Europeo epico...

Condizioni meteo estreme per una prova di per sé estrema. Pedalare per 12 o 24 ore di fila non è un'esperienza per tutti. Ecco come l'abbiamo vissuta e come è andata ai temerari incontrati sullo splendido percorso del Montello

1/17

Foto Camilla Pini

La zona del Montello venne scelta nel 1985 come palcoscenico dei Camionati del mondo, e il 39enne Joop Zoetemelk beffò d’esperienza Greg LeMond e Moreno Argentin. Ancora oggi la zampata dell’olandese è considerata una delle conclusioni più sorprendenti nella storia dei Mondiali.

Questo splendido complesso collinare si allunga fra la piana trevigiana e il Piave. l punto in cui la Prima guerra mondiale ha vissuto i suoi momenti decisivi è, ciclisticamente parlando, perfetto: strade ben tenute e sinuose, una salita di 10 km pedalabile che parte da Nervesa della Battaglia e termina a Santa Maria della Vittoria, una discesa tecnica e veloce; e un rettifilo ondulato che segue l’andamento del fiume senza costeggiarlo, così che di notte, sorprendentemente, si coglie il profumo dell’acqua più che durante il giorno. Il tutto fra boschi e vigneti che, mi spiega Umberto Mosetti, campione di sci alpinismo ed esperto enologo, non sono di prosecco - come si potrebbe pensare, ma di un prodotto di nicchia: il Rosso del Montello docg, eccellenza del buon bere di questa piccola area caratterizzata da forti escursioni termiche.


Sfida lunga 24 ore

Un altro personaggio molto noto in zona è Fabio Biasiolo, corridore professionista dal 1996 al 2011. Salito ben tre volte sul podio della Race Across America, di cui ha percorso i 5.000 km in meno di 9 giorni, è l’ideatore del circuito e l’anima della 24h del Montello, una classica dell’ultracycling.

Non a caso, malgrado il periodo non facile per via del covid, alla partenza della 24h e della 12h c’è un parterre de rois (e di reines, per la verità) che mette insieme tanti record su pista e su strada da non stare nelle dita delle mani: la sola Anna Mei ne ha stabiliti una quantità.

Entrambe le corse, 24 e 12h, sono a cronometro (con divieto assoluto di mettersi in scia) e sono valide come Campionato europeo assoluto e di categoria (per età).


Il pozzo e il pendolo

Una gara di ultracycling a cronometro è un concentrato di complessità perché al pozzo profondo della fatica si aggiunge il legame con l'orologio che si ficca nella mente di chi corre, ingombrante come un nodo alla gola. Il pendolo del tempo scandisce il pedalare e non ci sono alternative, se si vuole vincere si deve spingere senza tregu lungo i 33,5 km del percorso e i suoi 460 metri di dislivello.

L’organizzazione di una corsa di questo tipo è complicata perché le postazioni di rilevamento cronometrico assumono un ruolo decisivo. La serietà di una manifestazione passa infatti attraverso l’affidabilità del cronometraggio. Qui le cose sono fatte in grande: tre postazioni presidiate da cronometristi della Federazione e transponder di alta precisione assicurano un'accuratezza di rilevamento di livello professionistico.

Ma, ci ammonisce Roberto Picco, mentre spiega pazientemente a ciascuno le regole di corsa e sicurezza: “di notte, quando passate dalle postazioni, urlate il vostro numero perché si prende il tempo anche manualmente, in caso di momentanea débâcle del sistema elettronico”.

Roberto organizza anche la D+ Dolomitica Ultracycling, la Moby Dick delle corse alpine e gli è ben chiaro che, in queste manifestazioni, l’avversario più difficile ogni concorrente lo porta dentro te stesso. E, forse, è anche per tale ragione che questo piccolo mondo ciclistico fortemente agonistico, ha alla base un rapporto di stima “professionale” che lega tutti gli atleti.

Perché, prima di tutto, sono corse verso se stessi e i propri limiti, e chi partecipa sa che una gara di ultracycling è un rito di iniziazione, una piccola morte per poi rinascere, un’esperienza zen. Il pozzo infinito dei propri limiti, il pendolo inesorabile che ne scandisce il perimetro.

L'articolo completo è sul numero 47 di Cyclist.

© RIPRODUZIONE RISERVATA