di Andrea Guerra - 15 agosto 2019

Martesana van Vlaanderen, il Fiandre nostrano

Una pedalata di 100 chilometri e ben 1.000 metri di dislivello, a due passi da Milano. E' ​la Martesana Van Vlaanderen, nata nel 2016 da Giovanni Pirotta, esploratore di muretti assassini. Ci siamo messi alla prova...
1/13 Alcune suggestive immagini del percorso della Martesana van Vlaanderen

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Immagini Fulvio Silvestri

I mitici “muur”, quelli coi ciottoli, quelli che dopo il secondo già bruciano le gambe, quelli che è un attimo scivolare, cadere quasi all’indietro. Quelli che si spinge sui pedali, in punta di sella, col peso tutto sul manubrio, ma si spinge anche a piedi perché la bici su da sola non ci va, anche coi vari zig-zag del caso. Quelli, proprio quelli.
Non stanno di casa solo in Belgio, in quell’angolo a Nord Ovest del Vecchio Continente. Si possono trovare a due passi da Milano, a una manciata di chilometri dal Duomo e dalla sua Madonnina, per altro senza deviare nemmeno troppo da uno dei percorsi ciclabili più belli di tutta la Lombardia, una pista protetta che scorta dal cuore della city fino alle montagne lecchesi.

Li ha percorsi per anni Giovanni Pirotta, maniaco delle ascese impervie, esploratore di muretti assassini. Una passione che dal 2016 ha voluto condividere con alcuni amici: ed ecco la Martesana Van Vlaanderen, pedalata di 100 chilometri e ben 1.000 metri di dislivello positivo.
Giunto alla sua terza edizione, anche quest’anno il “Fiandre” nostrano ha visto alla partenza (e poi all’arrivo) quasi 600 cicloamatori che in sella alle loro bici (soprattutto gravel) si sono rincorsi lungo il tracciato che porge il fianco all’Adda.
C’ero anch’io, per l’occasione in sella alla nuova Cinelli Zydeco. Ritrovo alle 7,30 del mattino a Inzago. Milano dista una ventina di chilometri ed è collegata a questo avamposto, prima della Bergamasca, dalla ciclovia che costeggia il Naviglio Martesana, che parte appunto dal centro del capoluogo lombardo e attraversa gli abitati di Cologno Monzese, Cernusco sul Naviglio e Gorgonzola.
Fa ancora freddo, è il 31 marzo, la primavera è sbocciata per ora solo sul calendario. Nuvole all’orizzonte, le previsioni meteo non promettono sole, ma la calca alla partenza dice che qui oltre alla Martesana scorre passione vera, voglia di pedalare autentica. Ritiriamo spille e adesivi, mettiamo le firme sui moduli di partecipazione: come a una gara vera ma la Martesana Van Vlaanderen non è una gara.

E Giovanni, alla partenza, lo ripete per l’ennesima volta. Saluta tutti, gli amici di sempre, quelli con cui ha “scalato” fin da bambino, quelli venuti anche da lontano (tre o quattro ore di macchina) per prendere parte a questa corsa che da quest’anno è l’apertura del cosiddetto “Trittico del Ciclismo dal Basso”.
Ultima controllata alla mia bici, sistemo occhiali e casco, controllo di aver riempito la borraccia: la partenza è libera, alla francese, e il percorso non è segnato. Bisogna seguire 
la traccia Gps che gli organizzatori hanno appositamente caricato sul sito della manifestazione e aggiornato a poche ore dalla partenza. “Ma poi in realtà sul percorso incontri tutti gli altri ciclisti, capisci bene da che parte bisogna andare”, mi dice Giovanni prima di salutarmi, mentre aggancio i miei Look e metto nel mirino l’abitato di Cassano d’Adda.
La ciclabile della Martesana e dell’Adda l’ho già percorsa diverse volte. Ma non mi ero mai avventurato sui “muur” 
in stile belga che Giovanni mi ha più volte decantato. Sono curioso, parto con la voglia di misurarmi, di mettermi alla prova in questa nuova avventura. E vengo accontentato quasi subito. Gli strappi di giornata, come da programma, sono 18. Il primo si presenta dopo non molto: lasciamo la ciclabile dopo pochi chilometri e la traccia inizia a essere la nostra fedele Bibbia, da seguire alla lettera per non perderci e per non rischiare tagli o fuori programma.
Si va verso Fara Gera d’Adda, poi Canonica d’Adda e quindi Brembate. Qui siamo nella bergamasca. Si torna verso il fiume, verso Trezzo, passando per Crespi d’Adda. Il gruppo 
si muove parlando e sorridendo, le nuvole lasciano spazio a qualche angolo di azzurro e a qualche raggio di sole che scalda il viso e le mani.

Nulla è lasciato al caso, anche i nomi delle salite strizzano l’occhio alla grande classica del Nord. Nahetwerkmuur, Vavarmuur, Koncesmuur a Concesa. Si sale al Castello di Trezzo, due tornanti su cemento, questo fa male, i km sul computerino non sono molti ma gli strappi sono improvvisi. Bisogna giocare con il cambio, tenere la pedalata più agile possibile per non far piantare le gambe. Sulla strada c’è chi incita, chi fa un po’ di timido tifo. Quello vero ce lo facciamo tra noi, spingendoci a non mollare, muro dopo muro. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Maggio 2018
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