di Richard Moore - 15 marzo 2019

È tempo di dimenticare Lance?

Nei sei anni successivi allo scandalo doping, Lance Armstrong è stato un reietto del ciclismo. Ma, in un mondo in cui molti ex-dopati sono tutt’ora accettati, la punizione di Armstrong non appare sproporzionata? Cyclist investiga…
Lance Armstrong illustrato da Paul Ryding

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Nel 1999, quando Lance Armstrong sconfisse tutti gli avversari vincendo il suo primo Tour de France, David Gaudu aveva solo due anni. Non potrebbe esserci un esempio migliore di Gaudu – l’occhialuto debuttante francese schierato quest’anno con la Groupama-FDJ alla partenza in Vandea del Tour de France – per far capire quanto tempo sia passato da allora.
Agli occhi di Gaudu, Armstrong deve apparire come una figura lontana, come Eddy Merckx lo era per Armstrong. Eppure l’ombra dell’americano, in misura ancora maggiore rispetto a Merckx, continua a incombere sul ciclismo e in particolare sul Tour de France. Dopotutto, è stata la gara che Lance ha vinto – e poi perso – sette volte.
Armstrong rimane il punto di riferimento per tutti i mali dello sport. Se l’agenzia anti-doping degli Stati Uniti riteneva che bastasse toglierli i sette titoli e bandirlo a vita dal ciclismo per risolvere il problema,
 si sbagliava.
In effetti, queste due decisioni hanno solo contribuito a dare inizio a un nuovo e incessante capitolo, una questione tutt’ora irrisolta: cosa fare di Armstrong, dei suoi risultati (alcuni annullati, altri no) e del suo attuale status?
La decisione dell’USADA nei confronti di Armstrong è arrivata nell’autunno del 2012, a sette anni dalla sua ultima vittoria al Tour e due anni dopo il suo secondo ritiro. In effetti, è stato il disastroso ritorno di Armstrong
 tra il 2009 e il 2010 che ha messo in moto la serie di eventi che lo avrebbero poi abbattuto. Quando ha pubblicato la sua decisione motivata, l’USADA ha definito il caso di Armstrong e del suo team US Postal
 “il programma di doping più sofisticato nella storia dello sport”.
Quasi sei anni dopo, con molte più rivelazioni emerse circa la portata del doping negli anni Novanta e Duemila, per non parlare degli imbrogli istituzionali dello stato russo, tutta questa faccenda sembra ora 
un ingiustificato pretesto.
Sovradimensionato o no, il verdetto sembrava progettato per individuare in Armstrong il capro espiatorio e renderlo un reietto. Altri nomi sono apparsi nel rapporto USADA, principalmente come testimoni contro Armstrong e la US Postal, ma nonostante anch’essi fossero accusati di doping simile, hanno ricevuto un trattamento molto differente. Erano dei pentiti, quasi degli eroi.
Armstrong è stato un discorso a parte per diversi motivi. Non collaborò all’inchiesta, tanto per cominciare, e a differenza di altri fu accusato non solo di doping, ma anche di bullismo, coercizione e comportamento sgradevole. Un altro aspetto, forse, stava nel fatto che lui fosse il sette volte vincitore del Tour: rappresentava il fulcro, il più grande ingranaggio, di una macchina corrotta.
Armstrong non se ne sarebbe mai andato in silenzio. C’era il piccolo (in realtà enorme) particolare di un processo federale da affrontare, che sarebbe potuto costargli fino a cento milioni di dollari. Poiché lo sponsor della squadra, US Postal, era di proprietà 
del governo, Armstrong è stato citato in giudizio per risarcimento danni, anche se
 ha sostenuto che i proventi pubblicitari provenienti dalla US Postal nel periodo 1999- 2004 erano depositati in banca. La questione doping era irrilevante, a dire di Armstrong e dei suoi avvocati: era la US Postal a volere fare clamore, per altro riuscendoci benissimo.
Il caso Armstrong avrebbe dovuto tenere banco per tutta l’estate ma, all’inizio di maggio, Armstrong ha patteggiato per una somma di 5 milioni di dollari. Questa notizia è stata riportata come una “vittoria” per lui, lasciando molte persone insoddisfatte. Si aspettavano, o forse speravano, che cadesse in rovina, o che comunque si ritrovasse molto più povero. Continua...


L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - novembre 2018
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