Patchwork sloveno

La Slovenia occidentale è un mix di ambienti fra montagne incantate, fitti boschi, acque turchesi e paesini che sanno di miele e cioccolato. Vi raccontiamo 451 chilometri e 6.620 metri scalati in un viaggio durato 10 giorni, 7 trascorsi in sella, 5 notti in campeggio e 22 ore sotto la pioggia.

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Bikepacking nella Slovenia occidentale (foto Raffaella Cegna).

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Un itinerario ciclistico che parte da una città è sempre divertente, perché offre un warm-up un po’ fisico e un po’ mentale. Lubiana è un posto perfetto in questo senso con la partenza dal centro storico attraverso le vie principali all’ombra di splendidi monumenti e schivando la variopinta folla che lo anima. La capitale slovena ci offre un assaggio delizioso del paese che stiamo per “mordere” spingendo sui pedali.

Il punto zero del nostro percorso è iconico: Tromostovje, il triplice ponte sul fiume Ljubljanica che collega la parte medievale con quella moderna. Bisogna attendere poco e inizia subito la prima salita con cui la Slovenia anticipa quello che sarà il suo piatto forte: la natura in mille sfumature di verde, i profumi dei boschi e le acque turchesi che scorrono scavando incredibili canyon. Panorami mozzafiato che sembrano disegnati apposta per emozionare noi ciclisti. Poche pedalate dal centro della capitale, giusto per far girare le gambe, ed entriamo nell’elegante parco ottocentesco di Tivoli. Continuiamo la salita su strada asfaltata fino alla chiesetta di St. Jakob, dove è impossibile non fermarsi all’ombra di grandi alberi, appoggiare le bici e guardarsi attorno per vedere la città già lontana e avvolta dalla foschia della pianura. Dall’altra parte si scorge un susseguirsi di montagne coperte di boschi e pascoli che, finché siamo freschi e carichi di adrenalina, ci fanno solo venire l’acquolina in bocca.

Io e il mio compagno di viaggio abbiamo esperienze ciclistiche nettamente differenti, e due modi di usare i Gps un po’ agli antipodi. Io sono un’acerba pedalatrice alquanto gasata per questo nuovo mondo lontano dalle due ruote motorizzate che solitamente destreggio, uso il mio Garmin Montana solo per vedere dove andare, senza alcun desiderio di sapere quote, chilometri mancanti, grafici di elevazione. Gigi ha un’esperienza ciclistica più consolidata e preferisce sapere, monitorare, vedere oltre. Siamo un duo piuttosto pittoresco, anche per i mezzi a disposizione e per l’allestimento scelto: una mtb entry-level biammortizzata per me e una in acciaio più evoluta per Gigi. Al netto delle differenze, la similitudine sta nell’utilizzo di borse da bikepacking sulle bici.

Per percorrere questo itinerario, caratterizzato da un ricco mix di ambienti e tipologie di terreno, non esiste la bici totale: spetta a ogni cicloturista scegliere il giusto compromesso in base a setting, abitudini e capacità. Se si è esperti e ben allenati, si può optare per una gravel con gomme di sezione generosa.Tutto è stato deciso all’ultimo e assolutamente con un approccio low profile. So solo che la bici va avanti pedalando e frena, per il resto ho la testa dura e abbastanza fiato grazie ad altri sport. Così, da questo posto che sembra una cartolina tridimensionale, inizia il nostro vero viaggio, con tutte le difficoltà e le crisi che ci possono (e devono) essere quando ci si trova lontani dalle comodità.

Ci accomuna il desiderio di sentirci un po’ selvaggi e, probabilmente, il bikepacking è uno dei modi per percepirsi tali, almeno per una parentesi temporale. Il primo giorno da 76 km e 2.297 metri di ascesa è caldo, fluido, impreziosito da posticini pittoreschi come le medievali Škofja Loka e Radovljica, la città considerata più dolce della Slovenia grazie a una lunga tradizione di cioccolaterie e produttori di miele (in un Paese dove su 2 milioni di abitanti si contano circa novemila apicoltori).

Ripartiamo il giorno dopo in direzione del famoso lago di Bled, costeggiando il lato sud e percorrendo la ciclabile sulla quale stazionano pescatori di trote e carpe. Abbassiamo il ritmo per goderci la vista su questa isola naturale che spunta dall’acqua quasi come in un film fantasy. Da qui cambiamo l’andatura e puntiamo verso le Alpi Giulie, che chilometro dopo chilometro ci abbracciano sempre più da vicino. Passiamo dalla località sciistica di Kranska Gora pedalando sul un bel percorso ciclabile, mentre il meteo cambia di nuovo facendosi minaccioso, soprattutto verso le cime dove siamo diretti.

Non si può certo mollare, mangiamo due porzioni abbondanti di primo per scaldarci le viscere e riprendiamo le bici dirigendoci verso il passo più alto dell’itinerario. Prima di iniziare la salita vera e propria percorriamo i bellissimi sterrati pietrosi che sfiorano il lago Jasna, un miracolo della natura di una trasparenza incredibile e dove si specchia elegantemente il paesaggio alpino circostante.

Il meteo peggiora e inizia a diluviare, la temperatura scende e ci tocca guadare un fiume immergendo i piedi in un’acqua tanto pura quanto maledettamente gelida. Lo superiamo e raccogliamo le forze sotto la tettoia di legno di un antico pozzo. Ci attende il passo per eccellenza delle Alpi Giulie, il Preval Vršič. Per noi italiani, il Passo della Moistrocca. Poco meno di mille metri di ascesa fatti sotto un temporale che non perdona non ci tolgono il sorriso, ma l’idea di scendere fradici e infreddoliti non rientra esattamente nei nostri desideri. Ci concediamo quindi un comodo letto e una cena tipica a base di polenta, spezzatino speziato e birra al rifugio Tičarjev dom. Questa scelta conservativa si rivela azzeccata al nostro risveglio, dalla finestra della camera vediamo il cielo azzurro e le cime rocciose delle montagne baciate finalmente dal sole.

La temperatura in questa giornata di fine estate è vicina allo zero, ma la discesa riempie gli occhi e scalda l’anima. Iniziamo a sentire un po’ di tepore una volta giunti nella valle dell’Isonzo (Soča in sloveno), dove la nostra strada continua a correre sotto il sole lungo gole turchesi scolpite dal fiume che attraversa pascoli e villaggi fatti di casette di legno. Si respira, ci si crogiola e ci si fa coccolare dal panorama prima della seconda ascesa di giornata: il Monte Stol e i suoi 1.400 metri. In discesa ci tocca altra pioggia gelata e che non ci lascia tregua per quasi 20 chilometri di sterrato, fino a Caporetto.

Noi siamo stati fermati qui dal meteo, ma un’ottima opzione per la serata e un pernottamento in campeggio sarebbe stata Boveç. Arriviamo sfiniti, senza più nulla di asciutto e praticamente al buio della sera, dopo oltre sette ore di acqua e 93 chilometri pedalati.

Il giorno dopo ci svegliamo presto, facciamo una piccola spesa per rimpinzare il nostro bagaglio, e apprezziamo il cielo incredibilmente sereno. Si sale verso un’area tristemente costellata di resti bellici, cicatrici oggi utili almeno per una sosta di riflessione.

Il meteo si guasta di nuovo con tanto di tuoni, fulmini, vento e gocce che sembrano gavettoni, ma non si molla. Saliamo quasi mille metri di dislivello in 10 chilometri facendo una breve sosta per curiosare attorno al bivacco Zanuso, scolliniamo sul Monte Colovrat, per poi trovare riparo al Rifugio Solarie mentre fuori sembra arrivare la fine del mondo. Sono solo le tre del pomeriggio, ma la zuppa calda, l’accoglienza della proprietaria e una partita a briscola ci fanno capire che è il caso di rimanere qui anche la notte, per scaldarci con una doccia calda e riposare mentre le ante delle finestre sbattono senza pietà sferzate dal vento. Quando albeggia, tutto si placa. Esce il sole e si intravvede l’azzurro come in un quadro di Tiepolo, è il momento per noi di partire ben coperti verso Nova Gorica, godendo della vista che arriva fino all’Adriatico.

Una breve parentesi in territorio italiano per poi tuffarci di nuovo in un clima che sembra più estivo che autunnale fra i vigneti della Valle del Vipava, una zona vinicola dove si passano cantine e vigneti di etichette di tutto rispetto (meritano senza dubbio una degustazione).

Il nostro penultimo giorno è finalmente caldo e dall’altimetria morbida, con 1.432 metri di salita distribuiti abbastanza dolcemente lungo 43 km (consigliamo una sosta a Postojna per ammirare il castello incastonato nella grande roccia). Dopo la notte in tenda nel magnifico campeggio di Pivka Jama immerso in un bosco, con tanto di sentiero che porta a grotte e gole, l’ultimo giorno più che un rientro alla base sembra una prova di sopravvivenza: alberi caduti, traccia che scompare in un groviglio di rovi, chilometri di sentieri sterrati dai dolci saliscendi che sembrano incredibilmente lontani dalla Lubiana che abbiamo lasciato solo qualche giorno fa. Dopo un lungo tratto di pianura, il tramonto ci aspetta in cima alla collina del castello che domina la città, per poi scendere e tornare al punto di partenza, quasi pronti per un altro giro sfidando il meteo.

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