di Giles Belbin - 18 dicembre 2019

Storia di un amore per le Classiche

Mapei, celebre azienda di prodotti per l’edilizia, ha sponsorizzato per soli dieci anni un team di altissimo livello, ma ha lasciato un segno indelebile

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Immagine Danny Bird

Il 14 aprile 1996 gli occhi della comunità ciclistica sono tutti puntati su Roubaix, dove si sta concludendo la 94ª edizione della Regina delle classiche.

A 80 km dal traguardo, tre corridori staccano il gruppo e partono in volata. Sono Andrea Tafi, Gianluca Bortolami e Johan Museeuw.

È una mossa audace, ma non è solo l’audacia ad accomunare i tre uomini che decidono di giocarsi tutto quando manca ancora un terzo di gara (con 11 tratti in pavé). Vestono tutti la maglia del team Mapei. I tre lavorano insieme, e quando Museeuw buca gli altri due lo aspettano, obbedendo alle direttive del team. Dopo aver speso le loro energie sul pavé entrano nel celebre velodromo di Roubaix tutti insieme.

Il mondo del ciclismo trattiene il respiro in attesa del finale. Quale dei tre uomini della Mapei taglierà il traguardo per primo? I telecronisti parlano tutti esaltati di tattica dello sprint. Ma non c’è nessuno scatto, non c’è nessun gioco tra gatto e topo. Nessuno sfrutta cocciutamente la scia di un altro. Mancano ancora 200 m quando i tre corridori alzano le braccia. E allora tutti capiscono. Lo sprint non ci sarà.

“Questo è un giro d’onore!”, esclama David Duffield su Eurosport. “Non ho mai visto niente di simile in una gara o in una Classica di questo livello prima d’ora”. Pochi secondi dopo Museeuw taglia il traguardo per primo, prendendo a pugni l’aria, seguito da Bortolami e da Tafi in quest’ordine. Si saprà poi che l’esito dello sprint è stato deciso a 15 km dalla fine, quando il patron della Mapei, Giorgio Squinzi, ha parlato con il direttore di gara Patrick Lefevre e ha dato istruzioni affinché Museeuw tagli il traguardo per primo.

La decisione non piace a tutti: il giornalista italiano Gianni Ranieri scrive che il finale non fa onore alla classe di Museeuw e lo paragona a una commedia “messa in scena sulla pista del vecchio velodromo”. È la prima delle tre Parigi-Roubaix vinte da Museeuw e il primo di tre traguardi 1-2-3 della Mapei in questa gara.

Il dominio della Mapei alla Parigi-Roubaix del 1996 giunge a soli tre anni dall’ingresso dell’azienda italiana nel mondo del ciclismo. Fondata da Rodolfo Squinzi nel 1937 per produrre intonaci colorati e materiali per rivestimenti edili, negli anni Novanta la Mapei è una società di respiro internazionale gestita dal figlio del fondatore, Giorgio Squinzi.

Squinzi è sempre stato un grandissimo fan delle due ruote (“Il ciclismo è la mia grande passione”, ha detto. “Una metafora della vita, e il mio motto è "mai smettere di pedalare’”), e prima del Giro d’Italia del 1993 accetta di investire nel team Eldor-Viner, che naviga in cattive acque.

Con il nome Mapei-Viner il team registra una sola vittoria – grazie a Stefano Della Santa, al Trofeo Melinda – ma per la stagione 1994 la Mapei si fonde con la squadra spagnola Clas e avvia la lunga collaborazione con la Colnago e la mitica bicicletta C40.

Iniziano ad arrivare le vittorie. Nel giro di due mesi Tony Rominger vince la Parigi-Nizza e la Vuelta, mentre lo spagnolo Abraham Olano è primo ai Campionati nazionali. Un anno dopo Rominger vince il Giro e Olano la maglia iridata.

Nel 1995 l’identità della Mapei cambia ancora una volta: arriva il direttore sportivo belga Patrick Lefevre, in precedenza alla GB-MG Maglificio, e porta con sé i connazionali Museeuw, Wilfried Peeters, Ludwig Willems e Carlo Bomans. Inizia così la storia d’amore del team con le Classiche: negli otto anni successivi i corridori della Mapei vincono più volte la Parigi-Roubaix, il Giro delle Fiandre, la Liegi-Bastogne-Liegi e il Giro di Lombardia, oltre ai Campionati del mondo. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Dicembre 2018/Gennaio 2019

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