Mister Pinarello

Da zero al podio. Fausto Pinarello ha portato l’azienda di famiglia ai massimi livelli. Ci parla di grandi affari, di superstizione e degli effetti del Coronavirus.

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Fausto con la bici che vinse il primo Giro d’Italia targato Pinarello.

Quale produttore di bici ha vinto più Tour de France? La risposta è Alcyon. Tra il 1909 e il 1939, il costruttore francese ha vinto 16 incredibili Tour, anche con un po’ di fortuna.

Nel 1930, l’organizzatore della Grande Boucle Henri Desgrange bandì le squadre sponsorizzate a favore delle selezioni nazionali e insistette sul fatto che tutti i corridori avrebbero dovuto guidare la stessa bici, prodotta da Alcyon e marchiata “L’Auto”, il giornale sponsor della manifestazione.

Tutto ciò è pura curiosità, nel 1938 Gino Bartali vinse in sella a una Legnano (il regime fascista impose che i suoi corridori usassero un kit Made in Italy).

Durante le nostre considerazioni sull’argomento, Fausto Pinarello annuisce con le mani giunte ed esclama mestamente: “Noi siamo fermi a 15”.

Da qualunque parte si guardi la cosa, questo è un successo. Alcyon a parte, Pinarello stacca nettamente tutta la concorrenza dell’era moderna. Il più vicino è Trek, coi suoi 9 titoli ridotti a due dopo la detronizzazione di Lance Armstrong. Tuttavia, è chiaro che Fausto non è per niente appagato dalla cosa perché gli piace ribadire: “Ho ancora la passione per le biciclette”.

L’ultimo uomo rimasto

Non si direbbe, ma Fausto compie 59 anni ad agosto. I suoi capelli sono leggermente ingrigiti, il viso un po’ più rugoso di quanto non fosse una volta, ma vanta ancora una carnagione abbronzata, una corporatura magra e scintillanti occhi tipici di un uomo di vent’anni più giovane. Non si scompone quando gli diciamo che lo troviamo in splendida forma.

“Le biciclette fanno bene alla salute”, ci risponde. “Alcuni proprietari di aziende, una volta ricchi, si lasciano andare. Io invece preferisco prendermi cura di me stesso e andare in bici. Mi sento fortunato, non ci sono persone grasse nella mia famiglia. Mio padre era magro”.

In effetti, il padre di Fausto era l’ex Pro Giovanni Pinarello, brevemente famoso come l’ultimo corridore a indossare la maglia nera al Giro d’Italia del 1951, premiato per essere arrivato stremato e ultimo in classifica. Un premio abolito dalla stagione successiva – i corridori le inventavano tutte pur di vincerlo (ferite, sabotaggi alle bici, ritardi voluti) – mentre quello stesso anno Giovanni veniva licenziato dalla sua squadra, la Bottecchia, senza troppe cerimonie.

La forma geometrica della Espada del Record dell’ora 1992 di Indurain è stata bandita dall’UCI nel 1997.

Imperturbabile, Pinarello senior aprì un negozio di bici a Treviso, vicino alla sua città natale. Un anno dopo, nel 1953, iniziò a vendere le prime Pinarello. Eppure Pinarello è stato ben lungi dal raggiungere velocemente il successo, anche perché a quei tempi commerciare bici in Italia era difficile. L’economia si stava lentamente riprendendo dalla Seconda Guerra Mondiale, i salari salivano e i prezzi dei veicoli a motore scendevano. E gli italiani si innamoravano sempre più di un nuovo mezzo a due ruote, il ciclomotore. Le aziende del Belpaese dovettero adattarsi. Legnano, per esempio, vendette la sua divisione ciclistica a Bianchi e passò a fabbricare ciclomotori; il costruttore di telai Chesini iniziò a riparare macchine da cucire, per evitare il fallimento. Ma Giovanni Pinarello perseverò con le biciclette e trovò un modo più tradizionale per sostenere la sua attività: la sponsorizzazione.

“La sponsorizzazione è sempre stata incredibilmente importante per noi”, afferma Fausto Pinarello. “La prima squadra sponsorizzata da mio padre fu nel 1960 – era italiana, la Mainetti. Ci volle tempo, ma nel 1967 Marino Basso vinse due tappe al Tour de France su una Pinarello. Mi ricordo che la prima grande vittoria di mio padre è stata nel 1975, quando abbiamo conquistato il nostro primo Grande Giro: il Giro d’Italia”.

“Era un sabato e io avevo 13 anni. Allora non c’era la copertura televisiva, quindi abbiamo seguito l’ultima tappa alla radio. Finiva in cima allo Stelvio e ricordo il commentatore che diceva che aveva vinto Fausto Bertoglio, il nostro ragazzo. Un’ora dopo mio padre andò in chiesa ad accendere una candela in segno di ringraziamento”. Dopo questa affermazione, Fausto guarda il soffitto stringendo delicatamente le mani, come in una finta preghiera. Accenna, non per la prima volta, un sorriso ironico quando gli chiediamo se è religioso. “È stato un grande regalo, nel 1975. Sai che mio padre nel 1980 vendeva 30.000 biciclette l’anno? Ora sono io che accendo le candele”.

Momenti cruciali

Come una palla di neve che rotola, i successi di Pinarello crebbero nel tempo, così come le generazioni, con il diciassettenne Fausto che entrò in azienda nel 1979 come grafico. Per un po’, ci dice, lo considerò “solo un lavoro”, fino a un fatidico giorno nel 1981.

“Ho capito che questo lavoro avrebbe potuto essere il mio futuro quando ho visto Giovanni Battaglin vincere il Giro d’Italia. Era in televisione in sella a una bici che avevo verniciato tre mesi prima! Conservo ancora quella bicicletta, la vernice sembra ancora abbastanza buona”.

Tuttavia, anche se le capacità di finitura di Fausto erano decenti, gli annali del ciclismo suggeriscono che il suo vero genio risiedeva nel sostegno dei campioni: “Mio padre era una persona molto simpatica ma altrettanto calma, sai? Io invece sono entrato nel business in maniera più aggressiva. Ero molto più giovane. Avevamo appena vinto il Giro con Franco Chioccioli e il team Del Tongo nel 1991, ma poi verso la fine dell’anno un nuovo sponsor entrò come supporto della squadra, finché mio padre capì che era stato soppiantato (presumibilmente, il nuovo sponsor Energie aveva concluso un accordo in segreto con Bianchi). In precedenza avevamo sponsorizzato Reynolds e Pedro Delgado aveva vinto il Tour nel 1988, ma la banca spagnola Banesto rilevò il team nel 1990 e impose un marchio di biciclette spagnolo, che sarebbe stato Raseza. Quando in seguito ho sentito che Raseza stava dichiarando fallimento, ho stipulato un accordo con la Banesto per la stagione 1992”. E aggiunge: “Avevo 28 anni e ricordo la quantità di denaro che avrei dovuto sborsare. Del tipo ‘ci vorranno quattro anni per andare a pari’. E mio padre, beh, quando l’ha saputo... Ma avevamo con noi Miguel Indurain, e Miguel è sempre Miguel. Ha iniziato subito a vincere: Tour, Campionati mondiali a crono, Olimpiadi. All’inizio sembrava uno spaventoso investimento di denaro, poi si è ripagato da solo nel primo anno. Miguel mi ha salvato dall’ira di mio padre”.

Il dominio di Indurain nella prima metà degli anni ’90 è stato sorprendente, con cinque Tour consecutivi, due Giri di fila, Mondiali e Olimpiadi. Fausto è grato a Miguel per il Record dell’ora.

“Tutto è iniziato da Miguel e dall’opportunità che mi ha dato la Banesto di lavorare al record del 1992. È stata un’esperienza importante, che mi ha permesso di capire la galleria del vento, la fibra di carbonio, la posizione aerodinamica in sella. Abbiamo realizzato la bici Espada e Miguel ha percorso 53,04 km. Penso che sia ancora una delle bici più veloci al mondo. È per questo che l’UCI l’ha vietata. Lavorare con Miguel in questo modo mi ha aperto la mente verso i prossimi 30 anni”.

Amore contaminato

Sembra quasi ridicolo dirlo, ma gli anni post-Miguel sono filati leggeri, per gli standard di Pinarello. Tra il 1996 e il 2010, Pinarello ha vinto “solo” tre Tour, due Vuelta di Spagna e – a parte la Vuelta di Abraham Olano – nessuna di queste vittorie è rimasta memorabile. La maglia gialla del 2006 di Oscar Pereiro è stata assegnata a tavolino dopo la squalifica di Floyd Landis per doping; mentre il Tour e la Vuelta di Jan Ullrich si sarebbero dimostrati agrodolci un decennio dopo.

“Walter Godefroot venne da me al Tour del 1995 chiedendomi se volessi sponsorizzare il suo team Telekom. Avevano le bici Merckx, quindi chiamai Eddy per chiedere se potevo – non avrei mai rubato la squadra a un altro – e lui mi rispose: ‘Sì, non mi interessano, prendili se vuoi’. Tre mesi dopo, Bjarne Riis firma con noi e vince il Tour nel 1996. Poi Ullrich vince nel 1997 e poi in Spagna nel 1999”.

La forma geometrica della Espada del Record dell’ora 1992 di Indurain è stata bandita dall’UCI nel 1997.

All’epoca, i risultati del team Telekom erano limpidi come la vernice delle Pinarello che aveva in dotazione. Riis ha poi operato una sorta di vendetta: si trasferì infatti dalla Gewiss-Ballan, la stessa squadra che aveva “rubato” a Pinarello i corridori della Del Tongo. Inoltre, a 23 anni, Ullrich sembrava pronto per instaurare un dominio simile a quello di Indurain. Eppure le accuse di doping erano molte, tanto che nel 2007 e nel 2012 entrambi i corridori furono giudicati colpevoli dell’utilizzo di sostanze illecite, sebbene nessuno dei loro risultati sia stato annullato ufficialmente, essendo sopraggiunta la prescrizione.

Questi avvenimenti possono essere nefasti per uno sponsor – basti chiedere a Trek – ma Fausto stoicamente osserva che: “Siamo lo sponsor, conosciamo i rischi. Il manager deve fare il proprio lavoro”.Tutto ciò non ha rallentato la corsa di Pinarello (forse ne ha minato un po’ la reputazione) e gli occhi di Fausto si illuminano mentre ricorda altri grandi nomi che hanno cavalcato le sue biciclette: “Cipollini, Ivan Basso, Cancellara, Erik Zabel, Pozzato, Petacchi, Rui Costa, Quintana, Valverde, Alex Zulle, Nibali, Ballerini, Juan Antonio Flecha, Fondriest... L’unico che non ha guidato una nostra bici, e che io ho cercato invano di convincere, è stato Pantani”. Anche allora, il meglio doveva ancora venire.

Raggiungere il top

“Tutti conoscono Sky, anche su altri pianeti. Sono stati molto importanti per noi, aiutandoci a sviluppare la nostra tecnologia. Siamo cresciuti con loro. Ora abbiamo proseguito con Ineos, un fattore positivo per lo sport e il business delle biciclette, perché sono soldi che arrivano dall’esterno. Tuttavia, trattare coi grandi team è più difficile, ma penso sia più redditizio: di sicuro hanno i corridori migliori, sono come il Real Madrid nel calcio o i Lakers nel basket. Le grandi squadre aiutano a diffondere tra la gente la voglia di mettersi in sella”.

Sponsorizzare una grande squadra non è cosa da poco, soprattutto per Pinarello che, sebbene abbia molto successo, è ancora un’azienda di medie dimensioni rispetto a Specialized, Giant o Trek. Fausto stima che supportare Ineos gli costa “23 volte di più” rispetto alla Banesto, già molto costosa per la sua epoca. Inoltre, deve fornire un numero maggiore di biciclette.

“In passato fornivamo a Fassa Bortolo (2000-2005) tre bici da strada e una da crono. Ora diamo a Ineos tre bici da strada, una per la Parigi-Roubaix, un telaio leggero per i grandi Giri e due da crono. È costoso e a volte, per passione, spendiamo anche troppo. Ma è nel DNA della mia famiglia creare le migliori bici per i migliori team. A distanza di dieci anni, Sky/Ineos ha vinto 10 Grandi Giri”.

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