Ciclismo e scialpinismo: si può fare? Il pensiero di Cesare Benedetti

Il pro Cesare Benedetti racconta come due ruote e scialpinismo possano andare d’accordo e perché sciare in inverno è una buona idea per l’allenamento del ciclista.

Sul petto, proprio in corrispondenza del cuore, come uno stemma ha tatuata un’aquila nera. Sul braccio sinistro, invece, più grande e realistica campeggia un’aquila bianca. L’aquila è l’animale simbolo di Cesare Benedetti, detto ‘Cece’ dai suoi compagni del team professionistico del World Tour Bora-hansgrohe.

170 cm per 63 kg, Benedetti è nato nel 1987 a Rovereto, in Trentino, ed è cresciuto in Val di Gresta. Fiero delle sue origini, parla sei lingue e del maestoso volatile ha lo sguardo limpido e chiaro che subito lascia il segno.
La rapacità normalmente non gli appartiene; lui, gregario silenzioso, è abituato a far fatica al servizio della squadra e dei suoi campioni, come Peter Sagan. Fa eccezione quella straordinaria e inaspettata vittoria in volata alla Cuneo-Pinerolo durante il Giro di Italia 2019, rimasta negli annali e tra i suoi ricordi più belli.
Ma l’elemento che più avvicina la vita di Benedetti a quella del suo “totem” e che ne ha segnato tutte le scelte, è forse l’altitudine. È in montagna, a Madonna di Campiglio, respirando l’atmosfera della Corsa Rosa, che dodicenne prese la decisione di diventare ciclista. È in montagna, a Livigno, che anni dopo conobbe la sua futura moglie di origine polacca, alla quale poi fece la proposta di matrimonio in cima allo Stelvio. E da quel matrimonio nacque poi l’amore per la Polonia e, naturalmente, le sue vette.

Dai pedali alle pelli di foca

In montagna Benedetti si dedica ad una passione che a prima vista potrebbe sembrare inconciliabile con il ciclismo, quella per lo sci, sport che pratica da quando aveva tre anni, anche se mai a livello agonistico.

Lo scialpinismo, con le sue lunghe salite sulle pelli di foca, è per lui una valvola di sfogo efficace per liberare la mente dopo le fatiche della stagione, ma anche un modo per rimettersi in forma variando attività durante l’inverno.
Secondo Benedetti ci sono diverse analogie tra i suoi due sport e la loro pratica incrociata può essere un’opportunità per tanti appassionati desiderosi di variare gli stimoli durante i mesi freddi. Non è un caso che proprio la sua squadra lo scorso inverno abbia organizzato in collaborazione con lo sponsor Bora un training camp di scialpinismo a Oetztal, in Austria. Un modo diverso e al contempo allenante per unire il gruppo.
Con la Bora-hansgrohe Benedetti ha rinnovato anche per il 2022, confermandosi il suo uomo bandiera. Per gli amanti del calcio, si potrebbe dire che è una sorta di “Xavier Zanetti del ciclismo”, dato che - caso raro tra i corridori - milita nello stesso team praticamente da quando è passato professionista, nel 2010, anche se all’epoca si chiamava NetApp.
La squadra è bavarese e, guarda caso, lo stemma della Germania è proprio quell’aquila fiammeggiante che Benedetti si ritrova scolpita sul petto. Quell’aquila di tradizione boema è presente anche negli stemmi della Polonia e della sua regione Slesia, dove “Cece” vive parte dell’anno. E per coincidenze strane della storia, l’aquila fa bella mostra di sé anche sullo stemma della provincia autonoma di Trento, da cui tutto il nostro giro era partito. E anche il suo.

Cesare, come hai iniziato a praticare il ciclismo? Quando hai capito che sarebbe stata la tua strada?
“La figlia di quella che era stata la mia baby-sitter lavorava per la carovana del Giro. Mi procurò i pass per il villaggio partenza e il 5 giugno del 1999 - proprio il giorno tristemente famoso perché fu quando Marco Pantani, in maglia rosa, venne fermato - andai a trovarla a Madonna di Campiglio da dove partiva la tappa”.
“Affascinato dalla vicinanza con i corridori e dall’atmosfera che si respirava, decisi che un giorno avrei voluto essere lì anche io. Così un mese dopo mi iscrissi a una società ciclistica vicino a casa e tre giorni più tardi affrontavo già la prima gara”.


Qual è stato il momento più bello della tua carriera?
“Penso sia molto difficile sceglierne uno in particolare. La prima Sanremo con Sagan come capitano è stata molto emozionante. Essere lì con lui fino all’inizio del Poggio e poi sentire in radio quando partiva il suo attacco, sono sensazioni che mi porterò sempre dentro. Così come le emozioni che mi ha regalato un ricordo ancora molto fresco, quello del Mondiale di Leuven. Un debutto nella massima rassegna iridata in una cornice come quella belga rappresenta un momento indimenticabile”.

E la tua tappa vittoriosa, la Cuneo-Pinerolo, al Giro d’Italia nel 2019?
“In quel Giro mi sono comportato bene fin dalle prime tappe, però sempre nel mio ruolo di aiutante per la squadra. Non avrei mai pensato che si potesse creare una situazione dove avrei avuto la possibilità e soprattutto le gambe per giocarmi una vittoria di tappa. Ho ancora negli occhi il rientro in hotel e l’incontro con il mio massaggiatore e grande amico Łukasz. Lui sapeva che non stavo attraversando un periodo felice e aver condiviso l’emozione di quella vittoria con lui è la sensazione più bella che mi resta di quel giorno e di quel Giro”.

Ci sono stati momenti difficili nei quali hai pensato di smettere?
“In verità ho perso il conto delle volte in cui ho pensato di chiudere con l’agonismo. Più che per mancanza di motivazione, è stato perché non mi sentivo all’altezza della situazione o della corsa, oppure per il senso di colpa di non riuscire a stare abbastanza tempo con mia figlia. La spinta ad allenarsi si trova sempre, per il resto mi motiva il fatto che questo so fare e che provo ancora le emozioni che mi servono per andare avanti”.

Come riesci a conciliare la tua passione per la montagna con il ciclismo?
“Cerco di godermi la montagna in quella ventina di giorni di vacanza che ho e che solitamente cadono in ottobre. Cerco poi di sfruttarla come allenamento di endurance sopratutto nel mese di novembre e, quando si riesce, anche in dicembre”.

Lo sci è per te un’attività di recupero e relax, o ti è utile anche per l’allenamento?

Ritengo che possa integrarsi nella preparazione. Muscolarmente si acquisisce molta potenza, mentre a livello cardiaco salendo con gli sci si lavora alla grande. Se penso all’inverno scorso, nel mese di dicembre fare un’ora a 160 battiti in salita sugli sci da alpinismo mi richiedeva molto meno sforzo rispetto a fare un’ora alla stessa intensità in bici. Con lo scialpinismo lavora tutto il corpo, anche quei muscoli che durante l’anno in bici si ‘addormentano’. Inoltre, in uno sport dove si passano mesi e mesi sui pedali, ogni tanto fare qualcosa di alternativo è un toccasana”.

Come riesci a passare in maniera non traumatica dalla bici alle discese sciistiche?

“La verità è che dopo un paio di uscite i muscoli che servono per le discese con gli sci si risvegliano e si adattano in fretta. Io sono appassionato anche di camminate e corse in montagna, ma in quei casi sì che la discesa è traumatica. Inoltre, lo scialpinismo è più allenante di corse e camminate perché la discesa dura molto meno e si può subito iniziare a salire di nuovo e a lavorare a livello cardiaco. Qualcosa di analogo si riuscirebbe a fare solamente correndo forte, ma per i ciclisti sarebbe un po’ un azzardo a livello muscolare”.

Quanto influisce la tecnologia nella prestazione del ciclismo moderno e quanto di essa può essere trasferito dai professionisti ai ciclisti amatori?
“Sicuramente tanto. Ormai non si può più lasciare niente al caso, la preparazione atletica è diventata molto più sistematica e scientifica. Io appartengo ancora alla vecchia scuola e sono stato fortunato ad avere trovato in Bora-hansgrohe sempre preparatori che affiancano allenamenti e metodi super moderni ad altri vecchio stampo senza potenziometro e alle volte anche senza bici, come si faceva una volta in inverno quando la stagione delle gare era più corta. Il fatto che la tecnologia sia oggi alla portata di tutti ha fatto sì che il livello in gruppo si sia alzato e che di conseguenza sia sempre più difficile emergere. Molti amatori ne sanno comunque probabilmente più di me in tema di tecnologia. Trovo giusto che la usino e ne beneficino se sono appassionati, ricordando però che il suo scopo è quello di farci divertire e stare bene”.

Uno degli sponsor della tua squadra è BOA, una tecnologia che sfrutti sia pedalando sia nello sci.

“Uso la tecnologia BOA per le scarpe da bici da strada, per quelle da MTB, per gli scarponi da scialpinismo e negli ultimi anni anche per le normali scarpe da ginnastica. La chiusura BOA risulta più veloce e anche più comoda, cosa che facilita ad esempio lo stringere la scarpa quando si pedala durante una giornata fredda e piovosa o sistemare lo scarpone da sci nel gelo di una cima innevata. Inoltre, nelle uscite invernali in bici, anche quando si calzano i copriscarpe si riesce comunque a stringere la scarpa”.
“Un altro vantaggio significativo del sistema BOA è che vanno ad annullarsi i punti di pressione sul piede perché la scarpa o lo scarpone viene chiuso e stretto in maniera uniforme su tutto il collo del piede”.

Abbigliamento invernale per lo sci e per la bici: anche qui ci sono punti in comune e come ti regoli normalmente?

“In inverno, sia in bici che sugli sci si possono incontrare temperature abbastanza estreme. Sui pedali entra in gioco anche il fattore vento che, soprattutto nelle discese lunghe, fa patire ancor di più il freddo. Per entrambe le discipline la cosa importante è vestirsi bene ma non vestirsi troppo, per evitare di sudare inutilmente e poi, una volta bagnati, patire il freddo nei momenti in cui magari ci si muove meno e la frequenza cardiaca si abbassa. In quest’ottica nello scialpinismo si ha il vantaggio di usare tutto il corpo, non solo la parte bassa come in bici, e quindi ci si mantiene più caldi grazie allo sforzo”.

Anche per quanto riguarda l’alimentazione ritieni ci siano strategie comuni?
“Qui dipende se si esce con gli sci per fare una gita o per allenarsi. Andare con gli sci a un buon ritmo significa consumare tanto e questo consumo va reintegrato. Il ciclismo negli ultimi due anni si è un po’ avvicinato come tipo di sforzo allo scialpinismo. Recentemente abbiamo affrontato diverse corse a testa bassa dall’inizio alla fine, lavorando tanto in zona anaerobica e avendo quindi un consumo enorme di carboidrati, proprio come nello sci”.
“Comunque, in bici è sicuramente più comodo mangiare e bere, essendoci anche più momenti e condizioni favorevoli per farlo”.

Il tuo cuore è diviso tra la tua terra di origine, il Trentino, e la tua terra di adozione, la Polonia. Raccontaci dei luoghi dove ti alleni e che consiglieresti a tutti gli appassionati.
“Ho cominciato a frequentare la Polonia nel 2007 quando ho conosciuto la donna che nel 2013 sarebbe diventata mia moglie. È successo a Livigno, durante un ritiro in altura, e qualche anno più tardi le ho chiesto di sposarmi in cima allo Stelvio. Adesso ho anche il passaporto polacco”.
“In Trentino, sopratutto in inverno mi alleno nella zona del Garda e del Basso Sarca, mentre nelle stagioni un po’ più calde mi addentro nelle vallate che si diramano partendo dalla Vallagarina, spingendomi talvolta in Val di Non, alle Dolomiti di Brenta oppure, a est, su qualche monte della Valsugana o della Valle di Cembra. In Polonia mi alleno nell’Alta Slesia e, se devo fare salite, vado nella zona dei Monti Beskidy”.
“Colgo però l’occasione per invitare tutti a visitare la Val di Gresta, piccola e poco conosciuta. È il posto dove sono nato e che mi porto nel cuore. Dalla cima delle montagne che la circondano si gode di una vista mozzafiato a 360 gradi, dal lago di Garda all’Adamello, all’Ortles e via dicendo”.
“In Polonia suggerisco invece di visitare i Monti Beskidy che sorgono nella zona di confine tra Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Non saranno magari le Dolomiti, ma hanno comunque un loro fascino e sono luoghi dove si mangia benissimo. Un altro posto, più famoso, sono i Monti Tatry. La cima più alta supera i 2.500 metri ma, data la morfologia del territorio e alle volte l’ostilità di queste montagne, si ha spesso la sensazione di trovarsi molto più in alto. Proprio per questo la zona è spesso teatro di allenamenti di alpinisti polacchi che preparano spedizioni importanti come quelle sull’Himalaya”.

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