di Andrea Guerra - 25 novembre 2019

Parla Ignazio

Ospiti di Campagnolo, abbiamo intervistato Ignazio Moser durante la preparazione della sua nuova bici montata col Super Record 12V. Una passione per le due ruote che parte da lontano ed è tornata a farlo sognare.
1/15 Ignazio Moser ospite dell'azienda Campagnolo, suo sponsor, per assistere alla preparazione della sua nuova bici.
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Il campo, la vite spoglia che col passare delle settimane si riempie, prende forma, colore. Spuntano i primi grappoli acerbi che si scaldano al sole, e una volta maturi vengono selezionati, raccolti e lavorati per trasformarsi in vino e finire in bottiglia e nei calici, sulle tavole di milioni di persone in tutto il mondo. Ogni anno, una storia che si ripete: chi produce vino conosce bene i ritmi della terra. “Che poi sono i ritmi della vita. È fantastico, è un miracolo che si ripete puntualmente, ogni anno. Un miracolo che segna il passare degli anni, scandisce i rintocchi della nostra esistenza”. Ignazio Moser, nonostante i suoi 26 anni di età, sa bene di cosa parla: lui in mezzo alle vigne è cresciuto, ha mosso i primi passi, ha frullato le prime pedalate per cadere e sbucciarsi le ginocchia. La vita è un ciclo, tutto torna: e così anche lui, dopo un anno passato sotto i riflettori, ha deciso di tornare in sella, di rimettersi in bicicletta, di riassaporare il gusto della fatica che le due ruote sanno regalare.
Conosce bene anche questo, non solo il gusto del vino: perché la sua storia non è solo “passata” tra viti e cantine, è corsa veloce come i record di papà Francesco tra ruote e pedali, maglie e dorsali, coppe e medaglie. “Voglio tornare in bici, voglio tornare ad allenarmi, a rimettermi in forma, a pedalare anche solo per il semplice gusto di farlo, di perdersi tra le montagne di casa, oppure lontano”.
Il suo desiderio è diventato realtà. Non solo grazie alla sua tenacia, ma grazie soprattutto a Cinelli e a Campagnolo, storici marchi italiani, che hanno ascoltato Ignazio e deciso di assecondare la sua voglia di fare di nuovo sul serio. E così in una mattina di fine estate Ignazio, per la prima volta nella sua vita, ha messo piede a casa Campagnolo, alle porte di Vicenza, per assistere al montaggio della sua nuova bicicletta.
In fabbrica si accede da una porticina piccola, che lo sembra ancor di più al passaggio di Ignazio, 191 centimetri di potenza e un fisico scolpito in palestra negli ultimi mesi. Prima di infilarsi nel tunnel che immette direttamente in uno dei capannoni di produzione (in tutto lo stabilimento lavorano circa 450 persone), passa a fianco a tre manichini che mettono in bella mostra altrettante maglie: ci sono quella gialla dell’Astana e bianca della Movistar al Tour de France, e anche la rosa del Giro d’Italia, sempre Movistar. Uno sguardo veloce, le maglie sembrano piccole. E subito si parla di gare: “Le seguo ancora tutte. Oltre ad aver tenuto i contatti con tantissimi professionisti, soprattutto amici, non mi perdo una gara”, racconta Ignazio commentando subito le ultime tappe della Vuelta e rimandando la mente all’ultimo Giro d’Italia, seguito da vicino insieme alla fidanzata Cecilia.

L’officina profuma di officina. Come una cantina profuma di vino. Tutto come deve andare, tutto torna. Ignazio è a suo agio, come tra gli otri dove riposa lo spumante della sua famiglia. Apre con cura lo scatolone firmato Cinelli ed estrae il telaio giunto direttamente dalla periferia meneghina: lo solleva senza problemi, lo porta alla luce. È un Nemo Tig cromato, disegnato sulle misure di Ignazio che in casa Cinelli ben conoscono dai tempi delle gare a scatto fisso: i tubi Columbus in alluminio riflettono i volti che si avvicinano per ammirare i dettagli, le saldature, le componenti e le marchiature.
Ignazio estrae il cellulare e dà vita allo show quotidiano per il suo pubblico social, inizia quel dialogo giornaliero che da quasi un anno a questa parte intrattiene con centinaia di migliaia di persone. Foto, video, qualche “stories” in diretta su Instagram, e poi scattano i ricordi, all’improvviso, come richiamati da quel telaio luccicante sul quale iniziano a poggiarsi le mani dei meccanici campagnolo.
La prima bici della mia carriera non poteva non essere una Moser. Nelle categorie giovanili ho sempre corso con i telai di famiglia. Mi ricordo la mia prima gara da G1, io avevo la fortuna di avere già i cambi al manubrio. Ero l’unico anche a utilizzare i pedali con sgancio rapido, tutti gli altri avevano la gabbietta, che a quell’età era molto più facile. Infatti alcune gare le perdevo perché in quella categoria si fa un solo giro del circuito, e io restavo indietro subito per agganciare il pedale mentre gli altri partivano più velocemente”. Ignazio racconta mentre osserva il suo nuovo telaio che finisce sul tavolo da lavoro, stretto nella morsa, sotto la luce del faro dell’officina: “Ma papà voleva così, e così si doveva fare. Quando perdevo mi diceva di stare tranquillo, di non preoccuparmi. Che non contava vincere sempre, che non contava vincere lì”.


L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Novembre 2018

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