di Paolo Della Sala - 23 settembre 2019

Haute Route Stelvio: una tre giorni di ciclismo leggendario

Il primo: Umbrail Pass e Stelvio. Il secondo: Mortirolo e Gavia. Si finisce con una cronoscalata. In totale fanno 8.646 metri di dislivello con quartier generale a Bormio

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Immagini Jennifer Doohan

Il programma della Haute Route Stelvio, con base fissa nella magia di Bormio, è un invito a tuffarsi nell’epica del ciclismo: Umbrail Pass e Stelvio il primo giorno, Mortirolo e Gavia il secondo, cronoscalata dello Stelvio il terzo per un totale di 8.646 metri di dislivello positivo.

Haute Route è un circuito internazionale di gare a tappe, tre o sette a seconda dei casi. L’obiettivo è quello di far vivere un’esperienza agonistica di alto profilo in un contesto organizzativo e scenografico di eccellenza. Il motto che sunteggia lo scopo e ne formalizza la promessa è “ride like a pro” (pedala come un Pro, per chi non mastica l’inglese).

Alla partenza siamo in 280, in rappresentanza di 29 Paesi. La prova, per quanto dura, è teoricamente alla portata di chiunque abbia una seria preparazione alle spalle; il secondo slogan, in effetti, è “anyone can do it” (chiunque può farlo). A questo penso, cercando di rincuorarmi, mentre mi guardo attorno in attesa del via della prima tappa. E tuttavia, osservando con occhio critico la giovane età di gran parte dei concorrenti, le loro gambe da fenicotteri e quel portamento, verrebbe da dire, da competizione tipico di un certo tipo di ciclista, sono attraversato da una preoccupazione sottile come una malizia.

Il parco bici dei partenti è spaziale, direi adeguato. C’è un unico manubrio da cui pende una borsetta inutilmente inzeppata. Ed è il mio.

Il conto alla rovescia dura un’eternità lunga un sospiro e quando riesco ad ammettere che il vero timore è quello di arrivare ultimo, è già il momento di pedalare. E pedalare libera da ogni incrostazione, rendendo l’automatismo del gesto uno strumento di pulizia mentale.

Ora si corre, sotto un cielo lattiginoso, e l’andatura del gruppo presto si emulsiona nel passo cadenzato della salita che inizia veramente all’altezza dei Bagni Vecchi, le straordinarie terme che una freccia invitante indica a sinistra.

Cerco di prendere un punto di riferimento; senza forzare mi adeguo all’andatura di Nicki Busca, con cui ho scoperto di condividere l’amore per la valle di Gressoney e che, come me, dovrà raccontare questa esperienza.

Primi tornanti e, poi, il lungo costone verso le gallerie con la strada ancorata al 7%.

Questa parte dello Stelvio è una presa ferma, ma non dolorosa, ai nostri polpacci e si arriva in fretta ai 2.000 metri quando iniziano i 14 tornanti che introducono al falsopiano prima dello scollinamento in Svizzera.

Il tempo rabbuia, piovischia nel lungo tratto prima dei 2.510 metri dell’Umbrail Pass, dove mi fermo al ristoro e mi copro prima di iniziare la discesa.

Davide Marchegiano, il direttore di corsa, ha imposto la neutralizzazione del tempo in discesa: scelta saggia e coraggiosa, soprattutto a questi livelli, che consente a tutti di affrontare l’acqua battente e ghiacciata, e il fondo scivoloso con la dovuta tranquillità. Più avanti Davide mi dirà che la sicurezza è un suo punto fermo e che “l’ossessione del tempo non è necessariamente la parte migliore di una corsa”. Il fondovalle che collega la Svizzera alla Val Venosta invita invece a spingere e in un soffio si arriva a Prato allo Stelvio.

Per i 2.758 metri della cima Coppi per eccellenza si parte da qui, salendo linearmente e traversando Ponte allo Stelvio e Trafoi - dove vive Gustav Thoeni, lo straordinario sciatore alle cui imprese trasmesse in diretta negli anni 70 era dovuto lo scarso rendimento scolastico di molti liceali. Era l’epoca in cui l’Italia si fermava per tifare la Valanga Azzurra.

La differenza sta nel fatto che mentre lui scendeva dalle montagne a rotta di collo, a noi tocca salirle. E la vista del cartello che indica che mancano 48 tornanti alla vetta metterebbe da sé i brividi, in più fa un freddo cane con una pioggia lamellare e pungente.

Tutto sommato si sale bene perché i tornanti aiutano a distendere la pedalata. Purtroppo le nuvole basse nascondono il ghiacciaio dell’Ortles, che si intravede appena sulla sinistra, lungo il “dirizzone” che precede l’impegnativo muro finale. Io qui ho, sin dalla prima volta, un punto di euforia e uno di depressione, entrambi in rapida successione: il primo è la scritta azzurra dei “meno 7 km” che una mano pia ha tracciato sull’asfalto, il secondo è quello dei “meno 3 km” che non arriva mai. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Agosto/Settembre 2018

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