Mattia De Marchi: una gravel e... via

Mattia De Marchi, un passato da ciclista Pro e il presente da protagonista delle adventure race più epiche. Un po’ ultrabiker, un po’ gravelman, ma le definizioni
gli stanno strette, perché lui semplicemente ama pedalare per sentirsi felice.

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Mattia De Marchi (foto Nicola Marchiori).

Le due cose che gli vengono meglio sono pedalare e mangiare. E sono strettamente collegate dato che, solo l’anno scorso, ha macinato quasi 40mila chilometri, per un totale di quasi 1.500 ore passate in sella alla bicicletta, che corrispondono alle calorie di circa un migliaio di pizze. Calorie che deve introdurre in qualche modo, ed è per questo che sui social pubblica così tante immagini di se stesso mentre pratica l’arte del reintegro: piadine, panini, spuntini in compagnia, in una foto si vede persino che ha legato una crostata di albicocche dietro allo zaino con del nastro adesivo (oggetto che non manca mai nel suo kit perché, dicono, ha il vizio di rompere tutto). Dopo aver solo assaggiato il professionismo su strada, la voracità per cui oggi si sta facendo un nome è però quella per le strade bianche e le avventure mozzafiato.


Stiamo parlando di Mattia De Marchi. Veneto, classe 1991, barba rossiccia e sguardo da spiritello: è lui l’uomo del momento per quanto riguarda il mondo gravel adventure, è lui che in Italia sta segnando la rotta: verso un ciclismo versatile e variegato, basato sull'idea che "una bici è abbastanza" per fare tutto. E dove tutto significa strada e ghiaia, gare veloci e avventure epiche sulle lunghe distanze, godersi la natura e la compagnia degli altri, ma che non disdegna andare a più non posso per seminarli. Persino con copertoni da 50mm e borse da bikepacking. Sì anche con quelle Mattia corre davvero veloce.

Infatti, la sua popolarità è letteralmente esplosa dopo aver vinto l’ultima edizione dell’Italy Divide, forse la gravel race più dura attualmente in Europa: 1.300 km e 22mila metri di dislivello, che si corre in autosufficienza da Pompei al lago di Garda tagliando in due il Belpaese. Una gara così non si improvvisa. E in effetti la sua passione parte da lontano. Da quando, a 9 anni, dopo aver zompettato sui campi da calcio senza troppo entusiasmo, un Natale rimane folgorato vedendo i completini da ciclismo dei suoi cuginetti (uno dei due, Alessandro, è lo stesso De Marchi che quest’anno al Giro ha vestito la maglia rosa). Con quelle tutine sgargianti e i caschetti gli sembrano dei Power Rangers: capisce subito che quella è la strada che deve percorrere.


Mattia arriverà al professionismo, anche se per poco, riuscendo a vincere una tappa del Tour of China nel 2016. Poi un altro anno in Austria, e infine la delusione di essersi scontrato con un mondo contaminato da logiche poco chiare. Lascia. Si sente perso e abbandona la bicicletta per qualche tempo. Ma è solo il preludio della fioritura.

La bici ti insegna a soffrire, a essere paziente – scrive tra i suoi appunti, ritrovando la scintilla –. La bici non ti regala niente ma ti insegna che tutto torna indietro. Non sono solo due ruote, la bici ti insegna a vivere”.

Così la vita ricomincia, non più da ‘pro’, ma con ancora più entusiasmo: si mette alla prova con le grandi distanze, vince una gara estrema come l’Ultracycling Dolomitica, la vince di nuovo l’anno successivo; ma gli manca ancora qualcosa. Finché, quasi per caso, approda al fenomeno gravel. Esplode la sua energia (eccolo il Power Ranger).
La gara che lo strega è in Marocco, da Marrakech a Rabat attraversando la catena dell’Atlante (qui mangia e beve il tè insieme ai Berberi), corre anche la Veneto Gravel e tutte le Jeroboam sulle montagne italiane. Vince la corsa spagnola The Traka, a Girona, l’Italy Divide come già detto, e la Nova Eroica in Toscana; infine il coronamento arriva vincendo la Gravel Epic in Svizzera e la Transiberica Badlands, in Spagna, un’altra gara per gente tosta, con oltre 700 km e 15mila metri di dislivello, e che attraversa l’unico vero deserto dell’Europa continentale.
Insomma, Mattia fa una scorpacciata continua di vittorie e la sua fame di ghiaia sembra essere ancora all’inizio come è all’inizio il fenomeno gravel. Proprio su questo tema gli abbiamo voluto chiedere qualcosa in più.

Mattia De Marchi.

Mattia, come sei approdato al mondo gravel?
“Dopo l’anno da stagista con l’Androni, non mi hanno rinnovato nonostante avessi vinto. Si vede che doveva andare così. Ho fatto un altro anno in Austria ma non è stato entusiasmante. Poi ho cominciato a fare delle gare lunghe su strada, tutto a spese mie, e sono andate molto bene. L’anno dopo ho cercato uno sponsor, c’era la Veneto Gravel e, anche grazie al negozio di bici Scavezzon di Mestre, 3T mi ha dato una Exploro per correrla. Ho fatto il tempo migliore. Così poi 3T mi ha lasciato la bici e ho iniziato a girare nella mia zona...”.

Da lì il gravel ti ha conquistato?
“Quello che mi ha spinto a continuare con il gravel è che, nonostante uscissi nelle zone attorno a casa che conoscevo benissimo, ogni giorno sembra di essere in un posto completamente nuovo, con panorami diversi. Ho iniziato a esplorare le montagne. Io abito in pianura, vicino a Venezia, così facevo una cinquantina di chilometri solo per raggiungere le salite, mi facevo un giro e tornavo a casa”.

Ci hai preso gusto insomma
“L’inverno successivo, nel 2019, sono riuscito ad andare all’Atlas, insieme a un paio di amici. Sono andato per provare a vincerla, ma ho spaccato il manubrio e mi sono aperto un dito. E in un certo senso è stato meglio così”.

In che senso?
“Il primo giorno, che sono stato in testa, in realtà non mi sono divertito, perché stavo andando troppo a blocco: testa bassa, non mi stavo godendo per niente il paesaggio. Avrei potuto essere in qualsiasi altro posto e non avrebbe fatto differenza. Il secondo giorno ho spaccato il manubrio e da lì ho rallentato, ho aspettato i miei amici Federico e Andrea, e abbiamo pedalato insieme. Da quel momento ho iniziato a godermi il Marocco, sono tornato a casa con un bagaglio di esperienze bellissime che, se avessi continuato ad andare a tutta, non avrei mai vissuto. Ho conosciuto un paese e la sua gente. Ci siamo anche fermati in un campo tenda dove c’erano delle donne che tessevano e ci hanno offerto il tè. Sono tornato a casa contento”.

Se gravel è scoperta del territorio, contatto con la natura e le persone, come si può sposare con la performance?
“In Italia il gravel è nato come esplorazione, come modo diverso di andare in bici e sicuramente anche come occasione per togliersi dal traffico. Lo vedo nella mia zona, purtroppo la quantità di auto e camion è allucinante: ormai anch’io ho paura di andare su strada. Il gravel è molto più sicuro sotto questo aspetto, soprattutto per chi si avvicina alla bici per la prima volta... Però alla fine, se uno ha uno spirito competitivo come il mio, prima o poi la parte agonistica viene fuori. In alcuni periodi voglio semplicemente pedalare, ma poi ho anche dei periodi nei quali ho voglia di mettermi alla prova, di andare a tutta, di fare fatica fino a sfinirmi. Lo vedo come una cosa positiva. Alle granfondo la competizione sfugge un po’ di mano, però se la vena dell’agonismo è sana e pulita credo sia una cosa bella. Ed è quello che sta succedendo negli Stati Uniti: loro sono avanti di almeno due anni rispetto a noi. Prima o poi il mondo gravel avrà le sue gare importanti, in America ormai hanno un calendario molto ricco dove si corre praticamente ogni domenica. Anche in Europa ci si arriverà sicuramente, ormai l’esigenza viene da un mercato che sta esplodendo. Basta non perdere la naturalezza originaria. Non sono d’accordo con chi ritiene che l’agonismo contaminerebbe il mondo gravel: penso che, se dosato nella misura giusta, ci stia. E ci arriveremo. Non solo a livello amatoriale, ma anche ai piani alti”.

Mattia De Marchi (foto Nicola Marchiori).

A questo proposito, cosa ne pensi del recente annuncio fatto dall’UCI sull’organizzazione di un campionato del mondo gravel dal 2022?
“Aspetto a esprimermi, voglio prima vedere che cosa propongono concretamente. Dipende molto dal format che prenderà il calendario. La mia paura è che finiscano per essere gare molto simili alle normali granfondo, senza lo spirito gravel”.

Che cosa intendi?
“Vorrei che non si perdesse lo spirito di condivisione tipico degli eventi gravel, dove anche quando c’è una gara, questa è inserita in un prima e un dopo dove si sta insieme. In un’ottica generale, credo che possano coesistere eventi dove non c’è l’agonismo, come ad esempio Jeroboam, ad altri come la Nova Eroica che mette insieme tratti cronometrati dove vai a tutta e tratti in cui ti godi il paesaggio e pedali chiacchierando con gli avversari. Infine, ci vogliono i format di gare dall’inizio alla fine, come potrebbero essere quelle del calendario Uci, purché siano sempre eventi di massa aperti a tutti. Questa molteplicità di esperienze, del resto è alla base della mia attuale squadra, Enough: un collettivo di persone con storie molto diverse, accomunate dalla voglia di vivere la bici a 360 gradi e dall’idea che la bici sia abbastanza, enough appunto, per essere felici. Io non voglio farmi mancare il giro con gli amici, anche quelli che non vanno forte. Ho due o tre amici che hanno appena preso la gravel, li ho portati a fare un giro nelle loro zone e quando siamo rientrati mi hanno detto la cosa più bella che potessero dirmi: ‘Mi hai fatto pedalare nei posti dove pedalavo tutti i giorni, ma mi sembrava di essere da tutt’altra parte’.
Allo stesso tempo non mi precludo nemmeno l’idea di andare in America e mettermi alla prova su una gara veloce come l’Unbound, così come non mi precludo l’Atlas, che è un’avventura lunga 1.300 km dove pedalo per 80 ore. Sono tutti modi per vivere la bici, bisogna solo trovare l’equilibrio!”.

E in questo equilibrio, ora ti senti più stradista o gravel?
“Nasco stradista e il richiamo della strada ogni tanto si fa sentire, ma il divertimento che provo facendo gravel, nelle gare su strada non c’è. Tutte le persone che ho conosciuto in questi anni, le ho conosciute agli eventi gravel”.

Cambia proprio l’atmosfera?

“Alle gare su strada tu vai, corri e vieni via, la maggior parte delle volte è così. Non c’è un momento dove si è tutti insieme a parlarsi e scambiarsi idee. Ad una gara come la Nova Eroica invece arrivi il giorno prima, pranzi insieme, il giorno dopo fai la gara e dopo la gara resti lì: ti viene proprio spontaneo stare insieme. È quello il valore aggiunto: c’è molta più condivisione. Il Bam è un altro evento che se me lo avessero chiesto cinque anni fa di andarci, non sarei mai andato. Mi sono dovuto ricredere. Sono due giorni in cui incontri qualsiasi tipo di persona, dall’agonista come posso essere io al biker che si fa i viaggi a 15 km all’ora, da quello che arriva con la bici da città a chi arriva a piedi perché ha sentito che il Bam è un raduno. Trovi qualsiasi cosa, ed è bello. A quegli eventi c’è moltissima gente che non ha mai guardato una gara in tv, magari non sanno nemmeno chi ha vinto il Tour. Per me che vengo da quel mondo, sembra assurdo; eppure, c’è tanta gente che, pur amando la bici, non segue il professionismo. Da quando ho smesso di correre da professionista ho iniziato a vivere davvero la bici, in tutte le sue sfaccettature. Ma è chiaro: la vena agonistica che ho dentro non la potrò mai sopprimere, viene fuori”.

Da quello che hai detto sembra che il fenomeno gravel non sia una moda passeggera.
“Secondo me sta succedendo quello che è successo con la mountain bike. All’inizio alcuni marchi non ci hanno creduto, pensando fosse un fenomeno temporaneo, invece no. Sarà così per il gravel, anche per il fattore sicurezza di cui parlavo prima. Quando esco attorno a casa per andare verso le salite, faccio un chilometro di strada asfaltata e per il resto me ne vado off-road, dove non ho il pensiero delle macchine: non è una cosa banale. La gente si metterà a scoprire sempre più percorsi anche nelle proprie zone: banalmente anch’io ho scoperto le strade sterrate grazie all’app Komoot, cominciando a buttare giù delle tracce a caso. Le prime volte sbagli, ma poi impari, adesso riesco a farmi uscite completamente su sterrato. Ormai abbiamo davvero tutti gli strumenti per conoscere nuovi posti e stare in sicurezza”.

Mattia De Marchi (foto Nicola Marchiori).

A proposito di sicurezza, che cosa è fondamentale durante le gare adventure come l’Atlas o l’Italy Divide?
“È molto soggettivo, ci sono alcuni oggetti fondamentali che bisogna avere, come la coperta termica, o il bivybag in certe circostanze. Se becchi un temporale in zone remote, ti metti dentro al bivy e in qualche modo ti salvi. Una giacca antipioggia, sempre. Le salviettine umidificate. Camere d’aria di scorta ovviamene (io sono abbastanza esagerato, me ne porto sempre tre, perché ho la fobia). Una camera d’aria in più mi fa stare tranquillo. Dico sempre: ‘Se c’è una cosa che ti fa stare tranquillo, anche se è in più e prende posto, portala’. All’Italy Divide il piumino avrei potuto lasciarlo a casa, però mi dava sicurezza. Lo porto praticamente sempre, anche se so che la temperatura minima è 20 gradi. Di solito nella borsa posteriore ci sta il piumino, una maglia in lana (perché la lana non ti fa sudare anche quando fa caldo), una giacca antipioggia tipo il Fiandre di Sportful e poi la mantellina (sia per le discese se c’è aria, sia se piove). Nella parte anteriore, attaccato al manubrio, all’Italy Divide avevo solo il bivy, mentre all’Atlas mi ero portato anche il sacco a pelo e il materassino. Quindi davanti c’è la parte notte per quando ti fermi, e deve essere tutto impermeabile. Altra cosa che non ho mai portato, ma che inizierò a portare è il cuscino, quello gonfiabile, piccolissimo. All’Atlas avevo portato il ricambio, ma è totalmente inutile perché sei sempre sporco e anche se ti cambi, torni come prima”.

Quanto ti fermi a dormire? Raccontaci la tua strategia.
“All’Italy Divide ho tirato dritto la prima notte, poi ho pedalato tutto il giorno successivo e mi sono fermato più o meno alle dieci di sera e ho dormito tre ore. Anche la notte dopo ho dormito tre ore. Poi alle 22 del terzo giorno sono arrivato. Sto attento ai cicli del sonno, che sono di circa 90 minuti, in modo da non sprecare tempo prezioso. Quando posso cerco di dormire in agriturismi o B&B. Mentre in gare come l’Atlas non è possibile”.

Per mangiare invece come ti regoli?
“All’Italy Divide ho imparato molte cose. Quando sei fresco puoi mangiare qualsiasi cosa e non hai problemi. Ma quando poi sei stanco, pedalare con il cibo sullo stomaco può diventare problematico. Un giorno avevo una fame pazzesca e ho mangiato due panini enormi con tipo mezzo chilo di mozzarella dentro, più cinque o sei palline di gelato. E sono partito. Ho fatto un’ora e mezza che non andavo proprio avanti, tra l’altro con una salita bella dura. Per fortuna poi mi sono ripreso. Il secondo giorno alla sera ho mangiato due pizze e alla mattina sono partito bene senza problemi. Arrivato a un ostello ho fatto una colazione che valeva per tre e anche lì l’ho un po’ pagata quando sono ripartito. Devi essere bravo a scegliere cibo e posto giusto. Quando è caldo vanno benissimo i gelati. Mi porto comunque anche del cibo di sicurezza, tipo barrette, anche se non le amo molto. L’ultimo giorno a mezzogiorno avevo mangiato un gelato, poi non ho mangiato nulla fino a sera, lì le barrette mi hanno aiutato. All’Atlas avevo sempre un panino di scorta, ma una sera non eravamo riusciti a trovare niente e la barretta ci ha permesso di fare colazione la mattina dopo. Sul cibo, ogni volta impari qualcosa e aggiusti il tiro”.

Una dritta a chi vuole andare un po’ oltre i propri limiti?
“Il primo consiglio, molto generale ma penso prezioso, è che se si vuole fare una cosa, non bisogna avere paura di sbagliare. Sento tanti che hanno paura a fare un giro molto lungo. Credo che l’importante sia partire, poi al limite non lo si finisce, si cerca di capire il perché e si riprova la volta successiva. L’altro consiglio è di non ossessionarsi: non pensare troppo alle tabelle di allenamento – anche io ogni tanto le seguo, eh – ma bisogna trovare il giusto equilibrio, perché il mondo gravel è proprio l’occasione di fare qualcosa di diverso dal solito, ed è quello che dico sempre ai miei amici”.

Mentre un consiglio pratico che daresti magari riguardante la bici?
“Direi attenzione alle gomme. Vedo troppa gente con le gomme gonfiate a 6 atmosfere che poi alla prima curva vanno per terra. Le gomme da gara gravel non devono essere dure, ma morbide. All’Italy Divide, dove ho usato 27.5x50, forse le avevo a 2 atmosfere. Preferisco di gran lunga avere un copertone più largo e morbido ma stare più tranquillo. Uso Pirelli Grail Cinturato M: ha una base centrale che anche se lo gonfi a 2 atm non spancia, quando sei su asfalto hai una riga interna centrale dove appoggia, ed è molto scorrevole. E poi sul gravel uso tubeless tutta la vita, perché levi tutti i problemi dovuti alle pizzicate”.

A proposito di attenzione mediatica, la tua popolarità sui social ultimamente è esplosa.
“Nelle ultime settimane ho avuto delle novità incredibili, che non mi sarei mai aspettato. È in atto un cambiamento radicale. Ad esempio, del Tour di quest’anno ci si ricorda certo che l’ha vinto Pogačar, ma poi la seconda cosa che si ricorda è il Tour alternativo di Lachan Morton, con tutti i trasferimenti intermedi. Ecco il cambiamento. Le squadre e i brand di bici hanno un’opportunità assurda di comunicazione. Hanno bisogno di nuovi contenuti per i social e questa è una grande occasione per tutti. È stato probabilmente anche il covid ad amplificare questo aspetto, perché io ho visto un cambiamento, sia durante che dopo il lockdown: molta gente si è avvicinata alla bici, tanti hanno iniziato a pedalare in modo diverso, più avventuroso. Forse fermandosi a pensare hanno capito cosa mancava davvero alle loro vite. Per quanto mi riguarda, la mia popolarità è aumentata molto dopo l’Italy Divide. La settimana successiva il telefono suonava di continuo. E pensare che ho deciso una settimana prima di andare, dovendo far coincidere trasferte e lavoro. Fino ad ora con la bici riuscivo a pagarmi giusto gli eventi, ma a fine mese lo stipendio era quello di Decathlon. La novità di questi giorni è che ho lasciato il lavoro: dal prossimo anno riuscirò a dedicarmi al ciclismo a tempo pieno”.

Quali sono quindi i tuoi programmi a breve termine?
“Come gare, l’obiettivo è tornare a correre l’Atlas, in Marocco, a febbraio. Prima ce n’è una in Rwanda che ho adocchiato ma non so se riusciremo, mentre a luglio mi piacerebbe volare in Islanda per The Rift. In generale, come squadra Enough puntiamo a crescere molto a livello internazionale, e abbiamo fatto in modo che almeno io riesca a dedicarmi al progetto full time”.


A livello mondiale, qual è la gara che sogni?
“Un sogno nel cassetto è la Silk Road Mountain Race in Kirghizistan, ma bisogna prepararla bene, perché vorrei farla in coppia. Prima voglio fare l’Unbound in Kansas, negli Usa, la gara per antonomasia del mondo gravel”.

In Europa invece qual è la gara di riferimento secondo te?
“Il Paese con la potenzialità maggiore per il gravel a livello geografico è probabilmente la Spagna, dove ci sono grandi spazi e poco traffico. Ci sono già gare interessanti come Badlands, The Traka o Ranxo, ma credo che un evento di riferimento simile alla Unbound in Europa ancora non esista. Ci vorrà tempo”.

“Nasco stradista, il richiamo della strada ogni tanto lo sento, ma il divertimento che provo agli eventi gravel, nelle gare su strada non c’è”.

3T Exploro Race Max: la bici di Mattia

La 3T Exploro Race Max di Mattia.

Ecco che cosa pensa Mattia De Marchi della sua 3T Exploro Race Max.

“Questa bici è perfetta per chi è indeciso tra asfalto e fuoristrada, perché la Racemax è un missile anche su strada. Basta avere doppio set di ruote e puoi andare ovunque. Certo su strada perdi quel chilometro orario, non di più. Però hai una bici per fare tutto. Tutti i marchi di bici stanno inserendo prodotti nella categoria gravel-race, con bici molto spinte, che vanno bene per le gare americane, che secondo me arriveranno a breve anche qui in Italia. L’altra categoria è una gravel con geometrie più comode, magari per le avventure più lunghe tipo Atlas, che sono quasi mountain bike camuffate. Le aziende stanno lavorando su queste due tipologie di bici: quella con cui puoi fare un po’ di tutto, e una più da avventura, da Atlas. Il problema è che il gravel in Italia significa ancora l’argine, la ciclabile bianca, la Toscana, perché se ti spingi in montagna trovi le forestali che sarebbero belle, però molte sono sconnesse, con sassi grossi, e ti ritrovi su strade poco praticabili. In Spagna. invece, hanno molte più strade bianche che collegano i paesi. Sono stato a maggio a fare la The Traka e ho fatto 360 km a 27,2 di media con 5mila metri di dislivello fuoristrada, per dire come erano scorrevoli le strade. I marchi stanno lavorando molto nel settore gravel e vedremo sempre più eventi anche per il crescente interesse degli sponsor”.

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