Il piacere dello slow cycling

Chiamatelo giro di recupero se vi piace, ma ci sono buone ragioni per prendersela con calma in bici

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Torto o a ragione, sono scettico verso chiunque pubblichi un “giro di recupero” su Strava. Provoca in me la stessa reazione di quando una celebrità annuncia che è in vacanza. Vorrei gridare: “DA COSA, ESATTAMENTE?”. Sicuramente solo un ciclista professionista che mulina le gambe dopo una corsa a tappe di una settimana ha il diritto di chiamarlo giro di "recupero". Il resto di noi dovrebbe chiamarlo per quello che è - l'unica cosa che stiamo recuperando è l’aver fatto tardi la sera, il che incide in modo considerevole sulla nostra velocità media e sulla capacità di fare incetta di KoM (il titolo di “re della montagna” su Strava).

The Discovery of Slowness è un piacevole romanzo basato sulla vita del marinaio britannico del diciannovesimo secolo John Franklin, il cui pensiero lento e metodico lo ha svantaggiato sulla terra ma lo ha liberato nell’ambiente infinito dell'Oceano. La scoperta della lentezza su una bici può avere lo stesso effetto liberatorio su quelli di noi che trascorrono la maggior parte dell'allenamento col mento attaccato al manubrio cercando di fare meglio delle volte precedenti o che reclamano il KoM assegnato a un altro. E così su Strava includono i dati meteo per dimostrare di avere davvero pedalato col vento contrario.

A volte è bello rinunciare al Garmin, indossare qualcosa di meno aerodinamico ma più lusinghiero della Lycra e pedalare così lentamente da poter sentire l'odore delle rose. Di recente, in una bella mattina invernale, ho fatto un’uscita di recupero - o come preferisco etichettarla, una “piacevole e facile sgambata”. Sono rimasto in sella per parecchio tempo immergendomi in sensazioni che avevo precedentemente ignorato (o di cui al massimo ero consapevole solo attraverso fugaci sguardi). Non sto parlando di mandrie di bisonti o antiche rovine romane, ma semplicemente di campi ondulati punteggiati da balle di fieno, di oche che rumorosamente volano in formazione a V e di spirali di fumo che escono pigramente dai camini delle case. Un percorso che avevo già fatto centinaia di volte, improvvisamente ha assunto tonalità completamente differenti. Non avevo mai notato prima i cervi ornamentali che decorano quei cancelli in ghisa o altri dettagli nel mio tragitto abituale verso casa.

Un ciclista e il percorso diventano intimi. Si impara a conoscere, per esempio, la posizione e la grandezza di ogni buca e avvallamento o dove siepi alte e file di alberi offrono riparo dal vento trasversale. Ma la relazione è solitamente a senso unico, si approfitta del paesaggio per fagocitarlo a tutta velocità. In un giro lento è diverso. Ci si può permettere di essere un po’ più rispettosi. Noi si deve andare a tutta su quella salita, si può fare salire la catena di un dente e prendersi tutto il tempo per godersi il ​​cambio di scenario. In cima, ci si può fermare per godersi la vista. E quel che appariva sfuocato, ora si trasforma in un panorama a perdita d’occhio ricco di dettagli come campi, boschi, fiumi e bestiame. Un’uscita in bici volutamente lenta permette di essere parte integrante del paesaggio piuttosto che un elemento transitorio che lo attraversa. Fa sentire parte di un insieme, un tutt’uno con la strada. Si lascia un segno nel paesaggio, non sul piano fisico e in modo distruttivo, ma in maniera armoniosa, in senso spirituale.

Cosa sono i milioni di percorsi registrati su Strava se non moderne tracce giornaliere? Ma non si tratta solo del paesaggio. Un giro a ritmo lento offre anche la possibilità di riconnettersi con i nostri corpi. È la scienza che ce lo dice. L’attività fisica a bassa intensità permette di riparare i muscoli danneggiati dalle gare o dal duro allenamento. Mantenere un andamento lento significa evitare di danneggiare quei muscoli ulteriormente e fargli arrivare sostanze nutritive aumentando il flusso sanguigno. A un livello più prosaico, pedalare lentamente ci dà la possibilità di "sentire" i muscoli e le articolazioni, dalle braccia alle spalle, includendo schiena e glutei, ginocchia e quadricipiti. Mantenendo un’intensità bassa possiamo apprezzarne la forma e le funzioni, crogiolandoci nel bagliore della loro forza e potenza.

Nelle gare o nelle uscite ad alta intensità ci rapportiamo con preoccupazioni contingenti: il deficit d'ossigeno, l’accumulo di acido lattico e se ci siamo portati una scorta sufficiente di banane. Pochi atleti sono più in sintonia coi loro corpi rispetto dell’ex pistard e ciclista su strada Graeme Obree, avverso alla tecnologia. Il suo manuale di successo, The Obree Way, indirizza ogni cosa dalla dieta post-allenamento ("sardine schiacciate su pane tostato integrale") alla questione del sesso prima di una gara impegnativa ("non fa differenza, purché non faccia arrivare tardi alla partenza”).

Quando si tratta di uscite di recupero, è inequivocabile quanto lentamente si debba andare. Asserendo che spesso gli ci vogliono parecchi giorni per riprendersi da una sessione molto intensa, e che bisognerebbe essere più lenti del ciclista di club più lento. "Credetemi, sono stato sorpassato da amatori in mountain bike durante uscite di recupero”, scrive. "Non significa essere deboli – significa che lo avete fatto bene”.

Nel libro The Discovery of Slowness, l'eroe John Franklin definisce un trasgressore chi “non conosce la propria velocità corretta. È troppo lento nelle occasioni sbagliate ed è troppo veloce nelle occasioni sbagliate”. Potrebbe non essere riferito al ciclismo - la bici doveva ancora essere inventata quando lo ha scritto - ma il principio è lo stesso che può essere applicato ai ciclisti. Proprio come c'è un tempo giusto per andare veloci, ce n’è uno per andare lentamente. Pedalare lentamente consente di riconnettersi con la natura e percepire dettagli che altrimenti non si colgono, come gli uccelli che si librano in aria, il fumo che fuoriesce dai comignoli e, ehm, eventuali lumache Fare un giro in bici ad andatura lenta è un’opportunità per terminare consci del proprio corpo, consapevoli di come si sentono i muscoli e non ignorare le loro grida mentre si punta alla vetta


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