Gravel, un cocktail di prestazioni

I tratti distintivi di una gravel? Simile a una bici da corsa, con il manubrio drop e le forme slanciate. Ma con geometrie più comode, posizione in sella leggermente rialzata, più robusta e stabile. Cyclist prova a fare chiarezza.

Una parte di spumante brut, una di Vermouth rosso e una di bitter Campari. La bicicletta gravel è come un Negroni sbagliato. Anche lei è sempre un po’ “sbagliata” in qualche modo, ha sempre qualcosa di mancante rispetto ad altro. È meno veloce di una bici da corsa, ovviamente, e non provate a scendere una discesa troppo tecnica o a paragonarla alla comodità delle bici da touring. Sarà sempre qualcosa in meno. Ma se mescoliamo gli ingredienti come un bartender e ribaltiamo la prospettiva, la nostra bici sbagliata sarà allo stesso tempo anche qualcosa in più rispetto a tutte le altre: più veloce di una mountain bike, capace di portarci dove le bici da strada non arrivano, più divertente e completa di qualsiasi bici da viaggio: indubbiamente versatile.

Se dovessimo indicarne i tratti distintivi, potremmo dire che esteticamente le bici da “ghiaia” (questa è la traduzione di gravel) sono simili a una bici da corsa, con il manubrio drop e le forme slanciate. Ma le geometrie sono normalmente più comode e rilassate, la posizione in sella è leggermente rialzata, il carro posteriore più lungo. Sono più robuste e stabili. Hanno una luce della forcella ampia, che consente di montare pneumatici larghi fino a 42 mm o anche oltre, per avere un grip maggiore sui terreni sconnessi. Hanno diversi supporti per poter montare borracce di riserva, parafanghi o borse per viaggi di più giorni. Quanto
ai materiali, c’è solo l’imbarazzo della scelta: oltre al carbonio e all’alluminio, qualcuno sceglie il titanio per la sua durata o l’acciaio per l’affidabilità e la facilità di riparazione anche in luoghi remoti del mondo.

Entità fluida

Eppure, nonostante questi comuni denominatori, la bici gravel rimane ancora un’entità fluida, che non si riesce a inquadrare a pieno, perché è cangiante e sfumata, come tutte le contaminazioni: “Due e nessun l’immagine perversa parea” direbbe il poeta Dante, cantore di metamorfosi infernali. “È un tuttofare che non fa bene niente” chioserebbero i puristi. Eppure, qualcosa saprà fare se il mercato negli ultimi anni è letteralmente esploso, non solo in termini di vendite, ma anche di cultura. Gravel è diventato uno stile e un modo di essere prima ancora che un modello di bici: è chi lascia l’asfalto per diventare Natura; chi ama sporcarsi di polvere come fosse un vestito; chi mangia un panino seduto per terra e poi beve una birra con qualche sconosciuto; chi esplora i dintorni di casa, e si perde; gravel è chi pianta la tenda sotto le stelle e non vuole dormire.

Sarà stata la pandemia, il ritrovato bisogno di riconnetterci con l’ambiente, sarà forse la moda che ciclicamente ci porta a ritornare pazzi per qualcosa già esistito e poi dimenticato. Basti pensare alla Specialized Rock Combo del 1989, riportata alla memoria proprio poco tempo fa da Ian Boswell, che ha solcato per primo il traguardo delle 200 miglia su sterrati per antonomasia, la Unbound in Kansas, con una livrea identica a quella storica bici. Da non sottovalutare anche il problema del traffico, come sottolinea l’uomo del momento del panorama gravel italiano, Mattia De Marchi, che non nasconde di amare così tanto lo sterrato anche perché gli consente di evitare macchine, camion e il pericolo di automobilisti sempre più distratti.

Produttori scatenati

Le case produttrici sfornano modelli sempre nuovi e molto differenti tra loro, tanto che non sanno bene come rubricarli. Se andiamo a indagare sui siti dei vari marchi, notiamo che ognuno opta per classificazioni diverse. Quelle che hanno una consolidata tradizione nel cicloturismo, tendono ad esempio a separare questa sezione dal gravel, come fa Trek, che distingue la Checkpoint e la Domaine da quelle specifiche per il viaggio, anche se la 920 è certamente una bici gravel. Wilier, al contrario, divide tutte le bici in tre macro categorie: Racing, Endurance e Leisure e per ognuna inserisce le gravel che ritiene più adatte, con il risultato che ritroviamo la Jena in tutte e tre.

Questa compresenza rende l’idea della versatilità di mezzi che possono andare bene tanto per correre, quanto per andare lontano o per godersi una pedalata di puro piacere. Tuttavia, la molteplicità di ripartizioni può anche creare confusione.

Interessante è come si smarca Canyon, optando per una doppia suddivisione incrociata. Partendo dal tipo di terreno, divide la scelta in “gravel tosto”, “gravel leggero”, “all-road” e “single-track”, dove troviamo rispettivamente la più coraggiosa Grizl, la più reattiva Grail, la Endurace per lunghe percorrenze tra strada (e poco sterrato) e la Exceed che è una mtb. In un’altra sezione del sito, tuttavia, il marchio tedesco consente al cliente di scegliere tra All-Road (Grail e Endurace), Adventure (Grizl, Grail e Exceed), Bikepacking (Grizl e Grail) e Gravel Racing (Grail ed Exceed). Questo metodo incrocia i generi e funziona bene perché si basa sull’esigenza pratica più che su sofismi di appartenenze. Eppure, in tutto questo si nota quanto le distinzioni siano magmatiche e i confini labili tra le categorie. Non dimentichiamoci, ad esempio, che la gara gravel per eccellenza di cui si diceva prima, la Unbound, nella versione XL di 350 miglia, tra le donne è stata vinta da Lael Wilcox, che l’ha corsa con una Specialized Epic Hardtail: una mountain bike!

Ingredienti fondamentali

Possiamo tuttavia fare un po’ di ordine tornando agli ingredienti fondamentali del nostro cocktail gravel, lo “sbagliato” per antonomasia. Velocità (brut), Viaggio (Vermouth), Fuoristrada (Campari).

La gravel avrà sempre questi ingredienti, anche se in quantità magari diversa a seconda delle declinazioni. Alcune gravel saranno più versate per le gare: ormai tutti i marchi stanno puntando molto sul racing - dalla Colnago

G3X alla Pinarello Grevil (altre due bici che si sono piazzate molto bene alla Unbound 2021) -, perché si prevede che nei prossimi anni anche in Italia fioriranno le gravel-race sul modello americano, che in queste cose sembra essere avanti e indicare la (fuori)strada. Del resto, il successo di eventi come la Nova Eroica in Toscana, l’Italy Divide di 1300 km, o le varie Jeroboam, pur nella loro diversità, lasciano pochi dubbi sul fatto che il calendario delle gare su sterrati, degli eventi e dei raduni gravel sia destinato a crescere ed arricchirsi.

Altre bici gravel sono più adatte ai viaggi lenti e contemplativi, non solo in bikepacking ma anche con tutte le borse necessarie nelle spedizioni più lunghe ed estreme.

Infine, ci sono gravel che si avvicinano alle moutain bike fino a riportare alla mente l’esperimento spurio delle monstercross. E questo è forse il confine che si sta esplorando nell’ultimo periodo. Alcuni marchi, infatti, hanno iniziato a inserire piccoli ammortizzatori studiati ad hoc per i telai gravel, sia davanti che dietro, o addirittura vere e proprie sospensioni: più tradizionali come la RudyShox da 30 mm di escursione che monta la Canyon Grizl Suspention, o molto particolari come quelle della Lauf True Grit, che ha una forcella leggerissima da 15 mm. Insomma, si continua a mescolare e innovare, a contaminare, a spingere in una direzione o nell’altra, a seconda se si voglia andare più veloce, più lontano o su terreni sempre più aspri.
Velocità, Viaggio o Fuoristrada ognuno può dosare gli ingredienti come gli piace. L’importate è che la gravel sia sempre un po’ sbagliata. Ed è proprio questo che la rende per molti, in fin dei conti, la scelta giusta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA