di Trevor Ward - 12 settembre 2019

Le misteriose dinamiche del gruppo

Per quelli che rimangono indietro quando la strada sale, la vita nel “gruppetto” è dura. Ma nella loro sofferenza c’è qualcosa a cui ispirarsi

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C’è un punto in ogni grande Giro, solitamente quando le strade iniziano inesorabilmente a salire, nel quale una parte del gruppo sparisce alla vista. Abbiamo sentito battute su atleti che “timbrano i biglietti per l’autobus” oppure “si infilano nel gruppetto”.

Mentre le telecamere rimangono fisse sulle fughe o sui protagonisti della corsa, ciò che accade nel gruppetto rimane all’interno del gruppetto. Ciò potrebbe suonare come una sorta di società segreta dove il ritmo è pacato e birre e panini vengono passati di mano in mano. In uno sport dove la “sofferenza”
è data per scontata, difficile credere che il gruppetto sia un centro termale per lenire sfinimento e dolore.

In verità, dice Chris Boardman, 
il gruppetto si basa su un vecchio fondamento secondo il quale la miseria ama la compagnia. Nel suo libro Triumphs And Turbulence ricorda le otto ore trascorse nel gruppetto durante la mostruosa tappa di 260 chilometri del Tour de France del 1996 sui Pirenei, definita da lui stesso “il giorno più duro che abbia mai trascorso in bici”.

Il gregario Chris Juul-Jensen è stato ancora più esplicito su un blog che tenne durante il Giro del 2015, quando correva per la Tinkoff Saxo di Alberto Contador: “Pedalavo sempre più vicino agli spettatori, sperando vanamente in una spintarella. In realtà fu durissima e ben presto si fece sentire nelle gambe che diventarono dure come cemento. È a quel punto che la vanità svanisce. Non facevo più caso al casco storto in testa e al muco che mi colava dal naso. Il tempo limite? Chi se ne frega? Il gruppetto è lì per superarlo o rientrarvi. Non
c’è nulla che tu possa più fare. Puoi solo concentrarti sulla ruota di chi ti precede”. Ebbene sì, alla fine si tratta di sopravvivere al taglio del tempo limite. Infatti, è tutta una questione di calcolare esattamente in che percentuale sarà il tempo limite. È come se un atleta non
 già abbastanza sofferente, si debba impegnare a fare complicati calcoli aritmetici e tenere un occhio sull’orologio.

Per prima cosa deve calcolare l’ipotetico tempo di arrivo del vincitore di tappa. Quindi deve avere familiarità con le tabelle UCI e i relativi coefficienti sul tempo che tengono conto della lunghezza e della difficoltà della tappa, oltre alla velocità media tenuta dal vincitore. Da tutto questo, deve essere in grado di calcolare la percentuale del tempo sul vincitore affinché il gruppetto rientri nel tempo limite. Semplice.

Fortunatamente, il gruppetto di solito ha un leader esperto che vuole assumersi la responsabilità di fare tutte le somme e assicurarsi che si pedali al ritmo giusto. Nella giornata accennata da Boardman, l’autista dell’autobus era il gigante Eros Poli.

La sua sicurezza, espressa dal tono di voce amichevole e dalla gestualità delle sue braccia, mi ha tirato fuori dalla mia miserabile introspezione”, ricorda Boardman. “Tutto nel suo comportamento fece apparire quei 260 km attraverso le montagne come una giornata in libera uscita”.

Più recentemente, Bernhard 
Eiselis è considerato l’uomo su cui fare affidamento nel caso ci si trovasse in
 un gruppetto. Veterano di 19 Grandi Giri sulle spalle, l’atleta della Dimension Data ha salvato compagni di squadra illustri, incluso Mark Cavendish, nel corso di alcuni dei giorni più complicati del Tour. Nel sontuoso libro fotografico Mountains: Epic Cycling Climbs, l’autore Michael Blann scrive: “Gli atleti del gruppetto possono incontrare momenti veramente duri, sono svuotati e sofferenti, e ciò li porta letteralmente 
in confusione mentale. Qualsiasi
 cosa è troppo veloce, divenendo così ossessionati dalla velocità del gruppo”. Quando si tratta di calcolare il ritmo Eisel dice che è tutto basato sulla preparazione: “Guardare il road book significa capire dove si deve lavorare e dove invece si possono perdere minuti. Per mia esperienza puoi lavorare attorno all’ 80% su quello che più avanti ti appresterai ad affrontare, ma c’è ancora quel 20% che non è minimamente sotto il tuo controllo: cadute, scelte tattiche tra altri team, il meteo”. Continua….

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Agosto/Settembre 2018

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