di Kieran Pender - 29 marzo 2019

Chaves, in volata col sorriso

Esteban Chaves è uno dei volti più solari del ciclismo professionistico, ma dietro l’onnipresente sorriso c’è una feroce determinazione alimentata da un grave incidente che avrebbe potuto porre fine alla sua carriera

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Foto Con Chronis

E’ una buona giornata per intervistare Esteban Chaves. Mentre entra con passo elastico nella sala da pranzo di un piccolo hotel australiano di lusso, ci appare rilassato, il sorriso appena velato da un’ombra di stanchezza. Saluta allegramente i compagni
di squadra e gli altri atleti che gli fanno le congratulazioni per il suo ultimo successo. Ieri Chaves ha attaccato in solitaria su una dura salita di 20 chilometri durante l’Herald Sun Tour.
Nella prima corsa su strada a tappe dopo l’incidente dello scorso settembre che ha interrotto bruscamente la sua stagione, il colombiano è stato inarrestabile. Mentre inaugurava nel modo migliore la sua stagione al WorldTour, Chaves – le due dita alzate nel segno della pace – è apparso raggiante. Il ventottenne è celebre per il suo sorriso. Riservato e dal fisico minuto – è alto poco più di un metro e sessanta e pesa 54 kg – si fa notare per il suo atteggiamento positivo.

Anche quando le cose non vanno per il verso giusto e avrebbe di che essere demoralizzato non si scoraggia”, spiega il collega della Mitchelton-Scott nonché campione nazionale australiano Alex Edmondson. “Non conosco nessuno più in gamba di lui, non ho le parole per descriverlo”.

Possono sembrare le solite banalità, ma la sensazione è condivisa da tutto il team, dai corridori ai meccanici, dagli assistenti di gara ai direttori sportivi. Nel clima spietato
 del WorldTour, l’allegria e l’ottimismo di Chaves sono un’eccezione. Ma il colombiano non è semplicemente il bravo ragazzo del ciclismo. Chaves – “Chavito” per i sudamericani, “Aussie Esteban” o “Canguro colombiano” per i fan australiani – ha un temperamento d’acciaio. Motivato da una caduta che gli è quasi costata la carriera, Chaves è oggi assolutamente deciso a vincere. E dopo aver iniziato bene la stagione punta alla maglia rosa del Giro.
È iniziato tutto con mio padre”, ci racconta Chaves in un ottimo inglese. “Papà ha vissuto il boom del ciclismo in Colombia. Ne andava pazzo”.
Negli anni Ottanta il padre di Chaves, Jairo, si gode il momento magico del ciclismo colombiano grazie a campioni come Luis “Lucho” Herrera.
Nel 1984 Herrera stupisce le folle francesi vincendo la tappa dell’Alpe d’Huez del Tour de France, per poi imporsi ben due volte – nel 1985 e nel 1987 – nella classifica degli scalatori. Il suo connazionale Fabio Parra conquista il secondo posto alla Vuelta del 1989, consacrando il ciclismo colombiano. I corridori professionisti della nazione sudamericana sono soprannominati escarabajos (scarafaggi) per le loro straordinarie doti di scalatori.
Galvanizzato da questi successi, Chaves senior vuole condividere la sua passione con il figlio Esteban, nato nel 1990.

“Sono praticamente cresciuto a pane e ciclismo”, racconta il giovane Chaves. “Seguivo il Tour, il Giro… Mio padre era un grandissimo appassionato, voleva farmi amare questo sport”.
Per amarlo, Esteban lo ama. Ma solo come spettatore. Incredibilmente, è solo con l’adolescenza che inizia a praticarlo. “Mi divertivo a guardarlo, ma finita lì”, ricorda. “Mi piaceva correre – mezzofondo – ed ero anche molto bravo. Facevo parte di un’associazione sportiva, e un anno abbiamo iniziato la stagione con un duathlon, 5 km di corsa e 20 km di bici. Così abbiamo noleggiato una bici. Mi è piaciuto. Mi piaceva più della corsa”.
Dopo la gara Chaves fa una richiesta che cambierà il corso della sua vita.
“Dissi a mio padre ‘Ce la possiamo comprare, questa bici?’. Ed è così che è iniziato tutto, quando avevo 14 anni”.
Chaves è stato decisamente contagiato dal virus del ciclismo. Si iscrive a un club e durante questi anni di formazione partecipa a gare locali, nazionali e infine internazionali. “È stata una crescita graduale”, dice.

Nel 2009 Chaves – appena diciannovenne – trascorre la sua prima stagione di gare in Europa. “Ero nella nazionale”, spiega. “Con Nairo Quintana, Darwin Atapuma, Jarlinson Pantano, Sergio Henao, era una squadra fortissima. Eravamo ragazzi, ci trovavamo in Europa per la prima volta. Giravamo su auto a noleggio, dormivamo dove capitava lungo le autostrade, ci divertivamo, eravamo una famiglia”.
Due anni dopo la sua carriera decolla. Vince il Tour de l’Avenir, scrivendo il proprio nome in un albo d’onore che comprende campioni come Miguel Indurain e Greg LeMond. Ben presto arriva il contratto da professionista con il neonato team Colombia-Coldeportes.
“La faccenda si è fatta più seria ma il gruppo era sempre lo stesso, sempre una grande famiglia. Avevamo una base in Italia, ho imparato un’altra lingua, ho avuto un contratto vero e proprio, un’assicurazione: a un tratto ero un adulto!”. A soli 22 anni gli si spalanca davanti un futuro promettente.

Il mondo di Chaves crolla domenica 17 febbraio 2013. Al Trofeo Laigueglia, una gara di un giorno in Liguria, Chaves ha già percorso 130 km quando cade su una curva e va a sbattere violentemente contro un palo stradale. Il giovane viene portato d’urgenza all’ospedale dove gli diagnosticano fratture multiple, un trauma cranico e una lesione a un nervo. Chaves non ricorda niente della caduta, né dei giorni immediatamente successivi.
Ricorda di essere rinvenuto e di aver telefonato a suo padre a Bogotà pensando che fosse ancora domenica. È martedì, e ha già fatto quella chiamata cinque volte.
La situazione appare subito preoccupante. “I medici mi spiegarono che quando il corpo subisce un incidente molto grave il cervello si limita a staccare il contatto”, dice. “Non ricordo la caduta, il dolore, i giorni che seguirono”.
All’inizio Chaves è solo felice di essere ancora vivo. Dimesso, viene ospitato da una famiglia italiana per il recupero. “Sono un ragazzo fortunato, perché ovunque c’è sempre qualcuno che pensa a me”, dice. “Quelle persone mi hanno accolto nella loro casa, mi hanno dato la loro camera da letto, mi svegliavano quando dovevo prendere i farmaci”. Ma dopo il ritorno in Colombia si rende conto di tutto. I medici gli consigliano di incassare il risarcimento dell’assicurazione. La sua carriera di ciclista, dicono, è finita.

“Con una frattura a un osso o a un legamento, la prima cosa che pensi è quanto mi ci vorrà per il recupero?”, riflette Chaves. “Ma lì c’era una lesione a un nervo. Chiesi ai medici quanto tempo avrebbe preso il recupero. Loro dissero ‘Senti, Esteban, forse non guarirà mai. Non fare l’errore di googlare’. Così naturalmente io andai su Google e scoprii che nel 90% dei casi di lesioni ai nervi non c’è nessun recupero”.

Malgrado le terapie Chaves riesce appena a muovere il braccio destro. Cade in depressione, e solo la compagnia del fratello più giovane Brayan (anche lui ciclista, oggi entrato nel vivaio della Mitchelton-Scott) lo aiuta a conservare il sorriso. “Mi stava accanto, facevamo gli scemi, giocavamo a FIFA sulla Xbox”. Continua...


L'intervista completa è stata pubblicata su Cyclist - Aprile 2018
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