di Trevor Ward - 14 maggio 2019

Il fascino dei memoriali

Poiché molte corse ciclistiche non hanno copertura televisiva, il compito di catturare la storia e le sensazioni è appannaggio della parola scritta

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Immagine Tapestry

I mondi del ciclismo professionistico e della letteratura sono strettamente collegati, e alcuni dei reportage sportivi più drammatici ed eloquenti arrivano proprio dai ciclisti stessi, nell’era pre-televisiva.
A differenza di molti sport, il dramma del ciclismo su strada non è confinato in uno stadio o entro determinati spazi appositi.
Si svolge per ore - giorni, nel caso di corse
a tappe – su terreni spesso impervi e difficili. Ancora oggi, nonostante la diretta TV, 
i GPS e gli elicotteri che seguono il gruppo, molti dettagli di una gara non vengono mostrati né segnalati fino a dopo il traguardo.

Le gare più grandi, Grandi Giri compresi, in origine furono progettate per vendere dei giornali, e i giornalisti avevano il compito di raccontare gli eventi quotidianamente. Henri Desgrange, padre del Tour ed editore del giornale sponsor della corsa, ha “dato il là” a decenni di cronaca di gara in uno dei suoi primi editoriali.
Con lo stesso vigore che Émile Zola ha messo nelle mani del suo contadino ne La Terra, così L’Auto – rivistadi idee e di azione – sta per lanciarein tutta la Francia i propri rudi seminatori e la loro energia, cioè i più grandi corridori del mondo...”.
Senza immagini televisive e con le trasmissioni radio limitate, i giornalisti avevano il compito di colmare le lacune e soddisfare un pubblico famelico di notizie. Aspettavano la fine di ogni tappa, con le loro penne pronte a raccogliere i racconti dei protagonisti. Prima della tecnologia, il grado di sofferenza dei corridori era letteralmente in mano alla fantasia dei giornalisti, a loro volta affamati di vendite.

Il risultato fu una scuola di giornalismo, basata su esperienze raccontate, articolata e avvincente.
 Le gare ciclistiche attiravano giganti della letteratura come il romanziere, filosofo e giornalista politico Antoine Blondin, che seguì 27 edizioni del Tour per L’Equipe prima della sua morte avvenuta nel 1991.
È stato il poeta e inviato di guerra Albert Londres a coniare il famoso titolo “I forzati della strada”, dopo aver intervistato i corridori nel Tour del 1924 sulla loro sofferenza, come fossero detenuti ai lavori forzati.

Gli stessi corridori si devono confrontare con questa eredità di giornalismo intellettuale: il successo sportivo da solo non è più uno standard sufficiente per fare notizia, ai giorni nostri. I corridori – o giornalisti che scrivono per loro – hanno dovuto mettere sul tavolo storie nascoste di autolesionismo (come “Between the Lines” di Victoria Pendleton), di candide confessioni
sul doping, di alcolismo e anche di peggio (come “The Descent” di Thomas Dekker).
Alcuni corridori riescono a trovare
 il perfetto equilibrio tra celebrazione e confessione, con Bradley Wiggins che
 ha dedicato due capitoli del suo primo memoriale “In Pursuit of Glory” al suo passato da alcolista, dopo aver vinto tre medaglie olimpiche nel 2004.


Nella sua biografia successiva, “On Tour”, ha continuato a descrivere l’eroica fatica e le sofferenze patite durante il Tour del 2010, ammettendo anche di essere “in realtà leggermente allergico alla birra” (eppure, stranamente, nelle sue quattro autobiografie – sì, proprio quattro – non vengono menzionate le sue allergie
 al polline o la sua asma che, anni dopo, sarebbero servite per la sua difesa nell’ambito dell’inchiesta “Jiffygate”). Continua...


L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Aprile 2018
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