di Peter Stuart - 24 giugno 2019

Mortirolo e Gavia: leggende del Giro

Cyclist si dirige verso le Alpi centrali per affrontare il selvaggio Mortirolo e l’imponente Gavia, entrambi scenari di imprese ciclistiche leggendarie

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Immagini George Marshall

Se le strade potessero parlare, il Passo del Mortirolo avrebbe qualcosa da raccontarvi sul 1994. Fu durante il Giro di quell’anno che il beniamino dell’Italia, Marco Pantani, inseguì Miguel Indurain sulle temibili pendenze. Pantani affrontò la salita volando, raggiunse lo spagnolo e staccò sia lui sia il leader della corsa Evgenij Berzin conquistando la tappa.

La sua fu l’ascesa più veloce del Mortirolo (il record fu battuto due anni dopo da Ivan Gotti) e mandò i tifosi in visibilio. Perfino vista oggi in uno sgranato video di YouTube, l’abilità di Pantani di affrontare danzando pendenze del 20% è uno spettacolo straordinario, e spiega perché l’italiano esercitasse un fascino così enigmatico. Una statua di pietra del Pirata, accompagnata da una poesia, si erge oggi vicino alla cima e lancia ai corridori un sorriso impertinente.

Oggi, in questa fresca mattina, il Mortirolo non assisterà a imprese leggendarie. Ci saremo solo noi, a macinare chilometri sui suoi pendii vertiginosi. Con me c’è Chris, un amico inglese, e ad accompagnarci c’è Daniele Schena, proprietario dell’Hotel Funivia di Bormio, che in bicicletta a detta di tutti è un mostro (e un gentiluomo).

Mentre saliamo tutti insieme a una velocità nettamente inferiore a quella di Pantani, ho la sensazione che soffriremo quanto lui. Dobbiamo percorrere ancora molti chilometri prima di poter intravedere la sua statua, e oscilliamo le nostre bici da un lato all’altro nel fiacco tentativo di stare diritti. Abbiamo davanti a noi una lunga giornata caratterizzata da due gigantesche salite: una di esse è il Passo del Gavia, che ci accoglierà subito dopo il Mortirolo. La mia mente torna ai tempi felici in cui sorseggiavo un espresso e mi sentivo bello fresco e rilassato. Circa un’ora fa.

A quanto pare il Mortirolo viene scoperto dal mondo del ciclismo dopo il celebre Giro del 1988, quando una bufera di neve rende infida e drammatica la salita del Gavia (ne riparleremo). Gli organizzatori vedono allora nel Mortirolo un’alternativa per gli anni futuri, nel caso si ripetano condizioni climatiche così proibitive. A noi, quando usciamo da Bormio, viene per fortuna risparmiata la bufera di neve. È una fresca mattina: il sole splende, ma durante la discesa iniziale sperimentiamo temperature intorno ai 6°C.

Ci godiamo una magnifica pedalata nella Valtellina, mentre le lontane cime innevate ci invitano a proseguire. Quando raggiungiamo Grosio, la temperatura ci ha convinti che è il momento di bere un caffè e di scaldarci un po’. Grosio è un antico paesino punteggiato di edifici medievali, tra i quali brilla un Castello Nuovo. Nuovo per modo di dire, perché risale al Trecento. Ci fermiamo in un bar, e Daniele ha un fremito d’imbarazzo quando chiedo un cappuccino. Mi corregge rapidamente, dicendo al barista “Tre espressi!”. Poi con discrezione mi ricorda che sono le dieci del mattino, troppo tardi per ordinare un caffè con molto latte.

Le tradizioni del Belpaese qui non c’entrano. Daniele mi rammenta che stavo per violare le Regole dei Velominati (un sito di riferimento per chi si prefigge di seguire regole e bon ton nel mondo del ciclismo), che dovrei conoscere a memoria: “Hai presente la Regola 56? Solo espresso o macchiato”, dice. Sotto il suo hotel, Daniele gestisce anche il Bicycle Caffè, un paradiso della bicicletta tappezzato di omaggi alle Regole e da decine di maglie donate da grandi campioni dello sport. Molti di loro vengono qui a correre,
e lui li conosce bene.

Daniele ribadisce la difficoltà del Mortirolo – Lance Armstrong lo ha definito la sua salita più dura – e mi rimprovera di aver portato una guarnitura standard anziché una compact. Con un misto di caffeina e di ansia in circolo, sento che è il momento di ripartire. Da Grosio ai piedi del Mortirolo, a Mazzo di Valtellina, c’è un tragitto di 5 km, e mentre la montagna si avvicina riesco a distinguere la strada che solca con cattiveria il verde ripido versante. Quando attacchiamo la prima rampa della salita lunga 11,5 km mi preparo ad affrontare la pendenza del 15%. Faccio leva sul manubrio per andare fuorisella e mi rendo subito conto che con questa andatura non avrò sufficiente tregua per sedermi di nuovo. Rallento, mi siedo e premo il pulsante Di2 alla ricerca della marcia più bassa. Ma il problema è che sono passato al 39/28 da un bel pezzo.

Ci sono quattro percorsi che portano sul Mortirolo. Noi scegliamo di partire da Mazzo di Valtellina, ma avremmo potuto partire da Grosio se avessimo voluto una salita più lunga e gestibile.

Si può anche cominciare da Edolo, con una salita di 17,2 km e una pendenza del 7%. L’ultima alternativa è simile al nostro percorso: parte da Tovo di Sant’Agata e i primi chilometri sono diversi ma altrettanto ripidi.

La prima parte della salita avviene in mezzo agli alberi, che in una giornata più calda ci proteggerebbero dal bruciante sole estivo. In una giornata come questa significa che non siamo in grado di apprezzare il cambiamento di quota. La strada si snoda in una foresta buia ammantata di un certo sinistro mistero. Mentre saliamo mi ritrovo a ondeggiare sulla sella così da poter far leva sui pedali e andare avanti. Non sono molte le salite in cui dopo soli 3 km mi sorprendo a chiedermi se riuscirò ad arrivare a 4. Daniele, per il quale questo tipo di strada dev’essere la routine, non sembra trovarla impegnativa. Anzi, ne approfitta per raccontarci un po’ di storia locale.

Vedete queste vecchie case di pietra?”, dice indicando le strutture fatiscenti che fiancheggiano la strada. “Sono antiche fattorie medievali. Un tempo si teneva il bestiame nelle stalle sotto la casa come fonte di calore”.

Chris risponde con coraggiosi grugniti tra una boccata d’aria e l’altra, mentre io tengo lo sguardo fisso sull’attacco manubrio e faccio di tutto per tenere in trazione la ruota. Il Mortirolo è una salita spietata, come sembra suggerire l’etimologia del suo nome. Nei primi 5 km, i tratti al 12% e anche oltre non danno tregua. Ogni chilometro è contrassegnato dall’indicazione della pendenza media e di quella massima. In molti casi la pendenza media è del 14% e si impenna fino a sfiorare il 20% per centinaia di metri. Contiua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Giugno 2018

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