di Gian Paolo Grossi - 13 maggio 2019

Dolomiti: vette da sogno

Cyclist ha pedalato con Maria Canins alla scoperta delle "sue" montagne e di percorsi che accontentano tutti, dai più allenati ai principianti, a chi viaggia con la famiglia
1/18 Alcune immagini del tour di Cyclist sulle Dolomiti, al fianco di Maria Canins

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Foto Alberto Cervetti

Si fa presto a dire Dolomiti e a lasciar correre il pensiero alla Maratona d’inizio luglio, la regina delle granfondo italiane. Giunti sul posto, però, non è più necessario far lavorare l’immaginazione. È sufficiente fissare come classico punto di partenza la serie di saliscendi tra Corvara e La Villa, per poi sgranare gli occhi e prendere atto della bellezza che ci circonda. Da qualunque lato si volga lo sguardo sono i panorami delle vette imbiancate, il verde cupo dei boschi e quello brillante dei prati, uniti a un silenzio surreale per chi fino a poche ore prima conviveva con lo stress della città, ad annunciare che la porta del paradiso non deve essere poi tanto lontana.

La Maratona dles Dolomites è un giorno di festa ma “maratona” in fondo è ogniqualvolta si decide di inforcare la bici e percorrere un tratto dell’anello, oppure infilarsi su strade, salite e discese alternative. È il paesaggio che circonda il cicloamatore la costante impossibile da riprodurre altrove: le montagne sono davanti a noi, a portata di mano.
Anche Cyclist ha vissuto la sua giornata da camosci tra 
le cime delle Dolomiti, godendo dei servizi del consorzio Bike Hotels Südtirol e approfittando della disponibilità di una guida locale che è un privilegio poter affiancare: Maria Canins, campionessa di sci di fondo (prima) e ciclismo (poi), con un Giro d’Italia e due Tour de France nel suo albo d’oro a eleggerla tra i grandi dello sport.
Un aspetto risulta subito evidente e strappa un sorriso quasi ancor prima dei saluti. Con la signora Canins siamo agli antipodi, in tema di abbigliamento. Lei coperta fino ai denti, noi (con chi scrive c’è la guida Markus, dell’Hotel Pider di La Valle) in tenuta estiva. Per fortuna c’è un sole convinto. Non ci pentiremo della scelta fatta.

I Passi dell’Alto Adige ci attendono, anche se solo qualche ora in bici non basterà a convincerci di avere già capito tutto di queste zone e delle sue cime, patrimonio mondiale dell’Unesco. Per la verità, dopo la partenza dal teatro naturale di Corvara in Badia, con l’ascesa del Passo di Campolongo si sconfina nel Bellunese e dunque in Veneto, ritrovandosi in meno che non si dica nel cuore di Arabba, ai piedi del Pordoi.
 Da Arabba si punta al Passo Falzarego girando intorno al Col di Lana che richiama memorie della Prima guerra mondiale, con una breve sosta al castello di Andraz, forte medievale nel territorio di Livinallongo. Da queste parti,
 e più che mai in Alto Adige, le bici da strada devono vincere la concorrenza delle mountain bike, accompagnate da una popolarità indescrivibile e da altre declinazioni quali e-bike, fat bike, downhill, gravel.
Tra i tanti successi di una carriera poliedrica Maria Canins lasciò la firma anche negli albi d’oro degli sterrati
 e ancora oggi non disdegna qualche uscita con le ruote grasse. Maria ci spiega che la mountain bike insegna la padronanza del mezzo in condizioni di equilibrio precario, mentre elargisce suggerimenti per rendere più fluida l’azione in discesa con le nostre bici da strada: “La gamba esterna distesa e il tacco del piede che punta a terra, quella interna a formare l’angolo che offre direzionalità alla bici. Mani basse sul manubrio e dita sempre suifreni. Non irrigidirsi al fine di lasciar correre il mezzo,che con un baricentro abbassato ne beneficia in termini di guidabilità”. Per andare giù forte e sentirsi più sicuri bastano davvero poche regole, ben applicate.

Al Passo Falzarego risponde il vicinissimo Valparola contrassegnato dal suo omonimo lago alpino e da un panorama quasi lunare, con le rocce disseminate nei campi e un fortino austro-ungarico anch’esso retaggio di guerra. In cima si trova un rifugio dove assaggiare le tipicità del luogo. O meglio augurarsi di farlo, non fosse che abbiamo sforato l’orario di chiusura della cucina. Poco male, nel pentolone è rimasta la zuppa di orzo e speck.
A un certo punto mi dividevo tra il fondo d’inverno e il ciclismo per quasi tutto l’anno”, Maria sfoglia idealmente l’album dei ricordi. La sua carriera ciclistica fu strepitosa. E ancora oggi tutti ricordano che “quando la strada s’impennava erano poche in grado di resistere sulla mia ruota”. Ora mette la sua passione e la sua esperienza al servizio dei turisti, anche di quelli meno allenati. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Maggio 2018
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