Monza 12H Cycling Marathon: una notte all'autodromo

La Monza 12H Cycling Marathon è una gara unica. Per regole, percorso (l'autodromo di Monza), atmosfera. Vince chi completa in dodici ore più giri, con partecipazioni individuali o a squadre. Cyclist ha pedalato per 12 ore in solitaria.
1/9

1 di 3
Foto Giancarlo Colombo

L’idea di una gara ciclistica in un autodromo può apparire bizzarra, una sorta di contraddizione in termini. E io mi ci sono accostato con curiosità e qualche titubanza. In realtà ho scoperto un universo ciclistico ed emozioni che non conoscevo. Uno sberleffo al mondo dei motori, perché qui vale il detto che “il motore sei tu”.
Il circuito di 5,793 km è sostanzialmente il medesimo del Gran Premio di F1 di Monza, a eccezione della prima variante, poco dopo la partenza.
Le regole sono semplici: vince chi completa in dodici ore più giri, con partecipazioni individuali o a squadre (di 2, 4, 8 elementi, anche misti).
I box fungono da punto di riposo, magazzino
 e fureria: c’è chi si porta la brandina al seguito perché pensa di schiacciarsi un pisolo di tanto
in tanto e non ha nessuna velleità in termini di prestazioni, chi stende il materassino per un accompagnatore, chi organizza veri e propri punti di ritrovo per la propria squadra. Lo spazio asettico e un po’ freddo del mondo dei motori si trasforma in un casino organizzato al servizio delle due ruote a propulsione umana.

Mogli e fidanzate pazienti, qualche bambino. Sento anche volare la parola nonno: Isidoro Valsecchi, 56 anni, guida il pullman a Lecco e qui sta rifinendo il montaggio della sua bicicletta col nipotino Stefano che gli saltella intorno.
Di solito faccio randonnèe”, mi dice. “Ma l’anno scorso ho provato e mi sono divertito,così sono tornato”. Obiettivo? “Dipende come vanno le gambe, almeno 350 chilometri, ma vedi le ruote? Me le ha prestate un amico, costano almeno 3.000 euro”.
Mi spiega che il ritmo dei primi è duro da tenere, e se si resta soli, conviene rallentare e farsi raggiungere da un gruppo che va al tuo passo.

Il numero 70, invece, ha una bici leopardata gialla e nera con cinque borracce. È Fabrizio,
 che l’anno scorso ha fatto 450 chilometri: “Ma quest’anno me la prendo comoda, perché domattina faccio anche la mezza maratona”. Ah, ecco. Questa è inesauribile passione sportiva.
I più forti (categoria “solo”), in effetti, hanno un discreto numero di borracce, tendenzialmente 4, di cui due dietro il sellino. Pensavo di essere stato furbo a portarne una sola, per alleggerire la bici: Fabrizio sorride.
Carlo Botticin di Mirano è del team Lavazza, appassionato di gravel e di fotografia: anche lui, nel tempio della velocità, vuole soddisfare una curiosità. Correrà con tre colleghi, determinati ma senza particolari strategie.
Come Domenico, Massimo e Nicola, un
terzetto di bresciani (“Franciacorta”, precisano) con cui mi siedo al pasta party e che correranno individualmente: “Ma massimo 300 km, siamo qui per divertirci”.
Sarà... Sembra che siano tutti qui per una scampagnata, però mano mano che si avvicina la partenza comincio a vedere facce da medaglia e bici tiratissime.

C’è una mezz’ora per la ricognizione al percorso e posso assicurare che l’ingresso sul rettifilo di partenza qualche emozione la regala: una luce calda che anticipa il tramonto taglia le ombre che si allungano sulla pista, pedalo lentamente, mi guardo attorno cercando di capire luoghi di cui ho letto ma che fatico a individuare: “curve di Lesmo”, “variante Ascari”...
Intanto scopro che la famosa parabolica non è quella in pendenza (la “sopraelevata” è in un anello a parte), ma è il curvone a 180° che immette sul traguardo. La sua particolarità è l’irregolarità del raggio, perfino in bici inganna la traiettoria.
E finalmente il via, con tanto di partenza lanciata e safety car in testa al gruppo.

​Non faccio a tempo a dire beh che mi ritrovo nel gruppone di testa: si va così veloci che non sono io a pedalare, è il gruppo a “pedalare me”.
Decido che, finché resisto, questa esperienza non me la perdo: ci sono due chicanes: la variante della Roggia, tra il primo e il secondo chilometro, e la variante Ascari, tra il terzo e il quarto.
Ci si entra a contatto, come in una pazzesca americana in pista: il primo gruppo è un serpente mobile, ciascuno incastonato gomito a gomito
in mezzo agli altri. Velocità, colpo d’occhio, equilibrio. Fantastico (con qualche fremito quando ci si tocca). Tutti molto attenti.
E le curve più strette (la prima di Lesmo e l’imbocco della parabolica) sono il sibilo obliquo di una piega all’unisono.
Visto che siamo stabili fra i 45 e i 55, il claim “il motore sei tu” ha il suo perché.

Mi industrio a capire la ragione per cui in
uscita dalle varianti, soprattutto la prima, stretta
 e compatta, perdo un paio di metri che, a questi ritmi fatico a recuperare. Ci penso su per qualche giro. E finalmente ho la prova tangibile del concetto di telaio reattivo: il mio pacioso telaio risponde
alla pedalata in uscita dalla curva stretta più lentamente e il colpo di pedale non è una frustata di vodka, ma un bicchiere di tamarindo. Che fare?
Inverto la posizione d’ingresso della prima curva (all’esterno), mi ritrovo in uscita all’interno e con meno spazio da percorrere, sfiorando il cordolo come una Ferrari. Il gap telaio è colmato, mi sento un nikkilauda. Le prime tre ore volano via così: 126 km e 42,5 di media. Continua...

L'articolo completo è stato pubblicato su Cyclist- Novembre 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA