Cadute ai Grandi Tour

Le cadute hanno deciso l’esito del Tour de France di quest’anno (e di altri eventi ciclistici) tanto quanto forza ed esperienza? Cyclist prova a esaminare i fatti.

Alcuni indicheranno la sua vittoria a cronometro a Laval nella quinta tappa. O forse la sua performance nell’ottava tappa, sulle Alpi a Le Grand-Bornand. O il giorno seguente a Tignes, dove, anche se non ha vinto nessuna delle due gare, ha guadagnato molto tempo e ne ha tolto ancora più al morale dei suoi avversari. O forse le sue vittorie di tappa back-to-back sui Pirenei, anche se a quel punto il Tour de France era già finito.

Ma probabilmente la cosa più importante che Tadej Pogačar è riuscito a fare nella corsa alla vittoria del suo secondo Tour consecutivo è stata in realtà qualcosa che non ha fatto. Non è caduto e non si è ferito seriamente in nessuna delle tante e grandi cadute che hanno segnato le prime tappe della corsa francese di quest’anno.

Duri colpi

La narrazione del Tour va avanti così rapidamente che una volta raggiunte le Alpi ci siamo quasi dimenticati che molti dei favoriti pre-gara erano infortunati e fuori dalla corsa o in difficoltà.Tutto a vantaggio del campione in carica. Non capita spesso che un corridore che sia caduto durante le tre settimane vinca poi il Tour.

All’inizio della quarta tappa, con tanti corridori malconci, il gruppo ha cercato di esprimere solidarietà nell’unico modo che conosce, fermandosi. È stato solo per un minuto o poco più, subito dopo la sezione neutralizzata, dopo di che sono rimontati in sella alle loro biciclette e hanno passeggiato per 10 km prima di riprendere a sfrecciare come in ogni altra tappa.

Nella loro breve protesta sono stati guidati da André Greipel, il veterano tedesco al suo ultimo Tour, anche se non era del tutto chiaro per cosa stessero protestando. Il sindacato dei corridori, il CPA, ha dichiarato che i suoi membri volevano “mostrare la loro insoddisfazione per le misure di sicurezza e chiedere che le loro preoccupazioni fossero prese sul serio”.

In termini pratici, ciò che i corridori volevano, secondo la CPA, era che l’UCI “avviasse discussioni con tutte le parti interessate alla corsa per adattare la regola dei 3 km” [per cui i corridori che cadono o hanno un problema meccanico negli ultimi 3 km ricevono lo stesso tempo del gruppo in cui si trovavano].

È emerso che i corridori hanno chiesto che la “zona sicura” fosse estesa da 3 km a 8 km - una richiesta apparentemente concordata in linea di principio da ASO, l’organizzatore del Tour, ma rifiutata dai commissari dell’UCI sul campo.

Questa decisione ha avuto conseguenze devastanti per Jack Haig, che aveva avuto un inizio impressionante al suo primo Tour come team leader della Bahrain Victorious. L’australiano era quarto nella prima tappa, decimo nella terza e sesto in classifica generale quando è caduto pesantemente, rompendosi la clavicola - i suoi sogni di Tour e Olimpiadi si sono infranti in una curva stretta in prossimità del traguardo, con il gruppo che viaggiava ad alta velocità.

Osservando la carneficina, Marc Madiot, il capo della Groupama-FDJ, ha concluso che era stato raggiunto un punto di svolta. La mattina della quarta tappa, parlando con Haig, Caleb Ewan, Robert Gesink, Primož Roglič, Geraint Thomas e altri gravemente feriti dopo le loro cadute del giorno precedente, ha detto: “A parte i miei corridori, sono un padre e molti padri guardano il Tour, così come le madri e i loro figli, e in questo momento potrei capire se questi genitori non volessero che i loro figli fossero ciclisti. Ne abbiamo parlato per anni e dobbiamo trovare delle soluzioni. Non possiamo andare avanti così”.

Oltre alle strade strette e alla curva pericolosa che ha fatto fuori Haig, Madiot ha detto che anche il finale della tappa - dove Ewan è caduto e si è rotto a sua volta la clavicola - era molto pericoloso.

Dobbiamo fare qualcosa”, ha detto, “o ci saranno dei morti. E non voglio dover chiamare le famiglie dei miei corridori per dire loro cosa è successo. Non si può continuare così. Non è più una corsa in bicicletta”.

Madiot ha ammesso che non esiste una sola causa, e ha precisato che sono diverse le persone che hanno la responsabilità di dover rendere il ciclismo su strada più sicuro: “Non è solo il percorso, non solo gli organizzatori, ma anche gli stessi corridori, e le autorità internazionali che non prestano attenzione a ciò che gli ex corridori hanno da dire”.

Nessuna sicurezza dai numeri

E i corridori? Non sembra mai appropriato puntare il dito contro un ciclista ferito, ma sembra che alcune delle cadute della terza tappa abbiano avuto più a che fare con l’errore dei corridori piuttosto che con il disegno del percorso. Roglič sembrava cercare di infilarsi in un varco che non c’era quando è stato spinto da Sonny Colbrelli. Ewan ha toccato la ruota posteriore di Tim Merlier mentre cercava di aggirarlo in volata, facendo fuori anche Peter Sagan.

Mitch Docker, il corridore della EF Education-Nippo ritirato dopo la Parigi-Roubaix, ha offerto un parere fuori dal coro dopo i primi tre giorni di cadute. Non ha incolpato i singoli corridori, ma ha sottolineato una tendenza. Con le squadre più interessate alle singole prestazioni dei corridori piuttosto che alle loro capacità in gruppo, o al loro pedigree come juniores, ci sono nuovi percorsi nel mondo del ciclismo professionistico che prima non esistevano.

“Il gruppo sta cambiando”, ha affermato Docker. “La sensazione che ho avuto è che prima si entrasse nel gruppo World Tour perché si era già dei vincitori. E si diventava vincitori attraverso i ranghi junior e lavorando anche grazie alle corse amatoriali. Oggi tutti i corridori possono essere valutati, e ottenere un contratto con una squadra, attraverso i propri dati di performance: fondamentalmente, se possiedono un grande motore. Qualche anno fa, se si era in grado di vincere una gara anche avendo dati scadenti non aveva importanza. Nessuno conosceva i singoli dati. Si imparavano il mestiere e come vincere, così entrando nel World Tour si sapeva già come correre e come gestirsi nel gruppo. Quello che sta succedendo ora è che si arriva con enormi motori ma senza esperienza. Roglič è nel gruppo dal 2013 e nel World Tour dal 2016, ma non è cresciuto come ciclista. Non ha imparato le sue abilità da junior”.

“Quando si mette insieme un intero gruppo oggi, il 50% dei ciclisti non hanno corso come juniores. Sono sicuramente forti, ma non è questo il problema”, aggiunge Docker. “Hanno potenza ma non necessariamente anche esperienza. Nel frattempo, le corse sono diventate più veloci e c’è sempre più stress. È una parte che viene troppo spesso trascurata, secondo me, perché c’è il presupposto che chi possiede grandi motori e molta potenza possa diventare abile più avanti. Ma non sono sicuro che possano sempre farlo”.

E se...?

L’assenza di un’unica causa delle cadute è un grosso problema quando si tratta di affrontare una questione che non è solo dannosa per i ciclisti coinvolti, ma anche per l’integrità della competizione.

Madiot ha dichiarato che la GC è stata “rovinata a causa delle cadute”. È un’affermazione audace ma su cui vale la pena soffermarsi.

Pogačar è stato un vincitore meritevole e convincente, ed è difficile immaginare chi sarebbe stato in grado di sfidarlo nel 2021. Ma come facciamo a sapere che Roglič, che aveva iniziato bene il Tour se non meglio del suo connazionale, non avrebbe potuto essere proprio quel corridore?

O cosa sarebbe successo se i quattro leader della Ineos Grenadiers - Geraint Thomas, Richard Carapaz, Richie Porte e Tao Geoghegan Hart - fossero rimasti in piedi, con la loro squadra in grado di giocarsi quattro carte forti invece del solo Carapaz, finito sul podio in terza posizione?

O se Haig – come sostenuto dal suo capo squadra, Rolf Aldag – fosse emerso come vero contendente?

Prima del Tour sarebbe stato più probabile rispetto al podio di Jonas Vingegaard. Dopo tutto, il giovane danese era considerato solo il terzo o il quarto uomo nella sua squadra, ma si è guadagnato lo spazio lasciato da Roglič finendo poi secondo dietro a Pogačar a Parigi.

Poi c’è stato Mark Cavendish, con quattro vittorie di tappa e la maglia verde, una delle più grandi rivincite nei 118 anni di storia del Tour. Ma cosa sarebbe successo se Ewan non fosse caduto?

Le cadute sono state più frequenti e con conseguenze più gravi, rispetto al passato. Ma come ha detto Madiot, esistono numerose ragioni per questo, da un aumento dell’arredo stradale a bici, abbigliamento, corridori più veloci, da direttori sportivi che istruiscono tutti i loro ciclisti a spostarsi davanti in un tratto di strada pericoloso, da squadre che insistono a correre unite a corridori che si raggruppano sempre più vicini. E forse l’affermazione di Docker, che l’enfasi sulla fisiologia va ormai a scapito dell’esperienza, è un altro fattore.Ma entra in gioco anche la fortuna. Quando Tony Martin, in testa alla linea Jumbo-Visma sulla destra del gruppo, si è scontrato con il cartello di una fan nella prima tappa, ha fatto fuori la maggior parte della sua squadra. Pogačar e i suoi compagni si sono invece (fortunatamente) ritrovati dalla parte opposta della strada.

Il futuro non è deciso

Questa è stata la dinamica per la maggior parte della prima settimana. Poi il Tour si è spostato dal caos e dai pericoli iniziali ed è stata scritta una storia diversa, con i “se” e i “ma” ammainati come le bandiere dei tifosi. La storia descriverà Pogačar come uno dei vincitori più convincenti degli ultimi due decenni e Cavendish come uno dei più grandi ritorni.

È stato, come ha dichiarato Dan Martin alla fine della penultima tappa, un Tour che si è svolto in circostanze insolite. Molti lo hanno paragonato al 2014, quando Vincenzo Nibali aveva corso un Tour completamente in discesa dopo che il campione in carica Chris Froome era caduto molto presto.

“Quelle cadute, non vorresti mai vederle”, ha detto Martin. “È stato come se fosse scoppiata una bomba. È stato terrificante vedere così tante persone ferite”.

Martin è d’accordo con Madiot che le cadute hanno distorto la battaglia per la maglia gialla, e ha messo tutti in guardia sull’ipotesi di un periodo di dominio incontrastato di Pogačar.

“Due anni fa avevamo detto che eravamo all’inizio dell’era Bernal”, ha detto. “Ci sono molti giovani corridori che stanno emergendo e speriamo di poterli vedere tutti insieme. È un momento decisamente eccitante per il ciclismo”.

“Penso che il dominio di Tadej qui quest’anno sia dovuto alle circostanze”, ha continuato Martin. “In parte è stata la gara, che è iniziata una settimana prima (l’ultima settimana di giugno invece della prima settimana di luglio)”. Il tempo per gran parte del Tour è stato insolitamente freddo. Nell’unica giornata calda in montagna, quando il gruppo ha affrontato il Mont Ventoux per due volte, Pogačar ha mostrato il primo - e come si è poi scoperto - e unico segno di debolezza, quando Vingegaard lo ha staccato pedalando verso la cima della seconda salita. Abbiamo visto sul Ventoux come Tadej abbia sofferto il caldo e penso che se ci fossero state le tipiche giornate pirenaiche a 35°C, avrebbe potuto essere una gara diversa”, ha detto Martin. “Lo stesso nelle Alpi - non abbiamo mai visto un tempo del genere al Tour”.“Ad inizio corsa, quando mi è stato chiesto cosa avrebbe potuto impedirgli di vincere, ho rispoto il tempo. Speriamo di un Tour più normale il prossimo anno, con meno cadute e clima normale, e vedremo cosa riuscirà a fare Tadej”.

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