Big Ride nel cuore delle Dolomiti

La catena montuosa, tra le più celebri e amate al mondo, ospita alcuni dei più bei passi che si possano visitare in bicicletta. Cyclist si dirige verso l’epicentro per affrontarne tre tra i più suggestivi.

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Discesa dal Passo Sella verso il Passo Pordoi (foto di Mike Massaro)

Partenza veloce

Le gambe di Andrea rappresentano perfettamente la sua condizione di ciclista. È dieci anni più giovane di me, quindici chili più leggero e dieci centimetri più alto. Fisso queste gambe, che sono dello stesso colore della crema del mio espresso. Mi riprometto di scriverlo se riuscirò a tornare dignitosamente all’hotel.

Arabba (siamo in Veneto, in provincia di Belluno) in estate è la quintessenza del villaggio di montagna. La neve si è ritirata sulle cime più alte, alcuni motociclisti bavaresi con i postumi della sbornia si mischiano al buffet della colazione e l’aria è così nitidamente tranquilla che potresti sentire una conversazione della scorsa settimana. A quest’ora i ciclisti sono l’unica intrusione alla pace del mattino, le loro biciclette passano di tanto in tanto davanti alla terrazza dell’hotel. Alcuni sono diretti a nord sul Passo Campolongo, altri a ovest lungo il Passo Pordoi. Quanto a noi, prenderemo la terza e ultima strada per uscire dalla città, verso sud-est fino al Passo Fedaia.

Ho sentito storie su questo passo particolare, così prima di partire faccio un salto alla panetteria del paese per un po’ di carburante. Le fragole selvatiche sono cresciute bene quest’anno, così intasco due fette di torta da una donna burbera dietro il bancone. Mi guarda con un misto di disprezzo e preoccupazione, anche se le dimensioni delle porzioni indicano che prova più la seconda. Torno indietro, dietro l’angolo fino al parcheggio dell’hotel per trovare Andrea e ci prepariamo ad andare.

Arabba scompare dopo poche pedalate, la strada è un dolce pendio che raccoglie il passo in una corsa di asfalto e linee bianche tratteggiate. Il vasto lembo di montagna alla nostra destra si stacca dal bordo della strada, che invece deve essere orlata dalle barriere metalliche protettive antiurto per evitare di cadere verso un fondovalle sempre più lontano. Giriamo a destra e l’asfalto migliora di almeno una stella nella sua qualità, più scuro, molto più liscio e decisamente più ripido. Gli alberi ora fanno capolino sull’Armco, e al primo tornante la valle si è aperta quasi completamente.

Le linee un tempo tratteggiate si sono trasformate in un’unica macchia, e con il mio peso rispetto a quello di Andrea non ho, per ora, problemi a tenere il passo.

Discesa dal Passo Sella verso il Passo Pordoi (foto di Mike Massaro)

Via i guanti

Grandi muri di cemento colato si oppongono alla terra e al granito, puntellando la montagna e proteggendo la strada dalle frane. Più avanti altro cemento, questa volta sotto forma di un paio di tunnel. La mia pelle pizzica nell’aria umida che avvolge ogni tunnel, le cui pareti hanno la consistenza di quello strano rivestimento artificiale che usano nei parchi a tema.

I miei occhi si allargano mentre pedaliamo nelle gallerie, cercando di risucchiare più luce possibile, e poi si restringono quando emergiamo. Il sole è splendente nonostante l’aria sia fresca; Andrea ha ancora gli scaldamuscoli, un altro chiaro segno che è “di qui”. Per quanto mi riguarda, mi spoglio per qualsiasi cosa che superi i 15°C, e i miei pori stanno allegramente sudando in linea con questa politica e con l’aumento della pendenza. Da allora è stata in gran parte in discesa, ma una deviazione segnata da un cartello marrone che annuncia “Passo Fedaia” annuncia la fine di tali convenevoli.

Non è molto - non più di qualche punto percentuale - ma la traiettoria e il calore crescente sono sufficienti per indurre Andrea a fermarsi a riempire le nostre borracce a una fontana nel villaggio di Sottoguda. Questo, mi dicono, è l’ultimo posto per l’acqua gratis prima della cresta del passo. Ci sono uno o due bar lungo il percorso, ma dato il liquido simile all’Evian che scorre da tutte le tubature comunali nelle Dolomiti, non c’è bisogno di acquistare la plastica.

Il liquido che sgorga da questa particolare fontana arriva attraverso una roccia su cui è appollaiato un galletto in ferro battuto. Non è solo. Mentre pedaliamo nel centro di Sottoguda noto ogni sorta di creature in ferro battuto: farfalle che si posano sulle facciate dei negozi, aquile che prendono il volo dai tetti, coccinelle che si arrampicano sui muri degli chalet. Si scopre che questa città ha un debole per il ferro battuto.

Tutto deriva dal fatto che le Dolomiti sono letteralmente (da qui il nome) fatte di dolomite, una roccia sedimentaria che, come qualsiasi insegnante di geografia della scuola secondaria vi dirà, è un elemento ospitante dei minerali metallici di base. Il ferro è uno di questi minerali, ed è stato pesantemente estratto da queste parti fino alla Seconda guerra mondiale. L’effetto a catena fu che questa regione divenne famosa per i suoi artigiani metallurgici, e nessuno è più famoso degli uomini responsabili di molte di queste sculture ornate - i fratelli De Biasio.

Sì, nemmeno io. Ma è comunque una bella storia quella raccontata da Andrea, resa ancora più fiabesca dal fatto che per raccontarla è seduto su una panchina sotto un enorme troll intagliato nel legno. Posso solo immaginare come i De Biasios rabbrividirebbero di fronte a questa mostruosità che sbircia. E a proposito di mostruosità che fanno rabbrividire...

Sosta lungo il percorso sul Passo Sella per ammirare qualche possente montagna dolomitica (foto di Mike Massaro)

Semplicemente tremendo

Il Passo Fedaia (situato al confine fra Trentino-Alto Adige e Veneto, fra le province di Trento e Belluno) non è una salita particolarmente conosciuta in confronto ai suoi vicini, il Passo Pordoi e il Giau, e se i nostri precedenti 8 km fossero presentati come prova, il giudizio non verrebbe ribaltato. Ma sarebbe un grave errore.

La pendenza ha appena sfiorato il 3% da quando siamo partiti da Saviner di Laste, ma sicuri come l’orgoglio che precipita un inciampo, passiamo un cartello marrone che indica “Passo Fedaia 5”, giriamo a destra ed eccola lì: la freccia nera che Andy Hampsten una volta ha descritto come “l’orribile strada di qualcuno”.

Le scogliere delle Dolomiti si sono separate come un mare di ardesia per una strada così dritta da sembrare piatta. Ma non lo è. All’inizio lo sento nei miei quadricipiti, un accumulo di pressione sotto la pelle mentre i muscoli diventano sia terribilmente istruiti che inutilmente morbidi. La sensazione che più si avvicina a quella di un non ciclista è camminare sulla terraferma dopo un lungo periodo in mare. Il prossimo nella lista dei testimoni sono i miei polmoni. Siamo già ben oltre i 1.500 metri, la definizione da manuale di “altitudine”, e questo, più dei miei muscoli insaziabili, mi lascia a bocca aperta come una carpa arenata. Ancora una volta, per tutti i non ciclisti là fuori, provate a respirare attraverso una flanella bagnata.

Salita al Passo Sella (foto di Mike Massaro)

È un’agonia. Ma c’è di più

Arriviamo alla punta della freccia, o almeno sarebbe la punta se la fine del rettilineo psicologicamente dannoso non precedesse una serie decisamente straziante di curve, la peggiore delle quali sporge dal fianco della montagna su trampoli, meno simile a un vialetto e più simile a una pista per l’inferno. Un cartello rosso triangolare annuncia il 15%, io guardo il mio computer da bici e vedo il 18%. La mia velocità inizia e finisce in un unico “4”. Alzo lo sguardo e Andrea non c’è più. Mi fermo in cima alla strada e mi appoggio alla protezione e non riesco a decidere se devo bere o stare male.

Alla fine, riesco a raggiungere la cima, che come tutte le belle cime si rivela valere la pena. Primo perché ha un rifugio, e quello ha la Coca Cola e le panchine; secondo perché da qui la strada non ha altra scelta se non quella di scendere.

Ci muoviamo, Andrea dolcemente, io progressivamente meno dolorosamente. Andrea racconta allegramente la tradizione locale di Fedaia di quando un giovane Marco Pantani percorreva questa salita solo per chiedere: “Quando inizia la salita? Questo diverte molto Andrea; mi consola il fatto che era il 1998, Pantani pesava 57 kg e quell’anno vinse il Giro d’Italia e il Tour de France. Ma non c’è tempo per soffermarsi, perché non c’è forse qualcosa di importante da guardare?

Dio e gli uomini hanno cospirato insieme per far nascere un enorme lago scintillante, il Lago di Fedaia, più avanti, creato da un muro di diga serpeggiante e fiancheggiato da gallerie perfettamente implementate, quei meravigliosi edifici che sono in parte tunnel, in parte tratti aperti su un lato della montagna, per mostrare perfette vedute panoramiche incorniciate di cemento.

Qui la vista è quella della regina di questa regione, la Marmolada. Con i suoi 3.343 metri, la Marmolada è la vetta più alta delle Dolomiti, e dai nostri posti presiede un intero chilometro verticale sopra le nostre teste. È uno spettacolo da vedere, cime e ghiacciai avvolti in un tempo lontano, le sue facce grigie pietrose e a strapiombo.

La nostra salita duramente conquistata inizia finalmente a liberare un po’ di velocità, e noi scendiamo lungo i tornanti che corrono fluidamente tra i pini. Alla fine, la Marmolada è nei nostri specchietti retrovisori, e un nuovo colosso entra in vista - un gigantesco trofeo d’oro del Giro d’Italia, appollaiato su una rotonda che mostra con orgoglio il nome della città: Canazei. Prendiamo la prima uscita, firmata Passo Pordoi/Passo Sella.

Il trofeo gigante del Giro d’Italia sulla rotonda di Canazei (foto di Mike Massaro)

Vette gemelle

Guardate una mappa e vedrete che il Passo Sella e il Passo Pordoi non possono essere collegati quando si parte da Canazei. Dopo 5 km in direzione nord, si arriva ad un bivio dove bisogna scegliere: a sinistra per il Passo Sella o a destra per il Pordoi. Comunque, se sei Andrea e mi hai già visto soffrire oggi, troverai un modo. Così pedaliamo nel verde intenso della foresta, con l’obiettivo di arrivare in cima al Sella, con il piano di girare la coda e ridiscendere per affrontare il Pordoi.

Le prime salite sono una gioia pura. La strada ronza armoniosamente con i nostri pneumatici come solo l’asfalto fresco può fare, i pini offrono ombra e umidità, e passa un po’ di tempo prima che io debba alzarmi dalla sella per affrontare un tornante. Ma questo beato andare è di breve durata. Quando passiamo il bivio per il Pordoi, le cupe pareti rocciose delle Dolomiti sembrano spuntare tra gli alberi come grandi dita da una tomba, e con tale invasione la strada sale in modo allarmante. Andrea si allontana silenziosamente, lasciandomi ad essere superato ignominiosamente, ma almeno privatamente, da un’anziana signora su una e-bike.

Rifletto sul panorama in cima al Sella e forzo un saluto alla mia sorridente amica elettrica, ma fa freddo a quest’altezza e ho quasi finito. Indossiamo le giacche e scendiamo di nuovo al bivio e sul Pordoi. Per fortuna la discesa è ripida come me la ricordavo poco fa.

Siamo in dirittura d’arrivo ed è un piacere totale, anche se sudatissimo. Per consolidare questo punto, passano due Fiat 500 d’epoca, con i cofani del motore aperti su montanti per evitare il surriscaldamento. In segno di solidarietà, apro la mia maglia. In inverno, a quest’altezza il Pordoi sarebbe coperto di neve, ma sotto il riverbero di questo sole il pascolo è diventato verde e rigoglioso e faccio del mio meglio per mantenerlo innaffiato con il sudore che mi cola dal mento.

La scomparsa del suono delle Fiat lascia un vuoto di silenzio in cui ci addentriamo. Potremmo chiacchierare, ma le difficoltà del tratto contribuiscono a fermare qualsiasi ozio. Con cinica soddisfazione sono contento di vedere che anche Andrea comincia finalmente ad appannarsi un po’.

Il nostro monacale inseguimento viene infine interrotto dal ronzio dei motori di una stazione di cabinovie sparate verso il cielo per sentieri sconosciuti. È un segno sicuro che stiamo per raggiungere la cima, e i ristoranti e il parcheggio appaiono in vista. Ma questa volta rallentiamo appena per osservare il cartello, che è praticamente illeggibile sotto gli adesivi dei pellegrini - Passo Pordoi, 2.239 m. Continuiamo a pedalare, prendendo slancio fino a quando la gravità prende finalmente il sopravvento e siamo in grado di andare a ruota libera.

Mentre scendiamo, precipitiamo sempre più in profondità in un pastorale mosaico di prati, tra i quali presumibilmente si trova Arabba, nascosta per ora nelle pieghe della valle. Ma ai nostri lati, innalzandosi con improbabile incongruenza da tali scene rurali, le possenti guglie delle montagne dolomitiche incombono ancora.

Stanno appena iniziando il loro quotidiano spettacolo di luci, o come dicono i locali, “enrosadira”, quando le montagne brillano di rosa e arancione al tramonto e all’alba. La scienza dice che ciò è dovuto alla luce che riflette sulle pareti rocciose delle Dolomiti, ma la gente del posto ti racconterà di un re nano e del suo giardino di rose. Ma questa è un’altra storia.

Il nostro percorso

Scarica qui il nostro percorso. Da Arabba, dirigersi verso sud-est sulla SR48, cercando dopo 9 km un’impegnativa destra, firmata Alleghe. Scendere i tornanti fino a Saviner di Laste e al bivio alla fine della discesa tenere la destra, firmato Passo Fedaia. Attraversa Sottoguda, continua sotto una galleria segnata Malga Ciapela e segui la strada a destra. Fai i 5 km di salita fino alla cima, poi scendi lungo il lato del Lago di Fedaia, con la Marmolada alla tua sinistra. Seguire la strada naturale per 13 km fino a Canazei. Prendere la prima uscita firmata Passo Sella/Passo Pordoi, poi seguire le indicazioni per la cresta del Passo Sella. Svoltare e scendere per 5 km fino al bivio firmato Passo Pordoi, a sinistra. Una volta sul Pordoi è solo una piccola questione di 6 km di salita seguita da 10 km di discesa tortuosa fino ad Arabba.

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