Damiano Cunego: la favola del Piccolo Principe

Cunego divenne famoso a soli 22 anni con la vittoria al Giro. Da lì, iniziò la favola del “Piccolo Principe”, che ora ha un consiglio anche per l’ultimo vincitore del Tour de France.

“È facile arrivare in cima; la vera sfida è rimanerci”, afferma Damiano Cunego, che si è ritirato dal ciclismo nel luglio del 2018 all’età di 36 anni. Come Bernal o Pogacar, Cunego aveva il mondo ai suoi piedi a soli 22 anni. Nel 2004, il veronese ha chiuso l’anno come miglior ciclista al mondo.
Quell’aprile vinse il Giro del Trentino. A maggio era il sesto più giovane vincitore del Giro d’Italia, dopo aver battuto il compagno di squadra ed ex campione Gilberto Simoni e avere conquistato quattro tappe. Poi, a ottobre, completò la stagione con la vittoria nell’ultima corsa monumento dell’anno, il Lombardia. E concluse l’anno al primo posto nella Coppa del Mondo di ciclismo su strada UCI – il più giovane di sempre.
I tifosi incoronarono Cunego come il Piccolo Principe (dal personaggio del famoso libro per bambini) e tutto sembrava pronto affinché questo piccolo scalatore di Cerro Veronese diventasse uno dei grandi dello sport, l’ultimo campionissimo di una lunga serie di campioni italiani.
Invece, non è stato così. Vincere un Grande Giro a poco più di vent’anni ed essere intriso di talento naturale non garantisce successi a ripetizione. Quando Cunego ora ripensa alla sua lunga carriera, dovrebbe chiedersi “cosa sarebbe potuta essere”, piuttosto di “cosa è stata”.

Tanto successo, troppo giovane

Seduto in un wine bar londinese poco illuminato, sorseggiando un bicchiere di Bordeaux, Cunego ci ricorda che tre vittorie al Lombardia, una Amstel Gold Race e la classifica di “41° miglior ciclista di sempre” non danno l’idea di una carriera fallita, ma ammette candidamente che le pressioni derivanti dalla vittoria di un Grande Giro in così giovane età costituirono un fardello difficile da sostenere.

“All’inizio sono riuscito a confermare il successo al Giro con la vittoria al Lombardia del 2004”, racconta a Cyclist. “Ma, dal 2005, la mia vita è cambiata. L’ho notato per la prima volta durante l’inverno: di solito restavo a casa mia, nel Veneto, per allenarmi in vista della stagione successiva, ma presto mi sono reso conto che ciò stava diventando impossibile”.
Trascorreva la maggior parte del tempo al telefono a discutere coi suoi dirigenti del team Saeco, invece di allenarsi. Volevano che incontrasse sponsor e comparisse in interviste televisive, mentre lui voleva andare in bicicletta.
“Quell’inverno ho avuto moltissimi impegni e ho dovuto faticare per adattarmi alla situazione, perché non riuscivo più a fare il lavoro per cui ero pagato. Ho quindi iniziato a lottare mentalmente contro le aspettative: il corpo segue la mente e di conseguenza la pressione ha cominciato a influenzare le mie gambe”, afferma. “Nel 2005 stavo sprecando energie. Ero il vincitore del Giro ma non più lo stesso corridore di prima. Mi sono reso conto di quanto fosse difficile rimanere sulla breccia, ho capito che questa era la vita di un campione”.
“Sì, dopo quel Giro ho vinto il Lombardia tre volte, la Amstel Gold Race, due tappe alla Vuelta, ma credevo davvero di poter vincere tre o quattro Giri e pensavo che sarebbe stato abbastanza facile”, aggiunge Cunego. “Invece, la vittoria di un altro Giro… non si è mai più avverata”.
Dopo il successo del 2004, Cunego non è più riuscito a vincere un’altra maglia rosa, né a salire sul podio di un Grande Giro e neanche a vincere più una tappa al Giro d’Italia. Quell’anno è rimasto un’anomalia, un’unica stagione di successi che non si sarebbe mai più ripetuta nel corso di una carriera durata complessivamente 17 anni.
La pressione di essere un campione, il bagaglio e le aspettative che ne derivano, gli impegni aggiunti, sono ciò che Cunego crede abbia posto fine ai suoi sogni di vincere più volte il Giro d’Italia.

La fine dell’Italia

La sua vittoria al Giro del 2004 arrivò nel mezzo di un dominio italiano che durò 11 anni: tra il 1997 e il 2007, il “Trofeo Senza Fine” del Giro fu appannaggio solo di corridori italiani. Talenti come Paolo Savoldelli, Ivan Gotti e Marco Pantani hanno dominato il panorama delle classifiche generali, mentre team italiani World Tour come Mapei, Polti, Mercatone Uno e Saeco hanno vinto facilmente Grandi Giri e Classiche Monumento.
Eppure, dopo quelle 11 vittorie consecutive al Giro tra le fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, il ciclismo italiano ha tirato i freni. Dal 2012, solo un italiano – Vincenzo Nibali – è riuscito a vincere la maglia rosa e solo altri due, Fabio Aru e Damiano Caruso, sono saliti sul podio.
“Sono preoccupato per il ciclismo italiano, perché la prossima generazione proviene dal Regno Unito, dagli Usa, dalla Colombia, dalla Germania, ma non dall’Italia”, afferma Cunego. “Mentre tutti vanno avanti, l’Italia è ferma. Abbiamo fatto ancora affidamento su Nibali, che ha avuto una carriera incredibile ma ora ha 37 anni e non possiamo pretendere che continui a vincere”.
Giulio Ciccone della Trek-Segafredo è un corridore che Cunego ritiene possa ricalcare le maestose gesta di Nibali ma, a 27 anni, ha realisticamente bisogno di una vittoria importante in tempi brevi se vuole confermarsi come la speranza dell’Italia nei Grandi Giri.
Anche Davide Formolo, che corre per la UAE-Team Emirates, è stato etichettato quando iniziò nel 2015 come la prossima grande rivelazione, ma Cunego ritiene che per lui sarebbero più adatte gare come la Liegi-Bastogne-Liegi piuttosto che il Giro d’Italia.


Altrettanto evidente per Cunego è il fatto che i ciclisti sopra citati corrono per team stranieri. La sua era è stata contrassegnata da squadre italiane dominanti ad alti livelli: Saeco, Mercatone Uno, Lampre e Mapei, per citarne solo alcune. Nessuno di questi sponsor oggi è coinvolto con team di professionisti. Brand del calibro di Mapei sono passati al calcio, con investimenti di 18 milioni di euro l’anno: gli stessi soldi che una volta finanziavano una squadra vincitrice di cinque Parigi-Roubaix in sei anni, ora servono per comparire sulle magliette di una squadra di calcio di fascia medio bassa, il Sassuolo.
“Le aziende italiane hanno completamente perso fiducia nel ciclismo. Forse perché vedono maggiori opportunità in sport più di massa come il calcio, forse perché il nostro sport è contaminato dal suo passato di doping. Non ne sono sicuro, ma l’interesse per il ciclismo in Italia non è più quello di una volta”, afferma.
“Il grande problema per noi è che abbiamo una sola piccola squadra italiane nel World Tour, la Eolo Kometa, e che questo trend non cambierà in breve tempo. Senza un team italiano forte nel World Tour, non esiste un percorso naturale ai massimi livelli per i ciclisti talentuosi nostrani”.


E la soluzione? Per Cunego è duplice. Innanzitutto, bisogna proteggere quello che c’è già – in questo caso Gianni Savio, il carismatico team manager dell’Androni Giocattoli-Sidermec (oggi Drone Hopper-Androni Giocattoli, ndr) la squadra italiana di maggior successo negli ultimi anni. È il personaggio più accreditato, non solo per aver scoperto Bernal e Ivan Sosa, ma anche per aver fornito un flusso costante di ciclisti italiani al World Tour, attraverso il suo team Professional.

“Molti italiani parlano male di Savio, ma è solo per il suo successo. Le persone sono gelose del fatto che abbia scovato ciclisti come Bernal ma, se lui fosse scomparso, ora il ciclismo italiano sarebbe finito”, dice Cunego.

In secondo luogo, bisogna ritrovare le motivazioni nel ciclismo che una volta l’Italia aveva. Terminata la sua carriera nell’ex squadra Continental Nippo-Vini Fantini, Cunego descrive il divario in termini di qualità tra essa e il World Tour “come fossero quasi due sport distinti”. L’unico modo per ripetere i successi di un tempo è quello di essere nuovamente presenti ai vertici.
“La creazione di un altro campione (un altro Nibali) dipende dall’avere una squadra italiana forte nel World Tour. È una conseguenza chiara e diretta”, afferma Cunego. “Dobbiamo generare di nuovo fiducia nel ciclismo, far sì che le aziende italiane investano nel nostro sport. Allora potremo di nuovo avere successo”.

Giorni bui

La spada di Damocle per un corridore dei primi anni 2000 è il doping. L’era di dominio italiano di quasi due decenni fa, inclusa la stagione 2004 in cui Cunego brillava, sarà sempre ricordata come uno dei periodi più bui della storia del ciclismo. Naturalmente, c’è chi farà due più due e inserirà l’exploit di Cunego in questo filone, ma Damiano si ribella contro coloro che cercano facili collegamenti.

“Alcuni dicono che dopo il 2004 io non sono stato più lo stesso. Cosa vogliono fare intendere? Che ero dopato? Sono sempre stato pulito”, dice.
Cunego era lì quando Floyd Landis fu privato della sua vittoria a Parigi pochi giorni dopo essere arrivato nella capitale francese. Era lì anche quando Riccardo Riccò dovette affrontare un processo penale per doping nel 2008. Sa che il doping ha causato danni al ciclismo e crede persino che abbia danneggiato collateralmente parte della sua carriera.
“Tutti questi casi mi hanno fatto arrabbiare, mi hanno fatto pensare: io sono pulito, ma chi mi corre accanto lo è altrettanto? Forse non ho più vinto un altro Giro proprio per questo”.

La carriera di Damiano Cunego

1981 Nasce a Cerro Veronese

1999 Diventa campione del mondo Juniores di ciclismo su strada a 18 anni dopo avere praticato corsa campestre

2002 Diventa professionista con la Saeco

2004 Diventa il sesto più giovane vincitore del Giro. Vince anche il Lombardia e la classifica UCI di Coppa del mondo

2005 Va alla Lampre al fianco dell’ex compagno Gilberto Simoni, ma non riesce a ripetere il successo del 2004

2006 È terzo alla Liegi-Bastogne-Liegi e quarto al Giro, prima di vincere la classifica giovani del Tour de France

2007 Vince il suo secondo Lombardia, dopo essere arrivato quinto al Giro d’Italia

2008 Vince l’Amstel Gold Race e il suo terzo Lombardia, poi è secondo ai Mondiali UCI su strada

2017 Ottiene l’ultima vittoria in carriera: la sesta tappa del Tour of Qinghai Lake

2017 Si ritira dopo tre stagioni con la Nippo Vini Fantini

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