di Giacomo Pellizzari - 11 novembre 2019

Marmotte Pyrénées, la granfondo più dura d'Europa

Il Tourmalet si scala due volte. Ma anche Hourcquette-d’Ancizan, Aspin e Luz-Ardiden. Tutta la Marmotte Pyrénées, coi suoi 5.600 metri di dislivello in soli 162 chilometri, in prima persona (minuto per minuto)

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Immagini di P Meyer/Vallée de Gavarnie

E' nata solo 3 anni fa, sulla scia della “sorella maggiore”, la Look Marmotte Granfondo Alpes: quella dove ogni anno 7 mila amatori si cimentano con le cime sacre del Tour de France. Ovvero, Glandon, Galibier e Alpe d’Huez. Eppure è già diventata una stella. È la Marmotte Pyrénées. La versione pirenaica della più famosa granfondo francese al mondo. Paesaggi incantati e selvaggi, natura ancora incontaminata, animali allo stato brado. Non è per tutti la Marmotte Pyrénées, va detto: 5.600 metri di dislivello in soli 162 chilometri hanno pochi confronti nel panorama delle gare di un giorno.

Quest’anno alla partenza i concorrenti non toccavano quota 2.000, gli italiani solo 22. Eppure la gara pirenaica è destinata a diventare un grande evento internazionale. Cinque le cime da scalare, quasi tutte Hors Catégorie: lo storico Col du Tourmalet (prima da Luz-Saint-Sauveur), poi l’Hourcquette-d’Ancizan, il Col d’Aspin, quindi di nuovo il Tourmalet (stavolta da Sainte-Marie-de-Campan, il suo versante “storico” e più duro), e infine LuzArdiden. Il rapporto distanza-dislivello di questa gara fa paura. E rende la Marmotte Pyrénées probabilmente la granfondo più dura d’Europa. Ecco il racconto, in prima persona, di chi ci è stato. Una giornata iniziata col buio e i led accesi, e terminata con il sorriso e una coca cola.

Buio pesto, ma il cielo è stellato, ieri invece pioveva e faceva freddo. Buon segno. Alloggio con tutta la famiglia in un piccolo borgo medioevale, Saint-Savin, a pochi chilometri dalla partenza di Argelès-Gazost, non lontana da Lourdes. Davanti a me, la cattedrale è ancora illuminata, sento il gorgoglio gentile dell’acqua della fontana che risuona nella piazza. Ho comprato due faretti led all’ultimo minuto, in previsione dei 5 chilometri che mi separano dalla partenza (in Francia, a fine agosto, il sole sorge più tardi che in Italia, fino alle 7 è buio). Ho il cuore in gola e molte incognite che mi frullano per la testa: la Marmotte Pyrénées è una granfondo giovane, si sa poco di lei, praticamente niente. Non conosco nessuno che l’abbia fatta, cui chiedere consigli, né tantomeno qualcuno che vi prenda parte oggi e che possa farmi compagnia. Sarò da solo, e forse è proprio questa la cosa che mi affascina di più.

Ho preparato due panini (uno salato, con prosciutto e formaggio, l’altro dolce, con marmellata di lamponi), ho preso barrette, gel e camere d’aria a gogò. Voglio essere completamente autonomo. Colazione abbondante, caffè in dosi massicce, casco bene allacciato in testa, guantini indossati. Afferro la bici e la porto giù per le ripide scalette del B&B. Rock n’ roll. In griglia non c’è ressa, ci sono ciclisti di tutti i tipi, ma hanno fare estremamente rilassato. Sanno bene cosa il aspetta, inutile avere fretta adesso. Ne noto uno con la maglia firmata “Bernard Hinault” e un altro con i pantaloncini griffati “Louison Bobet”. Eroi del pedale, gente che qui ha scritto la storia della Grande Boucle.

Si parte che quasi non me ne accorgo. I primi 20 chilometri vanno via veloci, ma non sono piatti: si accumulano già 200 metri di dislivello. Arrivati a Luz-Saint-Sauveur, piccolo paese nel dipartimento degli Alti Pirenei, inizia il primo Tourmalet. Un brivido e un certo timore reverenziale mi pervadono. Da qui sono transitati i più grandi, qui sono state scritte pagine indelebili di storia del ciclismo. Da questo primo versante, l’ascesa è lunga quasi 19 chilometri, con un dislivello di circa 1.500 metri. Pendenza media 7,5%, massima del 13%. Pochissimi i tornanti per rifiatare, e quasi tutti nel finale. Ma la gamba è fresca, come mi fa notare una concorrente francese (nutrito il gruppo di donne).

Il paesaggio si fa via via sempre più lunare, selvaggio, aperto. Letteralmente toglie il fiato. Non faccio mai foto durante le gare, ma questa volta non posso esimermi. Il Pic du Midi, con il suo osservatorio, mi scruta dall’alto, una mucca e alcune capre invadono la carreggiata costringendomi a pericolose manovre. Arrivato in cima al Tourmalet scorgo la sagoma della statua di Octave Lapize, la sua ombra si allunga su di me come una grande mano che vuole afferrarmi. Octave è stato il primo ciclista a transitare qui, nel lontano 1910: quella volta maledisse gli organizzatori del Tour de France. Siamo a 2.115 metri di altezza, il sole non è ancora alto e fa piuttosto freddo. Tiro su i manicotti, indosso la mantellina e mi getto a perdifiato nella lunga discesa verso Sainte-Marie-de-Campan. La prima fatica è nel sacco.

Dopo poco più di 50 chilometri e quasi 2.000 metri di dislivello, arriva la seconda asperità: la misteriosa Hourquette-d’Ancizan. Ho cercato informazioni su questo posto ovunque, ne ho trovate pochissime e tutte assolutamente scarne. Ho però visto delle foto che mi hanno stregato: paesaggi privi di qualunque segno di presenza umana. Prati verdi, boschi folti, vette rocciose, animali. Dopo pochi chilometri scopro che è proprio il versante che affronteremo noi. La salita è regolare e pedalabile, anche se lunga 17 chilometri, e lascia ampio spazio alla contemplazione. Credo di non aver mai visto un posto simile in vita mia. Mi beo nel verde smeraldo dei prati e nell’azzurro zaffiro del cielo. Mi accorgo che anche gli altri concorrenti fanno lo stesso, e la cosa mi rincuora. Siamo tutti come avvolti in una strana nuvola magica. Abbiamo smesso di faticare e forse siamo entrati in un’altra era, o più semplicemente stiamo sognando a occhi aperti. Una cosa è certa: valeva la pena venire fin qui dall’Italia anche solo per questo momento. In vetta all’Horcquetted’Ancizan, a 1.564 metri, mi fermo, prendo due datteri e una banana al ristoro e mi guardo attorno. Un posto così, ne sono certo, non può esistere davvero.

In cima al Col d’Aspin, terza salita della gara (12 km, pendenza media del 6,5% e punte del 10%) decido di farmi scattare una foto, un gruppo di mucche alle mie spalle non ne vuole sapere di scostarsi, vengo immortalato così. Sull’asfalto leggo le scritte fatte dai tifosi durante l’ultima edizione della Grande Boucle (la diciannovesima tappa, Lourdes – Laruns, è passata di qui, vittoria di Primož Roglič). Rallento per guardarne una in particolare: “Viva Nibali” recita. I boschi lasciano spazio ai prati, siamo abbondantemente sotto i duemila metri, ma la trasformazione del paesaggio sembra quella. Magia dei Pirenei, magia dell’Aspin. La pendenza si attesta attorno all’8% e diventa costante. Martella, non molla mai. Ormai ho più di 3000 metri di dislivello nelle gambe e ho percorso 90 chilometri. Come nelle altre salite, in Francia, ogni mille metri è posto un cartello: indica la quota, il numero di chilometri mancanti alla vetta, e la pendenza media di quel singolo chilometro. A volte aiuta, a volte (parecchie, a dire la verità) scoraggia.

Chiacchiero con un italiano, l’unico che mi capiterà di incontrare in tutto il percorso: viene dalle Marche. Mi dice che deve spingere forte in salita perché in discesa non sa andare. A dire la verità mi sembra già in difficoltà qui. È ora di pranzo, in cima al Col d’Aspin scarto a caso uno dei due panini che ho meticolosamente avvolto nell’alluminio: marmellata. Zuccheri, proprio quello che ci voleva. La discesa verso Campan è bellissima, l’asfalto è perfetto, si vede che di qui è appena passato il Tour. Mi attende ora il secondo Tourmalet. Il vero “mostro” di giornata. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Ottobre 2018

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