sedi. Così affrontare il Koppenberg è in realtà combattere la gravità due volte, il terreno molto spesso si muove e si trasforma sotto di te come se tu stessi cavalcando su delle saponette viventi.

Museeuw e la musa di Boonen

Fiandre, il fascino dei ciottoli (foto Robbrecht Desmet).

“Non potresti vincere la Ronde sul Koppenberg - mi dice Museeuw in cima -, ma potresti sicuramente perderla. È così difficile che puoi salire solo alla tua velocità. Devi prenderti cura della tua attrezzatura e allo stesso tempo stare con i tuoi avversari”.

L’ingresso al primo tratto ripido è pavimentato con alcuni ciottoli abbastanza standard che sono stati posati durante una ristrutturazione circa 10 anni fa, tuttavia una volta che entriamo nel tunnel di sponde ripide e alberi siamo costantemente in lotta per la trazione. Il movimento in avanti si blocca e il mio primo istinto è quello di scendere dalla sella per riprendere la marcia, ma ahimè questo modo di agire fa solo scivolare la ruota posteriore. Mi riprendo appena in tempo, ma in un giorno diverso avrei potuto ritrovarmi a piedi, incapace di rimontare in sella.

Le intuizioni e i suggerimenti del Leone belga su queste strade evidenziano la differenza tra una corsa e una gara, ma fanno anche luce sul vecchio percorso più lineare della Ronde, che finiva a Ninove, a 90 km dal Koppenberg. Il nuovo finale è incentrato su Oudenaarde, la corsa si snoda in loop e quindi si è in grado di fare più salite del Kwaremont e del Paterberg. Nella vecchia gara l’idea era quella di correre duramente su questi bergs per rimanere in testa e attraversare la strada nazionale N60 in sicurezza e arrivare ai piedi della discesa del Koppenberg con il tempo sufficiente per valutare i danni e programmare un piano.

Aggrapparsi alla ruota di una leggenda del ciclismo lungo la suddetta discesa, sul pavé di Steenbeekdries e giù per il Sationberg è emozionante ma snervante. Soprattutto quando quella leggenda del ciclismo insiste nel mostrare quanto sia facile fischiettando una melodia allegra e chiacchierando. Eppure, mentre la ruota posteriore di Museeuw si allontana da me sulla salita successiva, il Taaienberg (il test preferito di Tom Boonen a inizio stagione, conosciuto localmente come il Boonenberg), sono confortato dal fatto che ora posso almeno andare al mio ritmo. Ma cosa sta succedendo davanti a me? Museeuw si sta fermando! La pressione che ho applicato passivamente accodandomi alla sua ruota e ansimando ha dato i suoi frutti? No, si è fermato a salutare un cavallo. Ancora una volta, le mie illusioni di adeguatezza sono infrante.

La Ronde era solita andare dritta o girare a sinistra in cima al Taaienberg, e in entrambi i casi sarebbe finita all’Eikenberg. Per la gara di quest’anno, invece, è stata inserita una nuova salita fino al Ridge sopra Ronse, il punto più a sud della gara. Una volta chiamata Tenhoute Straat, questa strada agricola trascurata comprende una ripida discesa seguita da una salita ancora più ripida che ha una splendida vista per coloro che possono girarsi e guardare in cima. Il motivo della sua inclusione solo ora è che, a testimonianza della crescente importanza del ciclismo in relazione all’economia locale, nel 2018 si è deciso di aggiungere il pavé e ribattezzare questo vecchio tracciato come Berg ten Houte nel tentativo di rendere ancora più attrattiva la gara.

E ha funzionato, trasformando un pezzo di strada ignorato in un mostro di salita che culmina con una crudele curva a sinistra al 21%.

La casa del ciclismo

Fiandre, il fascino dei ciottoli (foto Robbrecht Desmet).

Come in tutte le corse, una sosta per il caffè è obbligatoria, ma in quest’epoca di Covid le nostre opzioni sono un po’ limitate. Tuttavia, un bar, il Romanhof nella piazza del mercato di Ronse, offre il takeaway, così ci fermiamo abbastanza a lungo per degustare qualche espresso e salutare Museeuw. Ci spiega che deve tornare a casa per portare suo figlio Stefano a fare una seduta di stimolazione motoria. Faremmo bene a ricordarci questo nome.

L’uscita da Ronse offre la possibilità di scegliere tra due colline. Il Niuewe Kruisberg, un’ampia strada asfaltata con una leggera pendenza che ha vantato l’arrivo di due campionati del mondo, e l’Oude Kruisberg che - come suggerisce il nome – è la strada molto più vecchia e raggiunge lo stesso dislivello in una distanza più breve assai preoccupante. Entrambi portano all’Hotondberg, la cui cima, con i suoi 155 metri, è il punto più alto delle Ardenne fiamminghe. Tuttavia, il Belgio è così piatto che un punto panoramico di 155 metri offre già una vista superba sulle dolci colline della Vallonia. La strada su cui un promettente Sep Vanmarcke non è riuscito a raggiungere i leader della Ronde nel 2015 per pochi centimetri, dopo aver combattuto coraggiosamente nonostante tre forature.

Una svolta a destra e siamo di nuovo sulla strada che abbiamo attraversato prima in cima al Kwaremont, e la veloce discesa ci porta a Berchem, il villaggio ai suoi piedi. Poi all’improvviso ci ritroviamo a pedalare di nuovo lungo il fiume fino a Oudenaarde; serve a ricordarci quanto siano piccole le Fiandre e che oggi abbiamo appena abbozzato la conoscenza di questi luoghi magici.

Il Muur, il Paddestraat, il Bosberg, il Molenberg e decine di altri percorsi giacciono come in un assedio, appena oltre i limiti di Oudenaarde, implorando di essere cavalcati. È la vera bellezza di questa zona del Belgio: puoi mettere insieme la tua Ronde in qualsiasi giorno della settimana, e lo farai in un luogo dove il ciclismo non sembra più essere un semplice sport ma è diventato qualcosa di simile a una religione.

Le due ruote rappresentavano una via d’uscita dal campo o dalla fabbrica per pochi talenti, ma un secolo dopo il ciclismo si è intrecciato nel tessuto delle Fiandre in un modo che non troverete in nessun altro posto sulla Terra. A proposito, anche la birra non è male.

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