Essere professionista: i segreti di Brian Holm

Il direttore sportivo della Deceuninck-QuickStep racconta a Cyclist i pericoli del professionismo, la mancanza di personaggi e il rapporto speciale con Mark Cavendish.

Brian Holm.

Cyclist: Eri lì il giorno della terribile caduta di Fabio Jakobsen (lo sprinter della QuickStep) al Giro di Polonia dello scorso anno. Cosa hai provato?

Brian Holm: Quando ho visto Fabio cadere, ho pensato che non l’avremmo più rivisto. Ero nella macchina della squadra ed è stata come l’esplosione di una bomba. Per tutta la sera non abbiamo potuto dire nulla ai corridori perché non sapevamo quale fosse la situazione. Poi a mezzanotte, dall’ospedale ci hanno comunicato che sarebbe sopravvissuto, ma non conoscevamo la gravità delle ferite. In seguito i medici hanno appurato che non c’erano danni cerebrali. Dopo l’incidente ho parlato un po’ con lui, ma non troppo. Ha bisogno di tempo per riprendersi. Vederlo di nuovo in sella a una bici, con la voglia di correre, è straordinario.

Cyclist: L’UCI si è assunto le giuste responsabilità per l’incidente?

Brian Holm: Non mi è mai piaciuto quello sprint a Katowice. È un arrivo di gruppo, in discesa, a 90 km/h. Avevo precedentemente inviato una e-mail all’UCI su quell’arrivo di tappa e sul perché non andasse bene. Ho detto che avrebbe dovuto essere nell’altra direzione, in salita. Continuavo a dire che un giorno ci sarebbe stato un grande incidente, ma per l’UCI andava bene così. A volte mi chiedo cosa stiano facendo. Hanno squalificato Dylan Groenewegen per nove mesi dopo quanto accaduto. Sì, ha fatto un errore, ma ora dobbiamo prenderci cura di lui. È stato punito abbastanza visto quello che era successo.

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Brian Holm.

Cyclist: Pensi che oggi le corse siano più pericolose rispetto a quando eri tu un professionista?

Brian Holm: Non ho dubbi. Si va più veloce, ci sono più arredi stradali, più ostacoli. Le radio delle squadre stressano maggiormente i corridori e rendono il gruppo più nervoso. Quindi non solo vediamo più cadute, ma anche cadute più brutte. Inizi a pensare alle cadute solo quando compi 35 anni, hai una moglie, dei figli, allora cambi. Quando sei giovane, solo, single, sei il padrone dell’universo. Ma quando ti sistemi inizi a ripensare alle cose. Dirk Demol una volta mi ha detto che il ciclista perfetto vive a casa con mamma e papà fino ai 36 anni, poi lascia il ciclismo e diventa una persona normale. E poi, oggi, ogni giornata è dura. Ai miei tempi, se c’era una tappa di 200 chilometri procedevamo tranquilli finché non vedevamo l’elicottero della televisione sopra di noi. A quel punto iniziavamo a correre. Andavamo così lentamente nei primi 150 km, che era noioso. Una volta, negli anni ‘80, ad un Giro dei Paesi Bassi ci tolsero il premio in denaro perché avevamo tenuto una media inferiore ai 25 km/h. Pioveva e decidemmo tutti di aspettare sotto un ponte finché non avesse smesso, nel bel mezzo della gara!

Cyclist: Quindi preferiresti essere un professionista di oggi?

Brian Holm: Sono diventato professionista nel 1986 e mi sono ritirato nel 1998. Quello è stato il periodo peggiore nella storia del ciclismo, con l’EPO, gli imbrogli, era un incubo. Potevi essere il più grande talento del mondo in quel periodo, ma se non ti dopavi potevi scordarti di vincere. Il ciclismo è migliore ora. I giorni dei supermen, di Lance Armstrong, sono finiti. Non ci sono sostanze dopanti, quindi il livello è più equo ed è più eccitante.

Brian Holm.

Cyclist: E anche la Ineos Grenadiers, una squadra che è stata spesso accusata di gare noiose, è diventata divertente da guardare.

Brian Holm: Basta guardare Tao Geoghegan Hart al Giro d’Italia. La Ineos perde Geraint Thomas, si reinventa e poi corre il Grand Tour di maggior successo di sempre. Se Thomas non fosse caduto, non avremmo visto Tao fare quello che ha fatto, o Pippo Ganna brillare, avrebbero semplicemente corso come hanno sempre fatto. E chissà, Thomas avrebbe anche potuto non vincere. Ho visto Dave Brailsford alla Vuelta. Mi ha parlato di cambiamenti per rendere la squadra più appassionante in futuro. Vuole che i suoi corridori diventino come delle star del cinema - attaccando, essendo di ispirazione. Credo faccia sul serio, ma con Brailsford non si sa mai veramente.

Cyclist: Al ciclismo professionistico mancano oggi le “star” di cui parlava Brailsford?

Brian Holm: I giorni dei grandi personaggi nel ciclismo, come Lance o Bernard Hinault, sono finiti. Tutti sembrano uguali ora. Non puoi essere un personaggio. Non puoi avere un’opinione. Guarda una volta: Laurent Fignon aveva la coda di cavallo! Ha vinto il Tour de France con un paio di occhiali da lettura Cartier. Che lo si ami o lo si odi, uno come Armstrong era un personaggio. Aveva il carisma di un divo di Hollywood; non potevi accusarlo di essere noioso. L’ultima superstar del ciclismo è stata Bradley Wiggins.

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Brian Holm.

Cyclist: Cosa pensi del fatto di poter nuovamente lavorare con Mark Cavendish alla QuickStep quest’anno?

Brian Holm: Mi ricordo quando Cavendish è stato per la prima volta con me alla QuickStep. 13esima tappa del Giro d’Italia del 2013, una corsa lunga 250 km che non si adattava molto a Mark. A metà giornata, dico alla squadra di correre per lui. Lui dice di no. Gli dico, “Stai zitto e pedala”. Mark era arrabbiato, mi ha urlato contro per tutto il giorno. Ma quando si mette in testa qualcosa, può fare cose incredibili e ha vinto quella tappa. Più tardi quella sera, entra in hotel e mi passa accanto. Non mi dice una parola. Mezz’ora dopo vado in camera sua per congratularmi con lui. Mi dice di levarmi dalle scatole, di andarmene e che non avremmo dovuto correre in quel modo quel giorno. Poi la sua attuale moglie, Peta, mi chiama per dirmi che Mark non mi vuole più al loro matrimonio, anche se sono il testimone. Non parliamo più per quella sera e la mattina dopo si presenta da me come se non fosse successo nulla. Il mio rapporto con lui è speciale. È come se fosse mio figlio.

Cyclist: Com’è stato per te il lookdown?

Brian Holm: I primi tre mesi del lockdown dello scorso anno sono stati i tre mesi migliori della mia vita. Sono stato sempre occupato negli ultimi 10 anni, ma improvvisamente ho avuto del tempo per me stesso. Mi sono messo in pari con la vita. Pedalavo tre o quattro volte alla settimana con i bambini e mi sono divertito molto. Ho anche perso un po’ di peso. Mi ha fatto sentire bene.

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