di Felix Lowe - 31 ottobre 2019

Granfondo Michele Scarponi: la corsa della memoria

Abbiamo partecipato alla Granfondo Michele Scarponi, lungo le strade di casa del compianto corridore. Il racconto della giornata

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Immagini Mike Massaro

Le strade sono addobbate col blu e il giallo dell’Astana e in ogni vetrina spicca il volto sorridente di Michele Scarponi, l’Aquila di Filottrano. Ai lati dell’arco di ingresso della città ci sono due gigantografie del corridore. I palloncini adornano i passi carrai delle case e noi ci accingiamo a pedalare all’evento allestito in suo onore.

E a bordo strada si susseguono dediche: “Scarpa siamo con te”, “Michele sempre nei nostri pensieri”, “L’Aquila è nata qui … Michi continua a volare”, “Grazie capitano”. È l’inizio più toccante che abbia mai visto in una granfondo.

Michele Scarponi è morto in uno scontro con un camioncino mentre si stava allenando, in un soleggiato sabato mattina di primavera di un anno fa (l'articolo si riferisce al 2018, ndr). È successo in una strada parallela a quella che oggi ci sta portando fuori città.

Sto partecipando con il mio amico Mike, che due anni fa si è trasferito con la moglie da Londra in Italia per aprire un B&B qui vicino. A giudicare dal paesaggio, è stata la scelta giusta.

Le Marche rappresentano una delle gemme nascoste d’Italia, vantano una importante tradizione di corse di richiamo e ospitano una serie di granfondo – racchiuse nel circuito Marche Marathon – distribuite in calendario da marzo a settembre.

L’intenzione di Scarponi era sempre stata quella di organizzare un proprio evento – una volta ritiratosi dalle corse – che calcasse le strade dei suoi abituali allenamenti.

Ieri, durante un caffè nella piazza centrale di Filottrano, al Wally (ritrovo preferito da Scarponi), Mike mi diceva che l’uomo andava oltre il corridore. “Era un ciclista di talento e un padre di famiglia conosciuto, e la sua reputazione di compagno gioviale e altruista era ben nota”. Infatti, in un necrologio, il giornalista Daniel Friebe lo dipinse come “una sorta di Peter Pan” e “un collezionista più di amicizie che di vittorie”.

Tra non molto attraverseremo la frazione di Cantalupo, dove Scarponi aveva casa, e ci avvicineremo al primo dei due tratti in sterrato che parte in cima a una collina ricoperta di cipressi. Mentre saliamo, riusciamo a vedere la fila colorata di ciclisti davanti a noi proseguire verso una fattoria. Il passaggio dei corridori non alza molta polvere, ma questo tratto è la cosa che mi ricorda più da vicino le Strade Bianche.

Mentre la strada sale, le mie gambe stanno bene e mi ritrovo a superare diversi avversari, e a inghiottire polvere come il vincitore delle Strade Bianche Tiesj Benoot prima del suo arrivo a Siena (o almeno, questo è il mio pensiero). Gli sterrati mi fanno sentire veramente eroico e, anche se ho lasciato Mike, sono ansioso di sfrecciare cavalcando questa sensazione di ottimismo, con in testa l’imminente bivio verso il più lungo dei due percorsi.

Un trittico di brevi salite – Monte Roberto, Cupramontana e Montevello – divide il gruppo e, mentre passiamo accanto agli uliveti e ai pini marittimi di Castelbellino, mi congratulo con me stesso per i miei rapidi progressi. Davanti si profila la cima a cupola del Monte San Vicino – il test più arduo per chi sceglie il percorso lungo da 135 km.

Non c’è niente di meglio di un po’ di sana umiliazione per tornare sulla terra. Dopo essermi divertito a levarmeli dalle calcagna, subito dopo il primo punto di rifornimento vengo inghiottito nella bagarre più totale. Treni degni di Mario Cipollini dei tempi d’oro mi superano – spesso con un’auto al seguito –. Finalmente mi rendo conto della situazione: si tratta dei migliori amatori tra quelli che hanno scelto il percorso breve. Quelli che, avvicinandosi pericolosamente al mio manubrio, mi urlano “Vai! Vai! Vai!”.

Potrebbero anche essere il tipo di ragazzi che (a giudicare da ciò che ho letto sui granfondisti italiani) potrebbero aver ceduto alle stesse tentazioni frullate nella testa di Scarponi durante la sua carriera. Sono certamente il tipo di ragazzi che, purtroppo, non si fanno problemi a buttare i pacchetti di gel vuoti e a imbrattare questa splendida campagna. La mia inquietudine nel vedere questo paradiso naturale contaminato da detriti artificiali viene presto placata dalle scintillanti acque del lago di Castreccioni. Una volta sul ponte, mi lascio alle spalle i corridori fanatici e inizio i 45 chilometri extra del percorso lungo. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Ottobre 2018

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