Colnago Carbitubo, campionessa di innovazione

Ernesto Colnago non è mai stato uno che si è fatto intimorire da un design radicale, ma questa bici del 1993 è tanto enigmatica quanto innovativa.

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Colnago Carbitubo (foto Mike Massaro).

Se Ernesto Colnago avesse avuto un euro per ogni bici da record dell'ora di Eddy Merckx che si diceva esistesse, probabilmente non avrebbe dovuto vendere la sua azienda a Chimera, un fondo di investimento di Abu Dhabi. Ed è una storia simile quella che vi stiamo per raccontare, perché secondo i nostri calcoli c'è una probabilità del 50 e 50 che questa sia la bici usata da Maurizio Fondriest durante la Milano-Sanremo del 1993.

Colnago insiste sul fatto che questa sia la bici con cui il trentino vinse nella città ligure, ma noi non possiamo ignorare il fatto che quando lo abbiamo intervistato, proprio Fondriest ci disse "Tutte le bici con le quali ho vinto le tengo appese al muro in casa. Ho quella della Coppa del mondo, del Mondiale e della Milano-Sanremo”. Inoltre, i filmati d'epoca suggeriscono che la Colnago di Fondriest fosse blu e gialla quel giorno vittorioso, non blu e nera. Tuttavia, c'è la possibilità che questa bici sia stata ridipinta, o che fosse quella di scorta in cima alla cappotta dell'ammiraglia del team Lampre-Polti. Una cosa però è certa: Fondriest ha vinto su una Carbitubo.

Il doppio tubo obliquo è inconfondibile. “Questa è la bici che ha vinto la Milano-Sanremo. Anche il Principe Alberto di Monaco ne ha una, e pure il (fu) direttore tecnico della nazionale italiana Davide Cassani", afferma Ernesto Colnago con un bagliore di emozione che si intravede negli occhi nascosti dagli occhiali. Ciò non vuol dire che non sia orgoglioso del lavoro della sua vita - dopotutto, siamo nel suo museo privato pieno di modelli prodigiosi, dalle bici da pista sperimentali ai primi modelli in fibra di carbonio con il pomello del cambio. Il fatto è che ci sono stati così tanti stravolgimenti di regole e innovazioni, che ormai è probabilmente disincantato verso tutto ciò.

Posizioni di potere

Colnago Carbitubo (foto Mike Massaro).

Contro una parete c'è una teca di vetro con all'interno una Colnago placcata in oro che fu offerta a Papa Giovanni Paolo II, e che presumibilmente fu restituita dall'avvocato del Vaticano (o forse ce n'erano due di queste bici).

Ernesto parla di questa bici in maniera sempre più animata, fino a rannicchiarsi in un modo davvero inaspettato per un ottuagenario, con l'intento di mostrare la posizione di Fondriest.

“Era meticoloso per quel che riguarda la posizione. Nel 1993 ha avuto grossi problemi alla schiena, che poi lo hanno costretto a ritirarsi prematuramente, a soli 33 anni. Per aiutarsi usava selle speciali, realizzate da Selle Bassano e personalizzate, coi lati molto stretti. Questa bicicletta ha un telaio molto speciale: è saldato, come molti modelli, ma coi punti di saldatura in lega di alluminio e i tubi in fibra di carbonio. Alcune aziende avevano idee simili, ma eravamo gli unici a realizzare il tubo obliquo e il piantone in questo modo. Ci rendevamo conto che così era più rigido, perché il telaio si allargava attraverso il guscio del movimento centrale (grazie a un angolo di rinforzo migliore per il movimento laterale), per poi ricongiungersi al tubo sterzo stretto”.

Negli anni '80 le bici costruite in modo simile iniziarono ad apparire alle gare dei Pro, prima con tubi in lega e saldature anch’esse in lega, poi con tubi in fibra di carbonio, come nel caso della TVT e della Look usate da Greg LeMond, e della Vitus utilizzata da Sean Kelly. A quei tempi, le bici in fibra di carbonio avevano giunzioni in lega poiché la fibra di carbonio esisteva solo come tubi a scartamento diritto. Bisogna aspettare il 1986 per la prima "monoscocca" prodotta in serie - cioè modellata – che apparve sul mercato col marchio americano Aegis, che poi vide i suoi dipendenti andarsene per dare vita a un altro pioniere dei telai monoscocca: Kestrel. La prima bici interamente in carbonio fu realizzata da Tony Maier, fondatore del marchio di abbigliamento Assos, nel 1976.

Bellezza dipinta

Colnago Carbitubo (foto Mike Massaro).

Il design del tubo obliquo gemello del Carbitubo era rivoluzionario, ma era qualcosa che Colnago aveva già sperimentato in precedenza su una bici in titanio chiamata Bititan. Quella bici, tuttavia, utilizzava una costruzione saldata a TIG, mentre per sfruttare al meglio i tubi in carbonio - cioè, per poterli unire - il Carbitubo doveva utilizzare giunzioni tra i tubi. Così come faceva il marchio italiano Alan, che si era costruito una reputazione con i telai realizzati legando tubi e giunti in lega. Quella reputazione in seguito subì un colpo, alcuni di quei telai si scollarono infatti nei punti di giuntura a causa dell'incollaggio. Ma, fortunatamente, nessun destino simile si è abbattuto sulla Carbitubo.

Qui le estremità, dove il tubo si incastra nel giunto, sono state bordate d'oro, come si faceva con l'ottone su un telaio in acciaio brasato e in linea con la vernice delle bici che prevaleva negli anni '50. Eppure dal blu delle anse segue un nero che sembra dipinto a mano - e in effetti in parte lo è - ma sfuma in una trama di fibra di carbonio laccata minuziosamente in punti dorati attorno alla zona del tubo sella.

"La bici ha anche la nostra forcella Precisa", aggiunge Ernesto. “Siamo stati i primi a realizzare una forcella in acciaio a bracci dritti. Abbiamo fatto dei test con la Ferrari e abbiamo scoperto che i bracci dritti erano migliori in tutto. Li abbiamo persino usati sulle bici del team Mapei per molti anni. Ho dovuto lottare per convincere Patrick Lefevere a permettere ai suoi ciclisti di usare i miei telai in carbonio (i C40) per la Parigi-Roubaix del 1996. Continuava a dire di no a una forcella in carbonio, affermando che non sarebbe stata abbastanza robusta per i ciottoli, quindi abbiamo usato la Precisa".

Quindi, mentre siamo ancora in dubbio sul fatto che questo telaio Carbitubo abbia vinto la Classicissima di Primavera, ciò che è fuori dubbio è quanto sia stupefacente questo esemplare.

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