di James Spender - 03 giugno 2019

Bella... Epoca

Fondata solo dieci anni fa, attiva nel settore ciclistico da ben settant’anni: Epoca identifica uno dei pochi telaisti “Made in Italy” rimasti in circolazione, ed è pronta a raccontarvi i suoi segreti…
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Immagini fred MacGregor

"Eddy arrivava sulla sua Audi, una versione speciale da corsa con motore da 500 cavalli e cambio con palette al volante. Le multe non lo preoccupavano, diceva, perché aveva una targa belga ed eravamo in Italia. Parlavamo di telai, ci facevamo due birre. Nelle bevute mi batteva sempre. Ricordo che c’era un posto dietro l’officina dove andava sempre a fare pipì. Però poi non gli piaceva guidare, lo portavo io all’aeroporto”. Chissà se la sbronza c’entrava qualcosa con questa preferenza. Valentino Stocchero non lo sa, o non vuole dircelo. Ciò che è ben lieto di raccontarci è la sua collaborazione professionale con la Eddy Merckx Cycles e con altri marchi i cui nomi potrebbero stupire gli appassionati di biciclette più sfegatati.

Epoca Bikes è stata fondata nel 2007, ma il suo motto proclama orgoglioso “Fatto a mano dal 1952 La Ver Mec”. Sì, perché il marchio sarà pure giovane ma viene da un’illustre famiglia di telaisti di Rosa, cittadina ai piedi delle Prealpi Venete. “Il padre di mia moglie, Mario, ha ufficialmente fondato La Ver Mec nel 1952 ma costruiva telai fin dal 1948, mentre io sono qui da 26 anni. Collaboravo con Mario come progettista, ed è così che ho conosciuto Patrizia e sono diventato telaista”, racconta Stocchero. “La VerMec sta per ‘La Vernice Meccanica’. All’inizio non avevano l’elettricità, solo la luce del fuoco della saldobrasatura. Le leghe per la brasatura venivano da bombe della Seconda Guerra Mondiale”. Guardando lo spazio cavernoso dell’officina non è difficile immaginare la scena.
Le grandi serrande sono alzate. Se ci sono moderne unità d’estrazione o luci ad alta potenza, in questo momento non sono accese. Una fresca brezza soffia nella penombra, portando con sé il debole fruscio della combustione dell’acetilene per la brasatura. Per essere un’officina è un posto semplice e tranquillo. Eppure nasconde tanti tesori, passati e presenti. “Questa è speciale, è una delle nostre maschere per assemblaggio telai”, dice Stocchero. “È una Marchetti, costruita a Bergamo, una delle maschere più precise in circolazione, anche se è abbastanza vecchia. Su questa maschera abbiamo costruito biciclette per marchi come Merckx, Ridley, Wilier, Fondriest, Cinelli, Moser, Vitus, Time, Casati, Orbea… Abbiamo fabbricato bici usate da Hinault, Pozzato, su questa maschera abbiamo costruito la Merckx di Servais Knaven che ha vinto la Parigi-Roubaix del 2001. In ufficio ho ancora tutte le ricevute che lo dimostrano!”.

Sul retro della maschera è orgogliosamente esposto un poster firmato che ritrae Knaven tutto sporco di fango sulla sua bici con la livrea della Domo-Farm. Sono già passati più di dieci anni, e colpisce che all’inizio del millennio le bici di alluminio vincessero ancora le grandi gare. La fibra di carbonio sarebbe diventata di lì a poco la regina delle corse, ed è stato proprio l’avvento di questo materiale a segnare la nascita di Epoca. “Abbiamo iniziato lavorando in appalto, come terzisti, costruendo telai per conto di altri marchi. Nel periodo di massimo splendore La Ver Mec aveva 20 dipendenti distribuiti su diversi edifici, e producevamo 800 telai alla settimana solo per un cliente come Merckx. Ne facevamo così tanti che spesso smussavamo e assemblavamo i tubi qui prima di mandarli ad altri terzisti per la saldatura. I telai uscivano sui camion. Merckx e Ridley li prendevano per verniciarli nei loro stabilimenti in Belgio, altri li facevano verniciare qui in Italia, o anche da noi. Era l’età dell’oro, è durata fino alla fine degli anni Novanta. Ma con l’avvento della fibra di carbonio i lavori conto terzi sono diminuiti perché i marchi hanno iniziato a guardare alla produzione asiatica”.
La Ver Mec lavora ancora in appalto – attualmente sta costruendo pezzi da esposizione in acciaio per la Maserati e in fibra di carbonio per l’Alfa Romeo – e curiosando nel laboratorio scopriamo anche tanti tipi di telai per bici a scatto fisso, per e-bike e perfino per un prototipo di eco-compattatore che nelle speranze di Stocchero potrebbe un giorno sostituire i grandi veicoli di raccolta dei rifiuti nelle grandi città. Ma l’ultimo grosso contratto per una bici da gara è stato firmato con la Wilier già qualche anno fa, quando La Ver Mec ha curato una riedizione dell’iconica Superleggera “Ramato” e alcune bici da gara di fascia alta in fibra di carbonio. “È stato al Salone di Milano che ci siamo accorti che il boom era agli sgoccioli. Doveva essere la metà degli anni Duemila. C’era questa enorme sala in cui solitamente erano esposti solo marchi italiani, e all’improvviso abbiamo visto la Giant. A quel punto abbiamo tutti capito che Ernesto aveva firmato un contratto con la Giant per farsi costruire le bici da loro. E parliamo di Ernesto Colnago, quello che si era comprato tutti i garage del condominio per costruirci i suoi telai. L’unico telaio che la Colnago oggi fabbrica in Italia è quello della C60, e perfino quello viene fatto da un terzista”.

Resosi conto dei cambiamenti, Stocchero convinse Mario Bittante, fondatore de La Ver Mec, a creare un proprio marchio costruendo telai di fascia alta in fibra di carbonio. Lo battezzarono Epoca. Fu una decisione difficile. “Le generazioni più anziane non ci facevano molto caso, ma quando lavoravo con i grandi marchi sapevo che le generazioni più giovani non volevano rivelare chi costruiva per loro. Se uno avesse scoperto che fabbricavo bici per un altro non mi avrebbe più rivolto la parola, mentre un marchio come la Wilier mi avrebbe augurato buona fortuna. Quindi la decisione di fondare Epoca è stata molto difficile. Non volevamo turbare i pochi clienti che ci erano rimasti, sono stati i libri contabili a convincerci”. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Maggio 2018
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