di Trevor Ward - 16 aprile 2019

Le due ruote sul grande (e piccolo) schermo

Quando non stiamo pedalando sulla nostra bici, che fare se non guardare film su altre persone che pedalano in bicicletta?

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Immagine Tapestry

La mia commedia in un singolo atto, Peloton, ha debuttato al Teatro Lowry di Salford nel gennaio 2012 ed è durata una singola rappresentazione.
Era la mia proposta per un concorso organizzato da una compagnia teatrale sperimentale che raccontava la storia di un capo famiglia qualunque e la sua crisi di mezza età. Appassionato ciclista, decide di partecipare all'Etape du Tour per riconquistare un po' di autostima e rispetto da parte di moglie, figli e amici.
Durante gli allenamenti, viene visitato dai fantasmi del Tour, tra cui il saltimbanco Jules Deloffre, che si iscrisse come indipendente nel 1908 pagandosi vitto e alloggio e compiendo trucchi acrobatici alla fine di ogni tappa. E il vincitore del 1923 Henri Pélissier, la cui vita privata, dal suicidio della moglie al proprio omicidio per mano del di lei giovane amante, avrebbe già da sola creato una serie Netflix da 10 puntate.

A ogni modo, il mio dramma fu un fiasco. I giudici non lo considerarono abbastanza "sperimentale". Assegnarono il premio a un pakistano gay in costume da bagno femminile, il cui "dramma" consisteva principalmente nello spalmarsi il corpo di schiuma da barba. Ma il vero punto è questo: perché non esiste una serie Netflix in 10 puntate su Henri Pélissier o qualcuno degli altri personaggi coloriti, imperfetti ed eroici che popolano la storia del ciclismo su strada professionale?
È sorprendente che siano stati fatti così pochi film riguardo a uno sport che ha attraversato oltre tre secoli, che si è svolto in luoghi spettacolari, affrontando condizioni climatiche estreme e che ha presentato un cast in continuo climax di eroi e canaglie. Questo ha a che vedere in parte con l'atto fisico di andare in bicicletta – effettivamente non è uno spettacolo particolarmente accattivante, fatto salvo l'inseguimento finale tra squadre al velodromo.

Ciò che però rende irresistibile il ciclismo su strada sono i protagonisti, le loro sofferenze, i loro sacrifici e il loro ego. Quello che servirebbe a questo sport è un franchising alla Rocky, sebbene non manchino storie di ribalta “dalle stalle alle stelle” che potrebbero rivaleggiare con quella di Balboa.
Per quanto riguarda i documentari sul ciclismo, il danese "Una domenica all'Inferno" (A Sunday in Hell) è considerato il punto di riferimento. Il recente libro omonimo di William Fotheringham (Sunday in Hell, senza l'articolo “A”) offre una visione affascinante della combinazione tra improvvisazione e pianificazione, possibilità e calcolo, che ha reso la disanima di Jorgen Leth della Paris-Roubaix del 1976, secondo le parole dell'autore del libro, "il più grande film di ciclismo di tutti i tempi” (anche se un libro che celebra un film che celebra una gara è un meta-testo da capogiro).
Ma è il precedente documentario di Leth sul Giro d'Italia del 1973, Stars and Watercarriers, che include una delle scene più straordinarie del ciclismo: durante una pausa dall'azione, durante una tappa in pianura, il regista passa il microfono - attaccato via cavo a un registratore su una moto - al gruppo in corsa, invitando i ciclisti a intervistarsi l'un l'altro. L'unico che non ne apprezza lo spirito è il favorito di gara Eddy Merckx, in particolare quando un rivale gli chiede se gli permetterà di vincere qualche tappa, tanto per cambiare. "Era stato insultato e non voleva affrontare la questione", spiega il regista nel libro di Fotheringham.

I documentari antecedenti hanno registrato istantanee intime di tradizioni da lungo tempo passate nel dimenticatoio: come i gregari che invadono un bar per bere birra, liquori o - come ultima risorsa – acqua, durante il Tour del 1962 in Vive le Tour (Viva il Tour), diretto dalla futura leggenda hollywoodiana Louis Malle; i ciclisti che si fermano per rinfrescarsi in una piscina lungo la strada durante il Tour del 1965 in Pour Un Maillot Jaune (per una maglia gialla), un film di 30 minuti, a tratti surreale, diretto da Claude Lelouch (che l'anno successivo vinse due Oscar per il dramma relazionale Un Homme et Une Femme – Un uomo e una donna). Entrambi questi film si trovano su YouTube, per inciso. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist - Aprile 2019
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