La maglia gialla, la maglia del leader che ha scritto la storia

La maglia gialla è il simbolo di un ciclismo professionale, emblema di sforzo e impegno, totem di tragedia e fatica, di sangue, lacrime e infine trionfo. Come disse una volta Eddy Merckx: “È la maglia più importante che si possa indossare”.

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Firmin Lambot 1919.

La maglia gialla è solo un capo d’abbigliamento introdotto per aiutare gli spettatori a identificare il leader della corsa ma, nel corso di oltre 100 anni, il suo significato è andato oltre il semplice scopo, per assumere connotati semi-religiosi.
Un buon punto di partenza, per cercare di capire l’importanza simbolica della maglia gialla per il Tour de France, è la storia di un uomo che non l’ha mai nemmeno indossata: il belga André Poppe. Nel 1968, Poppe era un professionista al terzo anno nel team Dr Mann. Quell’anno il Tour fu organizzato per squadre nazionali e, così come altre forti nazioni, il Belgio aveva deciso di inviare in Francia più di un team a rappresentalo. Poppe, che si era esibito più che onorevolmente al Giro di Svizzera, era nella squadra “A”, dove avrebbe dovuto fare da spalla a Herman Van Springel.

Si sarebbe poi rivelata come un’edizione noiosa, con tre settimane così monotone che i giornalisti al seguito si lamentarono e scioperarono.
Tuttavia, Poppe e la sua squadra fecero il loro dovere e al penultimo giorno, con vista su Parigi, Van Springel era in giallo con un vantaggio di soli 12 secondi. Poppe era distante circa 15 minuti in classifica generale.
La 21esima tappa era di 242 km, da Besançon ad Auxerre. Le istruzioni del team erano semplici: inserirsi in tutte le fughe e proteggere la leadership di Van Springel. Fu così che Poppe si ritrovò, in una fuga di sei elementi, a prendere sempre più margine sul gruppo.
Poppe passò quindi a essere il miglior corridore in classifica generale della fuga e maglia gialla virtuale, nel momento in cui il vantaggio del gruppetto si fece abbastanza consistente.
Gli organizzatori della corsa erano preoccupati. Questa edizione era già stata problematica, quindi non era possibile permettere a un gregario belga poco conosciuto di indossare la preziosa maglia gialla, emblema dei grandi campioni, sinonimo di eccellenza e risultati; praticamente il più grande riconoscimento del ciclismo.
Così, gli organizzatori del Tour Jacques Goddet e Felix Lévitan. offrirono incentivi ai fuggitivi per farli rallentare e ai corridori del gruppo principale per farli accelerare, scorrazzando su e giù per il percorso con un’auto a megafoni spiegati e promettendo ingaggi per remunerativi criterium post-Tour. Tutto ciò per fa sì che Poppe non vestisse il giallo.
“Persino i miei compagni di squadra mi stavano remando contro”, raccontò poi Poppe riflettendo su quegli eventi di 50 anni prima. “Tutti si accordarono alle mie spalle”.
Le promesse di Goddet e Lévitan funzionarono e il distacco scese fino a che Van Springel tornò in giallo alla fine della tappa (anche se poi fu Jan Janssen a prevalere nella generale, grazie a una cronometro finale sulla falsariga di quella che ci sarebbe stata nel 1989 nella lotta tra Greg Lemond e Laurent Fignon).

Si potrebbe immaginare che Poppe sia stato furioso di aver perso in quel modo l’occasione di indossare la maglia più desiderata nel ciclismo ma, quando ne ha discusso a distanza di molti anni, si è dimostrato positivo nei confronti della faccenda. La storia, infatti, divenne famosa in tutto il Belgio e – grazie a essa – beneficiò finanziariamente di molti criterium post-Tour.
“Anche se sfortunato, ero comunque felice”, disse. “Grazie a questo episodio, divenni famoso in tutto il Belgio. Mi ero sposato da poco e mio figlio era appena nato (l’ho visto per la prima volta dopo il Tour): avevo quindi bisogno di soldi”.
Poppe sapeva che la maglia era troppo importante e simbolica perché la indossasse lui.

Ottavio Bottecchia (a destra) 1925.

Una novità pre o post bellica?

“È uscita direttamente dalle trincee, nata dalle macerie di una Francia ferita dalla guerra”. Queste sono state le parole del direttore del Tour de France Christian Prudhomme, in occasione del centenario dell’introduzione della maglia gialla – mentre presentava il percorso di quella edizione. “Era necessaria una luce simbolica, un colore più visibile degli altri, tra la polvere così come nella notte. Un faro che guidasse la Francia verso la rinascita”.

È ufficialmente appurato che la maglia fu presentata per la prima volta nel 1919, consegnata senza troppo clamore a Eugène Christophe a Grenoble prima dell’11esima tappa diretta a Ginevra. C’è una foto di Christophe, scattata al di fuori della gara, che lo immortala al Café de l’Ascenseur coi tubolari in spalla, gli occhialetti sulla fronte e le mani sui fianchi, che non sembra molto felice di indossare la nuova maglia.
“Ho consegnato stamane al valoroso Christophe una superba maglia gialla”, riferiva il corrispondente per L’Auto in un piccolo paragrafo nella seconda pagina dell’edizione del 19 luglio 1919, titolato: La maglia de L’Auto a Christophe. “Sapete già che il nostro direttore ha deciso che il leader della classifica generale indosserà una maglia coi colori de L’Auto. La lotta per il possesso di tale maglia sarà appassionata!”.

L’adozione della maglia gialla nel 1919 fu accreditata come l’idea di Alphonse Baugé, un team manager che suggerì a Henri Desgrange (patron del Tour) che la corsa aveva bisogno di un modo semplice per identificarne il leader. Ma Christophe è stato il primo a indossarla? Nel suo libro La Fabuleuse Historie du Tour de France, il giornalista di ciclismo Pierre Chany scrive che il tre volte vincitore del Tour Philippe Thys dichiarò di aver indossato una maglia gialla come leader del Tour nel 1913 quando correva per la Peugeot di Baugé. In un’intervista del 1953 per la rivista belga Champions et Verdettes, Thys dichiarò: “Ero il leader della classifica generale. Una notte, Desgrange sognò una bella maglia dorata e mi propose di indossarla. Rifiutai. Ma avevo già capito tutto: lui insisteva nel volermi convincere ed era molto più testardo di me”.

Thys disse che, alcune tappe dopo, “l’indimenticabile” Baugé lo persuase che sarebbe stata una buona pubblicità per il marchio Peugeot. Così, comprarono una maglietta gialla nel primo negozio in cui la trovarono. “Era della misura giusta”, affermò Thys, ma “fu necessario allargare il buco per far passare la mia testa, tanto che poi ho pedalato in testa al gruppo indossando una maglia fin troppo scollata. Cosa che, comunque, non mi ha impedito di vincere il mio primo Tour”.
Nella stessa intervista, Thys fece anche allusione ai leader della corsa che avrebbero indossato una maglia gialla dall’anno successivo a quello della sua vittoria. Anche se tali affermazioni non sono mai state del tutto confermate (o confutate), Chany suggerisce che forse – dopo aver sporadicamente sperimentato questa idea per un paio d’anni – Desgrange abbia alla fine deciso di formalizzare la cosa nel 1919, dopo la parentesi della Prima Guerra Mondiale.
“È una spiegazione plausibile”, scrive. “Non è però una certezza”. Ciò che invece è certo è che Christophe indossò la maglia nel 1919 e che non gli portò molta fortuna: sei giorni dopo aver conquistato il giallo, con un vantaggio di 28 minuti e ancora solo due tappe da disputare prima di Parigi, gli si ruppe la forcella sulle strade ciottolate del Nord della Francia. Impiegò più di un’ora per ripararla e, di conseguenza, perse il Tour. Christophe fu proclamato vincitore morale, ma fu il belga Firmin Lambot a entrare nella storia come primo uomo a indossare il giallo a Parigi.

Eddy Merckx.

Grandi imprese

La leggenda della maglia gialla è col tempo cresciuta grazie alle sensazionali storie, scritte e tramandate, tratte dalle varie edizioni della corsa. Storie di corridori che si sono spinti oltre i propri limiti pur di indossarla. Come Gino Bartali che, nel corso di due stupende tappe alpine nel 1948, prese la maglia dopo un testa a testa con Louison Bobet, trasformando un ritardo di 21 minuti in un vantaggio di 8 minuti; oppure il francese Thomas Voeckler, che passò da semplice Pro (al suo secondo Tour) a eroe nazionale quando, nel 2004, si fece in quattro per difendere un’improbabile maglia gialla per 10 giorni.

“Quando ho visto tutta l’emozione e l’eccitazione che circonda questa maglia, ho capito cosa essa significava per la gente… e anche per me”. Queste le parole di Voeckler, che ha ripetuto l’impresa sette anni più tardi, prendendo di nuovo la maglia quasi subito e difendendola per 10 giorni prima di arrendersi definitivamente.
Ottavio Bottecchia fu il primo a vestire il giallo dall’inizio alla fine, vincendo sia la tappa di apertura sia quella di chiusura e dominando completamente l’edizione del 1924. Bottecchia era “una spanna sopra di noi”, secondo Henri Pélissier – suo compagno nel team Automoto e favorito della vigilia. E infatti fu imperioso sui Pirenei, attaccando sull’Aubisque senza pausa fino a Luchon – dopo quattro salite importanti – completando una straordinaria tappa di montagna. Con un margine di vantaggio di 35 minuti a Parigi, fu il primo italiano a vincere la corsa.
Secondo quanto riferito, indossò la sua maglia gialla fino in Italia, orgoglioso della sua vittoria. Vinse nuovamente la gara l’anno seguente, trascorrendo altri 13 giorni in maglia, ma morì nel giugno del 1927 vittima di uno strano incidente mentre si stava allenando, un fatto rimasto inspiegato fino a oggi.
Un’impresa simile a quella di Bottecchia riuscì al lussemburghese Nicolas Frantz, che nel 1928 vestì la maglia gialla dall’inizio alla fine. Una corsa che vide ai nastri di partenza diverse squadre, ma la forza del team di Frantz, la Alcyon, fu tale da accaparrarsi tutto il podio finale.
“Nicolas Frantz ha conquistato la gloriosa maglia gialla, oggetto dei desideri, fin dalla prima tappa”, scrisse Raymond Huttier su Le Miroir des Sports, “e non credo che qualcuno abbia mai dubitato sul fatto che l’avrebbe conservata fino alla fine”.

Nel 1961, Jacques Anquetil tenne la maglia dalla prima all’ultima tappa (il Tour di quell’anno iniziò con due semitappe, la prima vinta da André Darrigade, che quindi vestì provvisoriamente la maglia fino a quando Anquetil la conquistò nella semitappa pomeridiana). Il controllo di Anquetil sulla corsa era tale che Jacques Goddet scrisse un articolo feroce in cui accusava gli altri corridori di essere “gnomi impauriti, sottomessi e impotenti … quasi soddisfatti della loro mediocrità”.
L’anno successivo, Tom Simpson divenne il primo corridore inglese a indossare la maglia – ci sono belle foto di lui in giallo e bombetta, mentre sorseggia un tè con un ombrello sotto braccio (l’archetipo dell’inglese all’estero).
Ci furono occasioni in cui più corridori indossarono il giallo simultaneamente. Nel 1929 a Bordeaux, i cronometristi non riuscirono a dividere con precisione i tempi di tre partecipanti, con L’Auto che titolò: “Frantz, Leducq e Fontan oggi insieme ai vertici della classifica generale, tutti e tre in giallo”.
La situazione si ripresentò due anni dopo, quando Charles Pélissier e Raffaele di Paco si ritrovarono appaiati sia come tempo sia come punti accumulati, ricevendo quindi entrambi una maglia gialla.

Si annoverano casi in cui nessuno l’ha indossata: di solito, un segno di rispetto verso il precedente leader finito fuori corsa (per incidente o infortunio). Questa maglia deve infatti essere guadagnata, non assegnata per la sfortuna altrui.
Uno di questi avvenne nel 1971, quando Eddy Merckx era impegnato in un’epica battaglia con Luis Ocaña. Merckx detiene tutt’ora il record dei giorni trascorsi in giallo (96, che diventano 111 se consideriamo le semitappe), ma in quell’occasione fu lo spagnolo a indossare la maglia. Mentre i due duellavano sui Pirenei, scoppiò una tempesta: Merckx riuscì a stare in piedi lungo la discesa, mentre Ocaña cadde a terra.
“Ocaña stava urlando di dolore mentre giaceva tra pietre e fango coma un Cristo giù dalla croce”, riferì l’Equipe. “Con una mano si stringeva il petto e la maglia gialla, strappata e sporca di sangue e fango”.
Ocaña abbandonò la corsa e Merckx recuperò la leadership, ma si rifiutò di indossare la maglia gialla il giorno dopo. “Qualunque cosa accada, è come se avessi perso il Tour”, disse. “Il dubbio rimarrà per sempre”.

La maglia gialla è il simbolo di un ciclismo professionale, emblema di sforzo e impegno, totem di tragedia e fatica, di sangue, lacrime e infine trionfo. Come disse una volta Eddy Merckx: “È la maglia più importante che si possa indossare”.

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