La nuova era della bicicletta

Dai record di vendita del 2020 alle difficoltà nelle consegne di biciclette e componenti. L’Italia è saltata in sella, ma fatica a pedalare al giusto ritmo. Intervista a Paolo Magri, presidente di Confindustria ANCMA.

Forse anche qualche ciclista esperto stenterà a crederci. L’Italia anche lo scorso anno si è confermata leader europea nel mercato delle biciclette. Il Bel Paese è il primo esportatore europeo di biciclette per un valore complessivo di 609 milioni di euro e una crescita del 15,2% rispetto all’anno precedente.

Sì, la bicicletta parla italiano anche all’estero e sebbene i mercati orientali riempiano ormai da anni le strade con milioni di due ruote e accessori, il prodotto Made in Italy è ancora quello preferito da chi predilige qualità e design.

È italiano il 16,6 % del totale dell’export europeo. Nel 2019 l’esportazione all’estero è stata di ben 1.776.300 di pezzi, più di Portogallo (1.537.046), Paesi Bassi (1.276.834), Germania (945.450), Romania (903.591). La filiera italiana della bicicletta conta 3.128 imprese e genera un fatturato di 1,03 miliardi di euro.

Un primato che non è stato facile difendere soprattutto nel 2020, anno record per la vendita di biciclette e accessori, ma anche annus horribilis per l’approvvigionamento di componenti e di prodotto finito, a causa della pandemia e dell’esplosione della domanda in tutto il mondo. Questa condizione eccezionale si è tramutata in ottimi affari per tutti, ma ha anche messo in luce le difficoltà e i punti deboli di un settore che non è completamente al passo con le dinamiche dei mercati mondiali.

Nel 2020, l’Italia ha mostrato chiaramente di essere dinanzi a un cambio epocale nella concezione stessa di uso della bicicletta. Non più intesa come solo strumento per il tempo libero, ma come mezzo di trasporto. Una trasformazione che impone un cambiamento a tutto campo che parta dalle istituzioni e raggiunga tutti i cittadini. Un cambiamento che coinvolge anche e soprattutto le aziende, ora chiamate a compiere un deciso salto nel futuro.

Ne abbiamo parlato con Paolo Magri, presidente di Confindustria ANCMA (Associazione Nazionale Ciclo Motociclo Accessori), l’associazione nazionale che riunisce i produttori di biciclette.

Paolo Magri, presidente di Confindustria ANCMA.

Quali sono i reali motivi dei ritardi nella consegna di biciclette e di pezzi di ricambio?

La risposta a questa domanda ha un sapore agrodolce. Se da una parte ci troviamo infatti nel pieno di un momento molto positivo per la bicicletta sul mercato italiano ed europeo, dall’altra le aziende del settore si trovano a fronteggiare le conseguenze globali della pandemia di Covid-19 e dei mesi di stop che ha subìto la produzione di parti e componentistica in Cina e nell’intero Far East. I motivi di alcuni ritardi riguardano principalmente l’allungamento dei tempi di consegna da parte dei fornitori asiatici di componenti, l’aumento dei costi di trasporto via mare, la mancanza di container, le difficoltà e i rallentamenti che sta vivendo la logistica portuale.

Quanto ha influito il bonus mobilità sulla determinazione di questa situazione di ritardo?

Abbiamo assistito a un generale aumento della domanda, le conseguenze della pandemia hanno fatto il resto. Il bonus mobilità ha sicuramente sostenuto la vitalità che abbiamo registrato nel mercato e ha dato una spinta ad esso, ma dal nostro punto di vista abbiamo anche notato che l’interesse attorno alla bicicletta è comunque cresciuto a prescindere dall’intervento degli incentivi all’acquisto. La necessità di spostamenti veloci, distanziati e sostenibili, ma anche il desiderio di libertà e benessere hanno trovato risposta nelle peculiarità insite nella bicicletta, soprattutto in città.

Quante biciclette sono state vendute nel corso del 2020 e quanto è stato l’aumento in percentuale rispetto all’anno precedente?

Stiamo terminando di elaborare i numeri proprio in questi giorni. Ogni anno ANCMA fornisce una stima del mercato analizzando e incrociando vari dati per determinare una fotografia completa che riguarda anche produzione e bilancia commerciale del settore. Quello che possiamo anticipare è che abbiamo superato il muro dei 2 milioni di pezzi venduti, un aumento percentuale a doppia cifra che interessa le bici tradizionali (+14%) ma soprattutto le eBike (+44%).

Non pensate che l’aumento delle vendite del 2020 possa portare a un rallentamento negli anni futuri?

Non è affatto scontato. La diffusione dell’utilizzo della bici può invece contribuire a rendere ancora più palesi i vantaggi di questo mezzo e creare un circolo virtuoso attorno a esso, sia per la mobilità quotidiana che per lo sport e lo svago. Ci sono poi da considerare anche aspetti interessanti che riguardano l’indotto su tutta la filiera: siamo quindi fiduciosi.

Non temete che le bici acquistate finiscano per essere dimenticate nelle cantine? Cosa serve per garantire che gli italiani comincino davvero ad andare in bicicletta nella quotidianità?

Anche questo è un timore molto marginale. Serve un investimento sul piano culturale e per l’infrastrutturazione ciclabile. Se prendiamo 100 persone che vogliono passare alla bici per spostarsi in città, almeno 60 ci risponderanno che non lo fanno per paura. Molti italiani sono già propensi all’utilizzo nella quotidianità, ma è necessario che questa spinta dal basso si incontri con quella delle istituzioni. L’incentivo all’acquisto, come detto, è stato importate ma ora è necessario un incentivo all’utilizzo per completare un cammino ideale che in molti altri paesi d’Europa è già realtà. E nei fatti questo lo abbiamo visto concretizzarsi nelle così dette “ciclabili covid”, dalle quali nessun amministratore locale vuole tornare indietro anzi vuole sviluppare.

Da più parti si segnala l’aumento dei prezzi al pubblico sia di ricambi che di bici. Credete sia legato alla contingenza, oppure è un fattore strutturale che continuerà in futuro?

È un fenomeno legato al boom del mercato nel 2020 e alle ragioni che determinano i ritardi nelle consegne, quindi crediamo che andrà gradualmente risolvendosi. Quanto sta succedendo può tuttavia portare il settore ad interrogarsi sui modelli di produzione e sulla necessità di una maggiore emancipazione sul fronte della fornitura di componenti.

Quali soluzioni state mettendo in atto per tornare a una normale disponibilità di biciclette?

Sul breve periodo non ci sono sinceramente soluzioni anche se alcune produzioni di telai a livello nazionale si stanno rinvigorendo. Un problema così complesso non ha soluzioni semplici e crediamo si debba agire sul lungo periodo. Come detto, quello che si sta verificando pone il settore di fronte a nuove sfide e opportunità. Tra queste sicuramente quella di sviluppare la produzione di componentistica direttamente sul suolo europeo e nazionale, dove di concentrano eccellenze, know-how e capacità. Questa prospettiva, tutt’altro che astratta, ha bisogno però di un sostegno sussidiario da parte del Governo, con interventi robusti sulla riduzione del costo del lavoro e sul supporto degli investimenti di un settore oggi in crescita e che può creare ancora occupazione e valore per il Sistema Paese. Noi crediamo che questa possa essere una direzione su cui muoverci coralmente e l’occasione del Recovery Fund potrebbe essere quella giusta per iniziare questo significativo processo di reshoring della produzione.

Cosa è cambiato nei metodi di vendita con la pandemia? Quanto vale il mercato online?

Nella vendita di biciclette non molto, la bici completa si acquista ancora sul punto vendita fisico. Stimiamo le vendite online attorno al 4% del totale. Sugli accessori il discorso è diverso, soprattutto per l’abbigliamento. I negozi specializzati sono ancora un punto di riferimento e anche per questo non abbiamo smesso di fare pressione sulle istituzioni per garantirne l’apertura durante l’applicazione di misure più restrittive legate al contenimento della pandemia, restituendo ai rivenditori dignità e centralità.

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