di James Spender - 02 aprile 2019

La strada più bassa della Terra

Nel sud di Israele si trova il deserto del Negev, un paesaggio straordinario nel quale le strade scendono sotto il livello del mare
1/11 Alcuni momenti del viaggio in Israele attraverso il deserto del Negev

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Immagini MIKE MASSARO

Vasto: sono solo due sillabe, ma quanto possono esprimere. Vasto è l’oceano, vasta la distesa delle montagne, vasto il cielo. Vasto, incredibilmente vasto, è il deserto del Negev. Come le nuvole siano riuscite a nascondere il Negev per tutto questo tempo è un mistero, ma mentre il nostro aereo buca gli ultimi cirri sembra impossibile che in Israele ci sia posto per altri paesaggi oltre alle sabbie dorate del deserto sottostante. Invece non è così.

A nord svettano i monti, incappucciati di neve d’inverno e ricoperti di fiori selvatici d’estate; a ovest biancheggiano spiagge di sabbia amate dai surfisti;
 a est si estende la valle del Giordano; e al centro, nel cuore del Paese, si espande un mosaico di vigneti e di colture lussureggianti. Non meraviglia che la sua storia sia così densa e complessa.

Quando abbiamo organizzato il nostro giro abbiamo avuto l’imbarazzo della scelta: ma c’era sempre una costante, il Mar Morto e in particolare la strada 90 che scorre da Metula, nei pressi del confine settentrionale con il Libano, a Eilat, dove il Mar Rosso bagna le coste di Israele, Giordania ed Egitto. Con i suoi 480 km la strada 90 sarebbe stata troppo lunga per un grande giro, ma c’era una sezione che stuzzicava la nostra curiosità di ciclisti. A circa metà della sponda occidentale del Mar Morto, la strada scende a quasi 400 m sotto il livello del mare. Noi ciclisti siamo sempre a caccia di strade alte, ma che effetto fa pedalare sulla strada più bassa della Terra?
Atterriamo a Ovda, campo di volo militare nel cuore del Negev convertito in aeroporto commerciale. Visto dal cielo sembra il perfetto luogo di atterraggio per uno dei veicoli interstellari di Elon Musk, ma visto da terra è un posto alla Indiana Jones. Uomini in uniforme militare si mescolano a turisti in infradito che ci sembrano vittime di scottature solari. Usciamo, e capiamo subito perché. Il crepuscolo è vicino, ma il caldo non accenna ancora a diminuire.

È venuto a prenderci Maurice Franco: risata contagiosa, testa pelata, occhi vivaci e penetranti. Sarà lui a farci da guida. Quando carichiamo le valigie nel bagagliaio il sole si è già ritirato dietro il profilo delle montagne. L’unica vista che ci resta durante il tragitto verso Mitzpe Ramon è la striscia di asfalto illuminata dai fari del furgone. A parte noi e le stelle non sembra esserci molto altro.
Ma arrivare con il buio ha i suoi vantaggi. Se la sera prima Mitzpe Ramon sembrava poco più di un ammasso di luci artificiali, la mattina si rivela essere una metropoli mollemente adagiata sul bordo di un cratere posato come un gigantesco cirripede sul suolo desertico.
 A colazione Maurice ci spiega che è cratere Ramon, ma che “non è neanche un vero cratere perché non ha origini vulcaniche né è la conseguenza della caduta di un meteorite, ma è il risultato dell’erosione”. Data l’aridità del paesaggio sembra impossibile che quest’area fosse un tempo coperta da un oceano, ma dopo tutto sono passati 220 milioni di anni.

Anche se il nostro giro “ufficiale” è in programma tra due giorni, Maurice mi suggerisce di concedermi un primo assaggio scendendo da solo lungo il cratere (che i geologi chiamerebbero piuttosto “circo naturale” o “makhtesh”).
 A quanto pare a novanta chilometri da qui c’è un ottimo pundak in cui possiamo fermarci a pranzare. Vedendomi esitare per la lunghezza del percorso, Maurice aggiunge che è quasi tutto in discesa. Mentre lasciamo la città siamo accompagnati da una quiete quasi irreale. Di tanto in tanto un falco che volteggia sopra le nostre teste fa echeggiare il suo gracchiare giurassico, per il resto domina il silenzio. Continua...
L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Marzo 2018
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