di James Witts - 09 agosto 2019

Daniel Martin: fame di vittorie

L’irlandese Daniel Martin ci parla di gastronomia, doping e del difficile periodo che sta attraversando

1 di 4

Fate una ricerca in rete su Daniel Martin e vi potrà capitare di imbattervi in una foto su Instagram di sua moglie Jess intenta a mangiare piccoli globi collegati a un mappamondo. Fa parte di una complessa struttura che ricorda più un’opera d’arte moderna che un piatto.

Qui eravamo a El Celler de Can Roca”, spiega Martin citando il celebre ristorante di Girona, tre stelle Michelin, votato il migliore del mondo nel 2013 e nel 2015. “Era il menù degustazione. I fratelli Roca (gli chef Joan, Josep e Jordi) viaggiano due mesi all’anno alla ricerca di ispirazione e poi creano piatti che rappresentano le destinazioni visitate. Quest’anno è la volta del Perù, della Thailandia, del Giappone e della Turchia. Il cibo è una mia passione. Lo adoro”.

Chi avrebbe mai immaginato che Dan Martin – che è alto 1 metro e 76, pesa 62 chili e sul quale il maglioncino che indossa spiove come un capo da adulti su una gruccia per bambini – fosse così goloso? Da bravo ciclista professionista a suo agio con gli allenamenti cadenzati, l’irlandese sa saziarsi concentrandosi sull’intensità più che sul volume.

È questione di qualità del cibo, non di quantità”, conferma. “È il bello di vivere ad Andorra e di frequentare Girona: buon cibo, ottimi ingredienti. Porzioni piccolissime. Sapori intensi. Ti soddisfa. La penso allo stesso modo a proposito del cibo durante le gare. La gente mette su peso perché il cibo è sciapo
e pieno di carboidrati, così tutti ne consumano in grande quantità perché non li soddisfa. Invece se mangi una porzione piccola di qualcosa di delizioso, il tuo corpo dice ‘Ok, per ora può bastare’. Perché ingoiare tonnellate di junk food quando puoi ordinare una buona bistecca?

Il Celler de Can Roca si definisce “un ristorante freestyle dedito alla cucina sperimentale”. La sperimentazione si fonda sull’eterodossia. Lo stile di gara di Martin non ha forse il lato surreale dei calamari congelati con azoto liquido dai fratelli Roca per poi essere trasformati in cracker, ma in uno sport dominato dai dati le sue fughe hanno entusiasmato schiere di tifosi e gli hanno permesso di mettere insieme un palmarès che comprende due vittorie nelle Classiche e un sesto posto al Tour de France. E gli ha anche fatto guadagnare il prestigioso passaggio dalla Quick-Step Floors alla UAE Team Emirates dopo il rifiuto di un contratto con Team Sky.

Ci vuole un po’ per abituarsi al nuovo ambiente, ma ciclisti e staff sono incredibilmente professionali”, dice. “È un team che ha una storia alle spalle, ma che si sta anche reinventando in funzione del ciclismo moderno”.

Martin e la UAE Team Emirates si trovano a un punto di svolta cruciale per le rispettive carriere. Lui vuole tornare a vincere nelle Classiche dopo una quattro anni a secco di vittorie e riuscire a classificarsi tra i primi cinque al Tour de France, mentre il suo team, che ha un DNA italianissimo dopo anni di attività con il nome di Lampre, sta allargando i suoi orizzonti e allentando i cordoni della borsa. Nel fuori stagione hanno firmato per il team Fabio Aru e Alexander Kristoff, mentre sono rimasti Diego Ulissi, Rui Costa, Darwin Atapuma e un brillante gruppo di corridori italiani che comprende Edward Ravasi, Valerio Conti e l’ex campione mondiale dell’inseguimento individuale Filippo Ganna.

Incontriamo Martin prima di una corsa di inizio stagione, la Volta ao Algarve, dove si classificherà 19°. Dato che la settimana prima non è stato bene, la gara è più che altro un’occasione per rimettersi in forma. “Sinceramente la prima corsa dell’anno serve a riabituarsi a correre insieme agli altri. Passi l'inverno allenandoti da solo. Pedalare sulla ruota di qualcuno è una sensazione completamente diversa. Ti si riacutizzano i sensi. E poi gareggiare mi serve anche ad affinare la gestione della zona rossa”.

Queste gare di inizio stagione fanno insomma parte della routine di riscaldamento prima delle Classiche delle Ardenne dove la sua capacità di volare su brevi ripide salite lo rendono il perfetto candidato in gare come l’Amstel Gold, la Freccia Vallone e la Liegi-Bastogne-Liegi. Fu proprio quest’ultima a regalargli nel 2013 una vittoria quando partì in fuga staccando Joaquim Rodriguez. Cinque anni dopo Martin è più esperto, più consapevole. E può contare durante la stagione sulla recente acquisizione da parte della UAE Emirates dell’apprezzato gregario Sutherland, prima alla Movistar. “Siamo riusciti a rubarlo a Valverde e lavorerò con lui per tutta la stagione. Mi è capitato di avere un team a proteggermi, ma mai un singolo corridore. Sarà la mia guardia del corpo. Ad Alejandro mancherà, questo è sicuro”.

Il nome di Valverde fa spesso capolino nella nostra conversazione. Valverde ha vinto 4 volte la Liegi e 5 volte la Freccia Vallone. Nel 2017 Martin è arrivato secondo dietro Valverde in entrambe le gare. Lo stesso era accaduto alla Freccia Vallone del 2014.

Non gli sfugge il fatto che il suo principale rivale abbia subito una squalifica di due anni per doping. “Su Valverde la penso così”, dice. “Dentro di me, dato che spesso mi sono trovato testa a testa con lui, devo credere che non si stia ancora dopando. Ma non conosciamo i potenziali effetti a lungo termine del doping”.

Al momento si tratta di un tema abbastanza caldo. Un recente studio pubblicato sulla rivista Science Reports indica che i muscoli possiedono una “memoria epigenetica”. In sostanza, un muscolo stimolato regolarmente può raggiungere l’apice della forma anche dopo un periodo di pausa, e questo suggerisce che chi fa uso di doping possa beneficiarne anche dopo aver smesso.

Martin, crede che i farmaci siano ancora un problema, nel ciclismo? “È una domanda che mi viene posta raramente perché i giornalisti pensano che non possa rispondere”, dice. “Invece io sono felice di rispondere, per la mia buona reputazione. I ciclisti dilettanti chiedono ‘Ma quando
gli altri si dopano non ti creano problemi?’. Quando ti prepari alla partenza, però, se pensi che il tuo avversario assuma farmaci sei già sconfitto”.

Martin fa uso di un inalatore, ma sottolinea che ha raramente avuto bisogno di un’esenzione a fini terapeutici. Ammette di aver preso l’antidolorifico Tramadolo una volta e “mi ha spaventato a morte. È stato prima di una lunga tappa del Giro 2010 e mi ha fatto stare così male che ero terrorizzato”. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Luglio 2019

© RIPRODUZIONE RISERVATA